~ curiosità romane ~
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le statue parlanti di Roma

Nella prima metà del '400 secolo i papi ottennero l'autorità diretta sul governo di Roma assumendo così il duplice ruolo di guida spirituale e civile. Questo ruolo duplice era formalizzato nelle sentenze che venivano pronunciate in Nome del Papa Re. Nel suo ruolo di re il papa era oggetto di critiche a cui i Romani dettero voce attraverso composizioni in versi intese a ridicolizzare o stigmatizzare l'operato dei papi; le quali, dovendo rimanere anonime, venivano scritte su cartelli satirici appesi nottetempo presso un numero di statue che sorgevano in luoghi ben frequentati della città, così che la mattina seguente chiunque potesse leggerli, prima che fossero rimossi dalle guardie.
I cartelli a volte avevano poesie, a volte dei dialoghi umoristici; nella maggior parte dei casi bersaglio della satira era il papa. E gli autori, ovviamente, rimanevano ignoti.

Nicolò V (1447-55) fu uno dei primi papi la cui azione, una sanguinaria repressione di una cospirazione, fu aspramente criticata in poesia.

Da quando è Niccolò papa e assassino,
abbonda a Roma il sangue e scarso è il vino.


Gli anonimi autori dei versi erano spesso persone molto vivine al papa che avevano conoscenza diretta di informazioni confidenziali. Un poesiola suggeriva il nome di Padre della Patria per Innocenzo VIII (1484-92) per via dei suoi 16 figli naturali.

Nel 1501 il cardinale Oliviero Carafa, volendosi stabilire nel rione Parione nei pressi di Piazza Navona, all'epoca centro della vita cittadina, si insediò a palazzo Orsini (poi divenuto Braschi) incaricando il Bramante di eseguire opere di rifacimento. Fu così che, durante i lavori interessanti le fondamenta, fu rinvenuto un torso di marmo di un'opera non ancora ben identificata, senza gambe né braccia, il viso privo di naso, le occhiaie vuote e spettrali.

Ma quella statua malconcia al cardinale umanista apparve di eccellente fattura; la fece dunque porre su un piedistallo di travertino addossata al lato del palazzo che dava sulla piazzetta di Parione. Egli volle anche serbare la memoria di quel suo meritorio salvataggio, apponendo sul piedistallo lo stemma di famiglia e un'epigrafe: "Qui fui posto a cura di Oliviero Carafa nell'anno del Signore 1501".

Sull'identità della scultura si accesero subito le dispute dei vari studiosi che vi videro Ercole in lotta con i Centauri, Aiace con il cadavere di Achille, Alessandro Magno e infine, cosa più probabile, Menelao che solleva il morente Patroclo. Fu datata tra la fine del IV secolo a.C. e l'inizio del III. Oggi è stata riconosciuta come copia romana di un gruppo del II secolo a.C. il cui originale è stato scoperto nel 1995 in Arcadia.


"Pasquino" in una vecchia stampa...

Il torso di figura maschile, probabilmente databile al III secolo a.C. è così male conservato che definire con certezza chi fosse è risultato impossibile.
Probabilmente in origine faceva parte di un gruppo statuario con Menelao che sorregge il corpo di Patroclo morente (vedi figura sotto). Si tratta della copia romana in marmo di un'opera originale in bronzo, forse fatta dallo scultore Antigonos (240-230 a.C.), nato nella città di Pergamo (Turchia).
Forse faceva parte della decorazione dello Stadio di Domiziano (l'attuale Piazza Navona)


...e ai giorni nostri, ancora
con una "pasquinata" al collo

(per gentile concessione
di Gene Fiscalini)


Ricostruzione del gruppo statuario di Menelao che sorregge il corpo di Patroclo morente, 
a cura di Bernhardt Schweitzer (Leipzig, Institut für Klassische Archäologie der Universität)

Indipendentemente da chi rappresentasse, la statua venne chiamata "Pasquino", e anche sul soprannome si sa poco. Secondo lo scrittore mantovano Teofilo Folengo (1491-1544), monaco gaudente e poeta maccheronico di fama, Pasquino deve il suo nome ad un'osteria in Parione proprietà di un tale mastro Pasquino. Antonio Tebeldeo cita un sarto chiamato Pasquino famoso per criticare apertamente il Papa ed il clero tutto. Un certo Celio Secondo Curione si rifà ad un arguto barbiere di tal nome che aveva bottega nel rione. Infine, Giacomo Mazzocchi afferma che Pasquino era il nome con il quale era conosciuto un letterato del vicino ginnasio e che i suoi studenti, per burlarsi del loro insegnante, affibbiarono il suo nome alla misteriosa figura di marmo. 

Qual che sia l'origine del nome, dall'anno del ritrovamento e della sua collocazione nella piazzetta (1501), in occasione della festa del 25 aprile, il Cardinal Carafa presiedeva un certamen letterario e le poesie venivano appese alla statua mascherata e vestita con drappi.

A queste, nel corso dell'anno, cominciarono ad affiancarsi anonimi sonetti satirici che mettevano in ridicolo il Papa e la sua corte.

Nell'anno 1527 il terribile sacco di Roma operato dalle truppe di Carlo V segnò la fine della festa del 25 aprile e Pasquino diventò definitivamente e solamente il satirico e barbuto censore dei costumi e degli avvenimenti. I suoi sonetti (ora in dialetto, ora in latino maccheronico, ora in italiano), cominciarono a circolare per tutta Roma con il nome di "pasquinate"; che le autorità e gli sbirri guardinghi non riuscirono mai a estirpare; e Piazza di Pasquino diventa la piazzetta della statua. Quella di Pasquino era l'unica voce libera in un'epoca nella quale era impensabile poter esprimere in libertà le proprie idee. Pasquino dà sfogo a tutte le insoddisfazioni del popolo, denuncia ingiustizie e prepotenze delle curie e delle famiglie patrizie, aggredisce il sistema nepotistico ed il malgoverno della Chiesa. Specialmente durante i conclavi, ogni notte, venivano attaccati dei pettegolezzi per influenzare l'elezione del nuovo papa.

Ecco alcune delle pasquinate più famose:

La prima pasquinata datata risale già al 13 agosto 1501 e, facendo ambiguo riferimento al toro che campeggiava sullo stemma papale, si rivolge ad Alessandro VI Borgia: 

Preedixi tibi papa bos quod esses 

che, giocando sulla virgola, si può tradurre in vari modi:
- Predissi che saresti stato un papa bue
- Predissi, o bue, che saresti stato papa
- Ti predissi, o papa, che saresti stato un bue.

Per la morte di papa Alessandro VI Borgia (1492-1503), accusato con tutta la sua famiglia di violenza, lussuria e crudeltà, pasquino scrive:

Qui giace Alessandro sesto. È sepolto con lui
quanto venerò: il lusso, la discordia, l’inganno,
la violenza, il delitto
.

Per la morte di papa Leone X Medici (1513-1520), famoso perché prometteva il Paradiso in cambio di soldi ("vendita delle indulgenze"), soldi che usava per pagare i grandi progetti artistici a Roma e a Firenze: 

Gli ultimi istanti per Leon venuti,
egli non poté avere i sacramenti.
Perdio, li avea venduti!

Dopo la morte di papa Clemente VII de' Medici (1523-1534), provocata forse dalla scarsa bravura del suo medico, sul piedistallo di Pasquino venne affisso il ritratto del presunto responsabile, con la scritta: 

Ecce qui tollit peccata mundi
(Ecco colui che toglie i peccati del mondo).

Per la morte di Paolo III Farnese (1534-1549), papa grandissimo ma accusato di "nepotismo", cioè di avere concesso ricchezze e poteri ai suoi parenti:

In questa tomba giace
un avvoltoio cupido e rapace.
Ei fu Paolo Farnese,
che mai nulla donò
che tutto prese.
Fate per lui orazione:
poveretto, morì d'indigestione
.

Alla elezione di Paolo V Borghese la "statua parlante" così commentava:

Dopo i Carafa, i Medici, i Farnese
or si deve arricchir casa Borghese
.

Il lungo pontificato di Urbano VIII Barberini è costellato di feroci epigrammi. Subito dopo il giubileo del 1625, per fronteggiare le ingenti spese di guerra, Papa Gabella, come fu soprannominato, fu costretto a imporre il primo dei numerosi balzelli. Sicché Pasquino commentò:

"Urbano VIII dalla barba bella
dopo il giubileo impone la gabella
".

Per finanziare i lavori alla fontana di Trevi, fu imposta una tassa sul vino, cosicché Pasquino disse:

"Urban poi che di tasse aggravò il vino
ricrea coll'acqua il popol di Quirino
".

E quando Urbano VIII fece togliere alcuni bronzi al Pantheon per la realizzazione del grandioso baldacchino di S. Pietro (1633): 

"quod non fecerunt barbari
fecerunt Barberini
"

sentenziò Pasquino, che non risparmiò il pontefice nemmeno alla morte; sul tumulo provvisorio del papa morto, fu trovata una tavoletta con mezz'oncia di pane su cui era scritto: "Per grazia ricevuta".

E un epitaffio allusivo alle api dello stemma del Barberini, che ai romani ricordavano gli avidi nipoti, fu il velenoso commiato:

"Questo d'Urban si scriva al monumento
ingrassò l'api e scorticò l'armento
".

Non meno graffianti furono le pasquinate contro Innocenzo X Pamphili (1644-1655) e contro Donna Olimpia, la potente cognata del papa. Come questa:

Per chi vuol qualche grazia dal sovrano
aspra e lunga è la via del Vaticano.
Ma se è persona accorta
corre da Donna Olimpia a mani piene
e ciò che vuole ottiene.
È la strada più larga e la più corta
.

L'elezione di Alessandro VII Chigi fu salutata da un coro generale di consensi. Si diceva che fosse contrario a ogni sorta di nepotismo, la più scandalosa piaga del tempo. E agli inizi parve tener fede a questo proposito; poi Roma fu invasa dai suoi parenti senesi. Il primo dei parenti a giungere nella città eterna era insignito della croce di cavaliere, per cui Pasquino commentò:

"Ecco la croce: tra poco verrà la processione".

Clemente X Altieri (1670-1676) aveva affidato le redini del governo a un lontano parente, il cardinal Paluzzi, che dal papa aveva preso anche il nome ed era diventato cardinale nipote. Pasquino si chiedeva, sarcastico:

"Qual di loro fosse papa
io non so bene:
ché il primo ebbe il potere e l'altro il nome.
Lui c'è per benedire e santificare
e quell'altro per reggere e governare
".

L'ultima pasquinata compare alla vigilia del 20 settembre 1870, giorno della breccia di Porta Pia e della fine del potere temporale del papa. Presagendo tale epilogo, Pasquino vuole donare al pontefice un ombrello a protezione del l'imminente sciagura:

Santo Padre benedetto
ci sarebbe un poveretto
che vorrebbe darvi in dono
questo ombrello. È poco buono,
ma non ho nulla di meglio.
Mi direte: A che mi vale?
Tuona il nembo, santo Veglio,
e se cade il temporale?

Già Adriano VI (1522-23) aveva preso in considerazione l'idea di gettare Pasquino nel Tevere e anche altri papi in seguito ebbero la stessa idea, ma non lo fecero temendo di cadere nel ridicolo di punire una statua. 

Naturalmente anche e soprattutto gli autori delle pasquinate rischiavano grosso. Leggi severe furono emanate per impedire questa pratica e molti finirono sul patibolo, ma con scarsi risultati: la statua mutila dell'eroe greco continuò a rappresentare per i romani, il simbolo beffardo dei loro umori repressi. E quando Pasquino fu messo sotto sorveglianza da parte degli sbirri e di spie abilmente mascherate questo portò anzi all'esito indesiderato di moltiplicare le statua parlanti di Roma.

Una lunga figura barbuta distesa su un fianco, forse allegoria di un fiume (il Tevere?) o forse Nettuno il dio dei mari. Si trovava ai piedi del Campidoglio, davanti al Carcere Mamertino (oggi facente parte del complesso del Foro Romano), e divenne un secondo Pasquino.

Chiamata Marforio divenne la "spalla" di Pasquino, poiché in alcune delle satire le due statue dialogavano fra di loro: una faceva domande riguardo ai problemi sociali, alla politica, ecc., e l'altra dava risposte argute. 

Nel 1679, con la scusa di preservare la bella statua antica, Marforio fu incarcerato dentro il Palazzo Nuovo di Campidoglio.

Clemente XI (1700-21) era così interessato a Urbino che Pasquino e Marforio ebbero a dire:
Marforio: Dimmi: che fai Pasquino?
Pasquino: Eh, guardo Roma, chè non vada a Urbino.

E contro Napoleone Bonaparte, che aveva il vizio di prendere le opere d'arte nei paesi conquistati e portarle in Francia. 
Marforio: È vero che i francesi sono tutti ladri?
Pasquino: Tutti no, ma BonaParte! 

 


Marforio, presso i Musei Capitolini



Fra le "statue parlanti" minori si ricordano il "Facchino", "Madama Lucrezia", l'"Abate Luigi" e il "Babuino".

Unica statua parlante che non sia una statua antica, il "Facchino" è una piccola fontana che rappresenta una figura maschile, il cui viso è andato quasi del tutto perduto, nell'atto di versare acqua da una botte; l'abito indossato dalla figura è il costume tipico della corporazione dei facchini, da cui il nome del personaggio.
La statua originariamente si trovava sulla facciata principale del nobile palazzo De Carolis (oggi noto come palazzo del Banco di Roma), in Via del Corso, non lontano dall'attuale piazza Venezia; nel 1874 fu spostata a via Lata, proprio dietro l'angolo.
Risale alla seconda metà del XVI secolo, e secondo una tradizione popolare fu ispirata dalla figura di un acquarolo, colui cioè che raccoglieva acqua dalle fontane pubbliche per rivenderla porta a porta, a modico prezzo. Questo mestiere declinò alla fine del XVI secolo quando Sisto V riattivò gli antichi acquedotti romani.

Nessuno sa chi fosse l'autore della fontana; trattandosi di un'opera pregiata, nonostante le sue condizioni attuali, lo stesso Michelangelo ne era stato ritenuto (erroneamente) l'artefice.

Un'altra statua è conosciuta come "Madama Lucrezia", e si trova in un angolo di Palazzetto Venezia, in piazza San Marco, adiacente a piazza Venezia.
Questo enorme busto marmoreo, alto circa 3 metri, proviene da un tempio dedicato a Iside presso la Chiesa di S. Marco e raffigura una donna, forse una sacerdotessa di questo culto o forse la stessa Iside.
Il soprannome gli deriva da una nobile dama piuttosto conosciuta, di nome Lucrezia, che visse nel XV secolo.
Si era innamorata del re di Napoli, il quale era già sposato; per questo motivo Lucrezia venne a Roma per cercare di ottenere dal papa la concessione del divorzio per il sovrano, ma il tentativo fallì. L'anno seguente il re morì; l'ostilità del suo successore costrinse la dama a tornare a Roma, dove abitò appunto presso la suddetta piazza.

Madama Lucrezia fornì un carattere e una voce femminile al coro delle statue parlanti che venne chiamato il Congresso degli Arguti

L'"Abate Luigi"

FUI DELL'ANTICA ROMA UN CITTADINO
ORA ABATE LUIGI OGNUN MI CHIAMA
CONQUISTAI CON MARFORIO E CON PASQUINO
NELLE SATIRE URBANE ETERNA FAMA
EBBI OFFESE, DISGRAZIE E SEPOLTURA
MA QUI VITA NOVELLA E ALFIN SICURA

Questo il breve epitaffio sulla base che sorregge l'Abate Luigi, in piazza Vidoni, non lontano da piazza Navona, sul muro sinistro della chiesa di S. Andrea della Valle.
La statua raffigura un uomo con una toga di foggia tardo-romana, forse un non identificato imperatore (la testa appartiene ad un'altra statua); il soprannome fu probabilmente ispirato dal sacrestano della vicina chiesa del Sudario, il quale - secondo la tradizione popolare - rassomigliava molto alla figura scolpita.
La piazza era la collocazione originale dell'"Abate", ma nel corso dei secoli la statua cambiò sede diverse volte, tenuta in scarsa considerazione, finché nel 1924 non fu ricollocata nel medesimo spiazzo.

Il "Babuino" (cioè babbuino) è una figura distesa di sileno, davanti alla chiesa di S. Attanasio dei Greci, nella centrale via del Babuino. La statua vi fu collocata come elemento decorativo della semplice fontana a vasca, preesistente.
Il soprannome dato alla figura è la conseguenza della faccia ghignante del sileno, ora resa ancora più grottesca dall'usura del tempo.

La sua collocazione nel Quartiere degli Stranieri ne fece un posto alternativo per attaccare pasquinate senza grosso rischio di essere beccati. Il Babbuino era anche usato dalla numerosa comunità degli stranieri che vivevano nell'area per dileggiare i membri della comunità.


il Babuino; il muro alle sue spalle è perennemente coperto
da graffiti, conseguenza dell'essere una "statua parlante"