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GIULIO II
Giuliano della Rovere

Nato a Albisola presso Savona nel 1443

Eletto papa il 31.X
e consacrato il 26.XI.1503
Morto il 1512

Conclave
La morte di Pio III non colse impreparato il collegio dei cardinali nella scelta del nuovo papa; in pratica già durante il pontificato del Piccolomini, che si sapeva a breve termine per la sua malattia irreversibile, erano iniziati i maneggi tra i diversi gruppi per arrivare ad accordi ben precisi nel conclave che si riunì il 31 ottobre 1503 e in poche ore elesse il cardinale Giuliano della Rovere.

Persona di grande prestigio, due giorni dopo la morte di Pio III aveva riunito in un preconclave in Vaticano i cardinali spagnoli e Cesare Borgia, garantendosi il loro appoggio con la promessa, che peraltro non avrebbe mantenuta, di nominare il Valentino capitano generale della Chiesa, con la conferma dei suoi possedimenti in Romagna, e assicurando ai porporati diverse commende; nello stesso tempo riuscì ad ottenere in separata sede adesioni dall'altro gruppo di cardinali, chiaramente dietro relativi compensi. In definitiva il cardinale della Rovere "entrava in conclave già papa", come nota il Castiglioni, secondo quanto indicò il voto quasi unanime che confluì su di lui fin dal primo scrutinio: e pensare che il 14 gennaio 1506 avrebbe dichiarato nella bolla Cum tam divino che andava considerata nulla l'elezione simoniaca di un papa, bollando con le più severe sanzioni ecclesiastiche gli elettori simoniaci.

Vita
Giuliano della Rovere era nato ad Albisola, presso Savona, nel 1443; francescano, era stato elevato giovanissimo alla porpora cardinalizia dallo zio Sisto IV con il titolo di S. Pietro in Vincoli, mettendo in mostra fin da allora la sua abilità militare. Aveva sgominato una rivolta in Umbria e assoggettato il tiranno di Città di Castello, Niccolò Vitelli, dando un po' di luce al periodo disastroso in cui si trovò coinvolta la politica pontificia per colpa di Girolamo Riario. Sotto Innocenzo VIII, che doveva a lui la sua elezione simoniaca, si era messo ancora in mostra come uomo d'arme respingendo l'assalto portato fin sotto Roma dagli Aragonesi nel 1486; sotto Alessandro VI, dopo il tentativo andato a monte di appoggiare Carlo VIII contro il papa, si era tenuto sulla difensiva. Quando fu eletto papa, nonostante i suoi sessant'anni, era ancora di temperamento forte e di straordinaria forza fisica; il soprannome di "Terribile" che gli dettero i contemporanei faceva riferimento alla sua natura indiscutibilmente irruenta e dominatrice.
In pratica durante il cardinalato aveva messo in mostra doti di politico e militare, non certo di uomo religioso; questo dicevano i suoi intrighi simoniaci e anche la condotta libertina, visto che era padre felice di tre figlie. Da papa avrebbe però messo alle spalle queste avventure di piacere e sarebbe rimasto esente in genere dal nepotismo, limitandosi a creare cardinale un nipote, Galeotto della Rovere, che oltretutto morì prima di lui nel 1508. Incoronato papa il 26 novembre 1503, assunse il nome di Giulio II.

Papa guerriero
Lo Stato pontificio si trovava in completo dissolvimento; l'opera di consolidamento avviata da Pio II era naufragata nell'affermazione della potenza dei Borgia. Bisognava pertanto ricominciare da capo, armi alla mano e rifondare in pratica lo Stato; e così con Giulio II papa-guerriero, come alcuni suoi predecessori, "la cristianità trova una sua età dell'oro (non in senso astratto ma storicamente e politicamente)", come ha osservato Paolo Prodi, perché "non c'è nessuna distinzione tra il piano religioso e quello politico, anzi la restaurazione della Chiesa passa attraverso l'azione politica". In pratica la riforma poteva anche aspettare e dovere del papa-re, come quello di qualsiasi altro principe del suo tempo, osserverà il cardinale Bellarmino, era conservare il potere anche ricorrendo se necessario alla guerra: quanto mai lontano appare l'evangelico ammonimento "Chi di spada ferisce, di spada perisce!".
E ricordiamole queste guerre benemerite, da quella con Venezia che, approfittando dello stato di rivolta esistente in Romagna contro Cesare Borgia, aveva occupato Faenza e Rimini. Mentre il Valentino, entrato in contrasto con il papa, si recava a Napoli, diventata possedimento spagnolo, nella speranza di trovare aiuti per riconquistare il suo ducato, e finiva invece prigioniero in Spagna, ove sarebbe morto, come già ricordato nella biografia di suo padre. Giulio II in un primo momento si limitò a lanciare contro la potente città lagunare semplici ammonimenti a titolo di rivendicazione. Riassoggettate poi Perugia e Bologna, liberate rispettivamente dalle signorie del Baglioni e del Bentivoglio, si fece sentire con più fermezza; ma di fronte alla tenace resistenza di Venezia, non riuscendo ad ottenere il riconoscimento dei suoi diritti con pacifiche trattative, divenne promotore di quella lega internazionale stipulata a Cambrai nel 1508, alla quale aderirono l'imperatore Massimiliano, Luigi XII, il re di Spagna e il duca di Ferrara.
Venezia, gravemente battuta ad Agnadello l'anno successivo, intuì che il pericolo era enorme per la sua stessa sopravvivenza; riuscì a spezzare l'alleanza, restituendo immediatamente al papa le città della Romagna e arrivando ad una pace che costituiva di per sé la premessa ad un'alleanza. Giulio II infatti non poteva ignorare l'importanza che la repubblica veneta aveva come baluardo difensivo contro il pericolo turco e nello stesso tempo era convinto che condizione fondamentale per assicurare allo Stato pontificio un'effettiva autonomia era quella di scacciare la dominazione francese dall'Italia; qui la sua strategia politica non fu particolarmente brillante. Gli eventi infatti che portarono a cacciare i Francesi ebbero per conseguenza la loro sostituzione con altri stranieri, gli Spagnoli.
E fu la Lega Santa al grido di "Fuori i barbari!", alla quale Luigi XII oppose un'alleanza con Firenze, il marchese di Mantova e il duca di Ferrara, il terzo marito di Lucrezia Borgia, ma soprattutto la convocazione di un concilio a Pisa nel settembre 1511, con nove cardinali dissidenti capeggiati dal Carvajal e dal Sanseverino. Il re di Francia mirava a creare lo scisma e in sostanza a deporre Giulio II; l'imperatore Massimiliano, irritato con il papa per il cambiamento dell'indirizzo politico, sembrava appoggiarlo proseguendo la guerra contro Venezia. Giulio II rispose con la convocazione di un concilio ecumenico a Roma per il 19 aprile 1512, dichiarando nullo quello di Pisa e scismatici i suoi aderenti, tutti colpiti dalla scomunica e deposti.
I cardinali ribelli restarono sulle loro posizioni finché Luigi XII li sostenne, ma quando la posizione dei Francesi si fece più precaria, traslocarono la loro miniassemblea prima a Milano, dove giunsero a decretare la sospensione del papa dalle sue funzioni, quindi ad Asti e infine a Lione, dove il "conciliabolo" si sciolse. I porporati avrebbero finito per chiedere perdono al nuovo papa Leone X ed essere reintegrati nelle loro dignità.

La Lega Santa veniva intanto sconfitta a Ravenna l'11 aprile 1512 dal grande Gastone de Foix e il papa vedeva svanire i suoi progetti; ma la morte del condottiero francese e l'apertura del concilio in Laterano, il XVIII ecumenico, il 3 maggio coincisero con un improvviso precipitare degli eventi in favore della Lega Santa. L'imperatore si decise a riconoscere il concilio aperto a Roma e abbandonò Luigi XII; nel giugno a Mantova i collegati si dividevano i frutti dell'ormai insperata vittoria e Giulio II otteneva Modena, Reggio, Parma e Piacenza, tolte al duca di Ferrara.
Alla luce di questi avvenimenti il concilio ecumenico Lateranense V ebbe un chiaro significato politico, e l'unico aspetto religioso di risalto fu l'approvazione della bolla contro la simonia emanata dal papa nel 1506, che poi Dio solo sa quanto sarebbe stata rispettata! Quel concilio fu l'ultima occasione che Roma ebbe per evitare la spaccatura che di lì a breve tempo si sarebbe avuta in seno al mondo cristiano occidentale con Lutero e invece "si risolse in una farsa", commenta amaramente il Molinari, né avrebbe mutato aspetto con Leone X che lo chiuse nel 1517. Fu un'altra prova che Giulio II con le sue guerre aveva proprio dimenticato le funzioni precipue di un papa, che dovevano ispirare pace e amore tra gli uomini e riconciliarli in una salda unità nella fede in Dio. 

Parecchie fortezze furono costruite da Giulio II (vedi quelle di Civita Castellana e di Ostia) ma la sua memoria è meglio assicurata dalla splendida facciata di S. Maria della Quercia presso Viterbo.


Giulio II, ritratto di Raffaello
Papa mecenate
L'altro aspetto che caratterizzò il pontificato di Giulio II fu il notevole impulso dato al mecenatismo, con lo scopo di abbellire Roma in un preciso piano urbanistico, che ebbe inizio con l'apertura della splendida via Giulia, (vedi anche via Giulia nelle incisioni del Vasi) la prima strada nella città tracciata ad andamento rettilineo. Tre artisti del Rinascimento lasciarono un'impronta incancellabile della loro genialità: Bramante, con il progetto del grandioso piano di ricostruzione del Vaticano, (sez. Vasi: S. Pietro) la cui messa in opera sarebbe stata coperta dal ricavato della promulgazione di quelle indulgenze, fonte di scandali irreversibili; Raffaello, con gli affreschi delle sale del palazzo di Niccolò V, quelle Stanze che da lui presero nome; Michelangelo, con le eccezionali opere nella cappella Sistina e il monumento funebre per il papa, da lui stesso commissionato. Questo mausoleo, che originariamente si trovava in S. Pietro, fu trasportato nella chiesa dei della Rovere, in S. Maria del Popolo, ed infine nella chiesa titolare del pontefice, S. Pietro in Vincoli (vedi S. Pietro in Vincoli nella sezione del Vasi); di esso fa parte la celebre statua del Mosè, in cui è raffigurato lo stesso Giulio II.
Il monumento fu completato dopo la morte del papa, avvenuta il 22 febbraio 1513, e risultò di proporzioni più modeste rispetto al progetto originario, ma ha pur sempre un suo aspetto grandioso: che fosse questo il "paradiso" che S. Pietro nell'anonimo opuscolo Julius exclusus a coelo consigliava a Giulio II di farsi edificare da un "vigoroso costruttore"? In quella pasquinata l'apostolo infatti non gli apre le porte del cielo, riconoscendolo colpevole di aver reso la Chiesa "schiava dei poteri terreni" e conclude amaramente che "da quando una simile peste la governa non c'è da meravigliarsi che capiti così poca gente lassù, nel paradiso".