217.

LEONE X
Giovanni de' Medici

Nato a Firenze nel 1475

Eletto papa il 9.III
e consacrato il 19.III.1512
Morto il 1521

Conclave
Fu un breve conclave quello che il 9 marzo 1513 portò all'elezione del cardinale Giovanni de' Medici; non aveva che 38 anni, ma il fatto che fosse figlio del Magnifico lo aveva portato ad esser nominato da Innocenzo VIII, per motivi chiaramente politici, protonotaro apostolico alla sola età di 7 anni e cardinale a 13 (da cardinale fece restaurare S. Maria in Domnica); quando fu eletto papa era ancora soltanto diacono. Ma anche se giovanissimo non lasciava sperare in un lungo pontificato per la sua salute malferma, considerando che perfino in sede di conclave dovette stare a letto e subire degli interventi chirurgici; è probabile che la sua elezione finì per esser ben accetta dal collegio anche per questo motivo, con un dominio mediceo sul trono pontificio a breve termine. Non ci fu elezione simoniaca, ma è un fatto che la candidatura di Giovanni de' Medici venne fuori dall'abile lavoro del suo segretario privato Bernardo Dovizzi da Bibbiena, determinando evidentemente compromessi e alleanze di potere in prospettiva che, aggirando la simonia, erano pur sempre lontani da una "divina ispirazione".

L'incoronazione di Giovanni de' Medici dovette farsi attendere una diecina di giorni, il tempo occorrente per una rapida investitura del neoeletto a sacerdote e vescovo, che infine il 19 marzo fu consacrato papa col nome di Leone X.

Papato
Fin dai primi atti dimostrò di non possedere lo spirito battagliero del suo predecessore; dal perdono concesso ai cardinali che avevano organizzato il "conciliabolo" di Pisa alla riconciliazione ufficiale con Pompeo Colonna, che aveva tentato di aizzare il popolo in un folle tentativo di instaurare una repubblica, e alla buona opera di mediazione compiuta a Firenze, nella scoperta della congiura di Boscoli e Capponi contro i Medici, per salvare la vita di Machiavelli. Non fu costante nella posizione politica; da antifrancese a filofrancese e, infine, a filoimperiale, navigò nella doppiezza, ma fondamentalmente ebbe a cuore la sua famiglia. Creò cardinale il cugino Giulio, che sarebbe stato papa col nome di Clemente VII, e il nipote Innocenzo Cibo.

Quando il nuovo re di Francia Francesco I, alleatosi con i Veneziani, riconquistò nel 1515 il ducato di Milano, nonché Parma e Piacenza già assegnate allo Stato pontificio tre anni prima, lo lasciò fare, per avvIare poi trattative segrete al fine di comporre tutti i contrasti esistenti tra il re e il papa a Bologna, dove furono gettate le basi di un concordato che regolasse definitivamente la questione religiosa in Francia; veniva firmato nel 1516 e finiva per essere l'unica nota positiva ufficializzata da quel concilio ecumenico Lateranense V che andava avanti stancamente fino ad esser chiuso da Leone X il 16 marzo 1517.

Proprio quell'anno la vita del pontefice corse serio pericolo per una congiura ordita contro di lui all'interno del Sacro Collegio ad opera del cardinale Alfonso Petrucci, figlio di quel Pandolfo, signore di Siena, da alcuni sospettato di aver eliminato Pio III; era morto anche lui, lasciando il potere all'altro suo figlio, Borghese, ma Leone X nel 1516 lo aveva scacciato da Siena affidandone la signoria ad un altro Petrucci, Raffaello, vescovo di Grosseto, che aveva il vantaggio di essere amico del pontefice.
Accecato dall' odio e assetato di vendetta, il cardinale Petrucci avrebbe voluto uccidere Leone x ma, reso si conto che la stretta sorveglianza da cui era circondato il papa non gli avrebbe consentito di attuare il progetto, decise di ricorrere al veleno; corruppe il medico del pontefice, Pietro Vercelli, e lo indusse ad avvelenare la medicatura che era solito dare ad una fistola di cui Leone x soffriva da tempo. Ma una lettera diretta al suo segretario Antonio de Nini venne intercettata e la congiura fu scoperta. Il cardinale Petrucci, arrestato e processato, fu fatto strangolare in Castel S. Angelo il 6 luglio 1517; il de Nini e il Vercelli furono squartati. Nel processo risultarono coinvolti ben quattro cardinali: il Riario, decano del Sacro Collegio, il Sauli, il Volterrano e il Castellanese. Furono tutti deposti e riuscirono ad evitare il carcere solo dietro pagamento di forti somme di denaro; il Riario perse anche il suo palazzo, che fu da allora assegnato a sede della Cancellena.

Fu in quell'occasione che, accortosi di non aver inserito nella già lunga lista di cardinali da nominare il nome di uno cu aveva promesso la berretta cardinalizia, Leone X disse: "Fatto trenta, si può far trentuno"
Leone X, visto che i tredici cardinali che componevano il Sacro Collegio gli davano così preoccupanti prove d'inimicizia, per circondarsi di persone devote, nominò in una sola volta 31 nuovi cardinali, fatto che non si era mai verificato prima e non si ripeté più dopo di lui. In ogni caso quelle condanne a morte cancellarono di colpo i precedenti atti di magnanimità e perdono del pontefice e tanto più le grazie concesse sub condizione ai quattro cardinali furono fortemente criticate in Italia e in Germania, dove si accompagnarono alle sempre più consistenti testimonianze di malcontento nei confronti della scandalosa vendita delle indulgenze.

Leone X fin dal 1514, com'è noto, per raccogliere i fondi occorrenti alla costruzione della nuova basilica Vaticana, aveva indetto una grande indulgenza predicata in tutta Europa; chiunque, in stato di grazia, avesse dato un'offerta avrebbe potuto lucrare un'indulgenza più o meno ampia, a seconda dell'oblazione, applicabile anche ai defunti. La speculazione sulle indulgenze coinvolse nella raccolta del denaro addirittura dei banchieri come i Fugger e particolarmente scandaloso fu il comportamento del domenicano Giovanni Tetzel; arrivava a promettere la salvezza immediata dei defunti dalle pene del Purgatorio, dietro il pagamento di un fiorino da un suo parente in vita! E così la vigilia di Ognissanti di quel disgraziatissimo, per Leone x, 1517 Lutero affisse alla porta della chiesa di Ognissanti di Wittenberg le sue 95 tesi; il papa credette che si trattasse di una delle solite controversie tra monaci e professori di università e si limitò a convocare Lutero a Roma. Quando poi il frate agostiniano non obbedì alla convocazione e, tra il 1518 e il 1520, venne precisando la sua dottrina all'insegna del "libero esame", Leone X condannò quelle formulazioni di fede nella famosa bolla Exurge Domine del 1520, bruciata da Lutero sulla piazza di Wittenberg in mezzo al tripudio della folla plaudente. Il papa ricorse allora alla scomunica e invitò l'imperatore da poco eletto, Carlo V, a dare la sua sanzione alla condanna. Carlo citò Lutero nella Dieta di Worms nel marzo del 1521; il riformatore vi si recò, confermò la sua dottrina rifiutando di ritrattare e fu messo al bando dell'impero. Avrebbe trovato ospitalità presso il principe elettore di Sassonia e la sua riforma sarebbe andata avanti.

Ricordando questi avvenimenti, appare chiaro come Leone X si mostrò inadatto alla grave situazione che si trovò a fronteggiare ed è esatta l'affermazione del Seppelt che "fu per la Chiesa una indicibile sfortuna e una fatalità che sulla cattedra di Pietro sedesse lui. Quando la catastrofe incombeva, egli non si rese conto della sua gravità e non fece nulla per allontanarla, perché il suo buon senso si dissolveva in frivolezze e in politici intrighi".
E noto infatti che Leone X, salendo gli appartamenti Vaticani, avesse detto a suo fratello Giuliano: "Godiamoci il papato, perché Dio ce l'ha dato". E fu una festa continua, come ricorda il Gregorovius, "nella più strana mescolanza di paganesimo e cristianesimo: mascherate carnevalesche, spettacoli di mitologia antica, storie romane rappresentate sopra magnifiche cene; e d'altra parte processioni e splendide feste di chiesa e rappresentazioni della passione nel Colosseo, e classiche declamazioni in Campidoglio e altre feste e discorsi nell'anniversario della fondazione di Roma; e quotidiane cavalcate di cardinali; e cerimonie d'ingressi d'ambasciatori e di principi, con comitive così numerose che sembravano eserciti; e cortei del papa, quando usciva alle sue cacce a Magliana, a Palo, a Viterbo, con falchi in pugno, traendosi dietro mute di cani e pesanti bagagli e turbe di servi e il seguito dei cardinali e degli oratori stranieri e l'allegro sciame dei poeti di Roma e una caterva di baroni e di principi, con un chiasso da sembrare una compagnia di baccanti",
Il vicario di Cristo si abbandonava a burle e mostrava di divertirsi per le insipide sciocchezze dei buffoni di corte che il suo cameriere, Serafica, aveva l'incarico d'introdurre alla sua corte; tra questi il Duerno che, vestito da Venere, come riferisce un cronista dell'epoca, "cantava versi de diversa sententia e sbevacchiava assai", e fra' Mariano Fetti, piombatore apostolico alla Cancelleria, ma più noto come buffone di corte. Formidabile mangiatore e bevitore, rallegrava il papa con i suoi "capricci", ovvero buffonate, e lo invitava a godersi la vita dicendogli: "Viviamo, babbo santo, che ogni cosa è burla". Per lui Leone X, che tra tanti poetastri e buffoni si dilettava a scriver versi anche lui, aveva dettato in anticipo l'epitaffio:

Un frate sotto bianco e sopra nero,
in gola e in zanzeria molto eccellente, 
di fuori porco e dentro puzzolente 
mentre visse, ora ammorba un cimitero.

Non acqua benedetta, non saltero 
pigliarai, viator, ma solamente,
se vuoi far cosa grata a la sua mente, 
buon vin ci spargi e ragiona del zero.

L'altro perso saria, ch'ei credde poco, 
benché già simulò religione;
ma lo fe' per fuggir più tristo gioco.

Perché tra frati più presto buffone
fu più compagno, ed aderì al coco
più che al sacrista, e scherzò col guttone.

	E per conclusione 
l'alma al fuoco, la fama addusse al basso: 
se non vuoi cader morto studia il passo.
Non possono essere dimenticate le "etere" del tempo, ovvero le cortigiane, per le quali il termine "puttane" sarebbe stato improprio, come nota Georgina Masson, considerando che la loro "arte di piacere non si limitava all'aspetto sessuale", perché "istruite nelle arti, e soprattutto nella musica... per il loro fascino, per il gusto di cui sapevano far mostra nel vestire, per la conversazione arguta e spiritosa che erano in grado di condurre, erano molto ricercate come ospiti nelle varie feste". Alla corte di Leone X andavano per la maggiore Beatrice Ferrarese, probabilmente immortalata da Raffaello nella Fornarina, e Lucrezia da Clarice, soprannominata "Matrema non vole" secondo la risposta che era solita dare agli intraprendenti suoi amanti per vender cara la propria "pelle".
È indiscutibile che lussuria e corruzione dei costumi giunsero sotto Leone X alle forme più abiette e giuste suonano le "pasquinate" a riguardo come le seguenti, la seconda delle quali è uno scambio di battute tra le due "statue parlanti" di Roma, Marforio e Pasquino:
Vuoi farti ricco e rendermi tue gentilezze accette? 
Dammi pei miei sollazzi fanciulli e verginette. 

MARFORIO: Come vanno gli affari?
PASQUINO: Benissimo Marforio:
	    comandano i giullari.
Rientra in questo clima mondano e non certo artistico il gusto per le rappresentazioni teatrali, viste come espressione tipica di piacere; le commedie di Plauto, la Mandragola di Machiavelli o la Calandra del cardinal Bibbiena, integralmente rappresentate in Vaticano, facevano furore non per il loro significato culturale, ma per quel che di piccante e scandalistico potevano rivelare. Questa è la "Roma di Leone X", perché "la fama che ha fatto di Leone il più grande dei pontefici mecenati è esagerata", come è costretto a notare anche il Castiglioni: "era salito al pontificato quando Roma era già divenuta la patria di tutti gli intellettuali dell'Europa d'allora" e, seppure l'ambiente letterario e artistico della città ebbe un certo impulso, non fu per un impegno culturale del papa ma per un suo "dilettantismo, per così dire, da ghiotto buongustaio, non di persona geniale, intelligente ed illuminata".
Non si capirebbe altrimenti perché un ignobile poetastro come il Baraballo, prete di Gaeta, potesse essere incoronato in Campidoglio, novello Petrarca, mentre l'Ariosto non ebbe un tale riconoscimento. Diciamo che Roma fu il palcoscenico di tanti "poeti a braccio" come Camillo Querna "l'Archipoeta laureato", Giovanni Gazzoldo e Girolamo Britonio, capaci più che altro di rallegrare la mensa del papa tra un bicchiere e l'altro, proprio alla stregua dei "buffoni" ricordati in precedenza. E meno male che il Britonio una volta fu fatto bastonare da Leone X per aver declamato dei "cattivi" versi! E così letterati più in vista come il Bembo, il Castiglione e l'Aretino, pur essendo presenti alla corte pontificia, non riuscirono a toglierle quel volto "istrionico" che in pratica era il solo desiderato dal loro mecenate.

Leone X, ritratto di Raffaello
Leone X, ritratto di Raffaello
Piuttosto Leone X fu abile nello sfruttare quanto Giulio II gli aveva lasciato in eredità con i numerosi artisti all'opera nell'abbellimento della città; tra questi preferì Raffaello, che continuò gli affreschi delle Stanze, disegnò i cartoni per i 10 arazzi della cappella Sistina, condusse a termine le Logge Vaticane (Loggia del Belvedere) e trovò anche il tempo per immortalare il papa in un ritratto famoso, mentre l'incompiuta Trasfigurazione fu ultimata da Giulio Romano.

In quegli anni fu aperta Via di Ripetta
Uno stemma di Leone X del Bramante stava sulla facciata del Palazzo della Cancelleria come si può vedere in un'incisione di Filippo Juvarra.

Leone X morì l'1 dicembre 1521; pochi giorni prima aveva fatto in tempo a raccogliere i frutti del nuovo corso della sua politica divenuta antifrancese, nella elevazione di Carlo V a difensore della fede cattolica contro il luteranesimo dilagante. Il ritorno di Milano nelle mani degli Sforza assicurava allo Stato pontificio la riconquista di Parma e Piacenza, e per l'avvenimento si preparavano in Roma grandi festeggiamenti.
L'improvvisa morte di Leone X a soli 46 anni fece circolare la voce che il papa fosse morto avvelenato, tanto che fu arrestato il suo coppiere, Bernabò Malaspina; il maestro delle cerimonie di corte, Paride de Grassis, insistette presso i medici per l'autopsia, ma non se ne fece nulla e tutto fu messo a tacere. Fu Pasquino a parlare ancora con una serie dI maldicenze in morte, tra le quali la più significativa è forse la seguente:

O musici con vostre barzellette 
piangete, o sonator di violoni, 
piangi e piangete, o fiorentin baioni, 
battendo piatti, mescole e cassette.

Piangete, buffon magri, anzi civette, 
piangete, mimi e miseri istrioni, 
piangete, o frati spurcidi ghiottoni,
a cui dir malIa gola 'I gettar dette.

Piangete el signor vostro, o voi tiranni, 
piangi, Fiorenza, et ogni tuo banchiero 
con qualcun altro offizial minchione.

Piangi, clero di Dio, piangi su Pietro, 
piangete o sopradetti, i vostri mali, 
poscia ch'è morto el decimo Leone.

Il qual d'ogni buffone
e d'ogni vil persona era ricetto, 
tiranno sporco, disonesto, infetto.

	E per chiarir mio detto, 
impegnò per seguire un suo pensiero 
Fiorenza official, la chiesa e Piero.

	E tengo certo e vero
che se il viver ancor li era concesso, 
vendeva Roma, Cristo e poi se stesso;

	ma sopra tutto adesso, 
piangan Leon quei miseri mortali 
che 'l dinar non li ha fatti cardinali.

Sepolto provvisoriamente in S. Pietro, fu poi trasferito nel suo mausoleo in S. Maria sopra Minerva (Cappella Medicea del coro).