218.

ADRIANO VI
Adriaan Florensz

Nato a Utrecht nel 1459

Eletto papa il 9.I.
e consacrato il 31.VIII.1522
Morto il 14.IX.1523

Conclave
Ci vollero ben 14 giorni di conclave, dal 27 dicembre 1521 al 9 gennaio 1522, per trovare un successore a Leone X; grande era il contrasto tra le due correnti prevalenti, l'una favorevole a Carlo V e l'altra a Francesco I. Favorito dell'imperatore era Giulio de' Medici, ma il re di Francia fece pervenire ai 39 cardinali un messaggio in cui minacciava uno scisma in caso fosse stato eletto il candidato imperiale; Enrico VIII d'Inghilterra premeva invece per il suo ministro, il cardinale Volsey.
Se non c'erano intrighi simoniaci, ce n'erano senz'altro di machiavellici, e indiscutibilmente la scelta del conclave appariva condizionata; a risolvere il problema ci pensò infine lo stesso cardinale de' Medici proponendo la candidatura apparentemente neutrale nella persona di Adriaan Florensz, vescovo di Tortosa. In realtà questo cardinale, assente al conclave e sconosciuto perlopiù nell'ambiente della Curia, era stato maestro di Carlo V e quindi la sua elezione risultò gradita all'imperatore.

I Romani, alla proclamazione di un pontefice straniero, si risentirono: accolsero i cardinali all'uscita dal Vaticano con fischi, insulti e sassate. In effetti quel conclave così lungo era stato seguito dal popolo con grande entusiasmo, intrecciando scommesse su questo e quel candidato, tra le quali va segnalata quella stabilita dalla cortigiana "Matrema non vole" che, secondo quanto ricorda la Masson, "avrebbe volentieri dormito con ogni uomo che le avesse dato cento ducati in cauzione, nel caso che fosse stato eletto papa il cardinale da lei indicato prima dell'elezione. In caso di altra elezione, "Matrema" avrebbe dormito tre notti gratis con l'uomo che aveva accettato la scommessa". Nessuno però si aspettava che la scelta cadesse su quell'olandese, così che la beffa fu doppia: un pontefice straniero e un totalizzatore che incamerò tutte le scommesse.
Vennero fuori "pasquinate" a spron battuto e tra di esse le più famose sono rimaste quelle dell'Aretino che durante il conclave e subito dopo l'elezione ne scrisse più di quaranta; quella che riporto di seguito rappresenta in chiari termini lo degli "sdegno" degli esclusi.

O del sangue di Cristo traditore,
ladro collegio, che 'l bel Vaticano
alla tedesca rabbia hai posto in mano, 
come per doglia non ti scoppia il cuore?

O mondo guasto, o secul pien d'errore, 
o fallace speranza, o pensier vano, 
caduto è a terra il gran nome romano 
e dato in preda al barbaro furore.

E se non è chi a vendicar si muova 
presto le nostre iniurie a parte a parte,
iniusto è, Pietro, chi t'onora e cole.

Qual pari indignitate o vecchia o nuova 
macchiò l'antique o le moderne carte? 
a torto adunque oggi risplende il sole.
Il neo eletto si trovava a Vittoria, in Biscaglia, quando gli giunse inaspettato l'annuncio: la città fu in festa, ma il nuovo papa disse subito che aveva "molte ragioni per essere afflitto" da tale nomina, cosciente della grave responsabilità a cui era chiamato: sapeva bene del disordine che regnava nello Stato pontificio e inoltre era convinto della necessità di una riforma per sanare i mali della Chiesa. Quando il 9 febbraio giunse a Vittoria Antonio d'Estudillo, segretario del cardinale Carvajal, decano del Sacro Collegio, a portargli ufficialmente la nomina, il Florensz accettò ma chiarì che lo faceva per obbedire alla volontà di Dio e non per ambizione di potere; era una risposta non convenzionale, che rispecchiava l'integrità dei suoi costumi.

Vita
Adriaan Florensz era nato a Utrecht nel 1459 da una famiglia di operai, ma aveva messo a frutto i suoi studi all'università di Lovanio, diventandovi docente, finché l'imperatore Massimiliano non lo scelse come pedagogo del figlio Carlo; nominato poi vescovo di Tortosa, aveva ottenuto da Leone X la porpora cardinalizia. Tardò a venire a Roma, trattenendosi fino alla Pentecoste a Saragozza, in attesa delle navi che l'avrebbero portato in Italia; nel frattempo Enrico VIII, Francesco I e Carlo V cercarono a turno di accattivarselo, invitandolo a passare alla loro corte prima di raggiungere Roma. Ma non si lasciò raggirare da nessuno: 1'8 luglio veleggiò verso Tarragona, evitò un ulteriore tentativo di abboccamento effettuato dall'imperatore e riprese il mare verso Barcellona e da lì a Livorno.
Il 27 agosto la flotta raggiungeva il porto di Civitavecchia; a Roma infieriva la peste e non si erano fatti preparativi di festeggiamento per il suo arrivo, perché si pensava che egli non volesse esporsi al pericolo del contagio. Invece il nuovo papa si diresse senza indugio verso la città, accolto dai soli cardinali a S. Paolo fuori le Mura, ai quali fece subito un discorso che indicava la severità dei suoi intenti; sapendo che compagnie di masnadieri provenienti dal meridione avevano invaso Roma, raccomandò ai porporati di non dare ospitalità a nessuno nei propri palazzi, in modo che la giustizia potesse fare il suo corso.
Una volta entrato in città, venuto a conoscenza che si stava per costruire un arco trionfale in suo onore, che sarebbe costato 500 ducati, ordinò che fossero subito sospesi i lavori; questo atto e il coraggio mostrato nel mettere a repentaglio la propria vita nell'epidemia dilagante fecero sì che improvvisamente il popolo accorse con entusiasmo alla sua incoronazione, che avvenne il 31 agosto 1522 sulla scalinata di S. Pietro, in una cerimonia senza alcuna pompa; assunse il nome di Adriano VI.

Papato
Ma l'entusiasmo durò poco; il giorno successivo all'incoronazione revocò tutti gli indulti dei cardinali, imponendo una rigorosa economia, e quindi sorse subito il malcontento nella Curia. Mise in chiaro che voleva con serietà operare la riforma e chiese a tutti i porporati un concreto aiuto in quest'impresa; la stessa vita di corte doveva tornare ad essere consona ad un ambiente ecclesiastico. Per cui, via tutti i parassiti e le belle donne, via poeti o buffoni che fossero.

E il malcontento, tramite questi ultimi, diventa voce di Pasquino. Da quando, nel 1501, era venuto alla luce presso palazzo Orsini, oggi Braschi, il torso di Parione è diventato "statua parlante": gli vengono affisse anonime satire maldicenti sul papa e su chi è ai vertici per screditarli. Sono infatti scritte da poeti su commissione di porporati, prelati e nobili esclusi dal potere: è voce curiale e non di popolo. Si racconta che il povero Adriano VI volesse fare a pezzi quel torso di statua alla quale i Romani attaccavano i loro versi contro di lui e gettarla nel Tevere; ne sarebbe stato dissuaso dal duca di Sessa, il quale, secondo quanto racconta il Giovio, "con ingegno civile e arguto, disse che ciò non si doveva fare, soggiungendo che Pasquino, ancora nel più basso fondo del fiume, a uso delle rane, non avrebbe taciuto".

Eppure Adriano VI non meritava tutto quell'odio, alimentato evidentemente dagli esclusi dai vertici del potere e non da precise circostanze legate alla persona del papa. Egli ebbe forse il "torto" di essere troppo rigoroso e cosciente del proprio dovere, e ad un popolo abituato a spensierate baldorie di feste paganeggianti quell'integrità morale non suonava bene.

Era profondamente preso dalla gigantesca opera di riforma che con responsabilità voleva intraprendere, ma il breve periodo che regnò non gli fu sufficiente, anche se, come nota il Seppelt, "forse neanche un pontificato più lungo sarebbe bastato per un radicale cambiamento delle corrotte situazioni esistenti da decenni e decenni". Sospettoso, oltretutto si fidò poco degli ecclesiastici italiani e si appoggiò principalmente a un connazionale, Wilhelm Enkenvoert, da lui nominato vescovo di Tortosa al suo posto e cardinale pochi giorni prima di morire; questo accrebbe lo stato di tensione in seno alla Curia, in una serie di malintesi che certo non fecero che incrementare le lamentele popolari.

Peraltro Adriano VI non mise nella gestione del potere alcun interesse personale e fu completamente immune da nepotismo; si racconta infatti che, essendo venuti a Roma alcuni parenti desiderosi di trovare ricchezze insperate, il papa "comandò ad essi di lavorare nei loro mestieri, perché egli non era divenuto papa per dare il patrimonio della Chiesa ai suoi". E agli ecclesiastici che reclamavano perché venivano giustamente privati di tanti emolumenti era solito ripetere: "Il papa deve ornar le chiese con i prelati e non i prelati con le chiese".

A livello internazionale concentrò tutti i suoi sforzi nel cercare di arginare il dilagare dell'eresia in Germania e nella Dieta di Norimberga, tramite un suo legato, esortò i principi tedeschi all'unità rispettando la messa al bando dall'impero di Lutero, tentando di coinvolgerli in una crociata contro i Turchi, che avevano conquistato Belgrado e minacciavano l'Ungheria; ma l'invito non fu ascoltato e il legato pontificio venne insultato. Tra i principi vi erano già numerosi luterani e l'ostentata neutralità del papa fu giudicata solo apparente e in sostanza filoimperiale.
Gli eventi precipitarono quando nel marzo del 1523 il papa scoprì dalla corrispondenza sequestrata al cardinale Soderini che Francesco I tramava per impadronirsi del regno di Napoli; il Soderini fu accusato dI alto tradimento e rinchiuso in Castel S. Angelo. Il re di Francia ruppe le relazioni diplomatiche col papa, che a questo punto si decise per un'aperta adesione alla lega imperiale con Enrico VIII e Venezia; ma Francesco I invadeva l'Italia quando Adriano VI improvvisamente si ammalava e moriva il 14 settembre 1523.

Per i Romani la sua morte fu una festa; alla porta del medico personale, Giovanni Antracino, fu apposta l'iscrizione "Liberatori Patriae S.P.Q.R.", ovvero "al Liberatore della Patria, il Senato e il Popolo Romano". Cardinali, impiegati di Curia, cortigiane, buffoni e parassiti si unirono ovviamente all'assurda euforia, fiduciosi di riguadagnare terreno con il nuovo papa.

Era stato sepolto provvisoriamente in S. Pietro tra Pio II e Pio III, e la "pasquinata" arrivò anche lì: "Hic jacet impius inter Pios", ovvero "Qui giace un non pio tra i Pii". Una semplice ma amara iscrizione, che ebbe comunque una degna e nobile risposta: "Qui giace Adriano VI, che ebbe la maggiore delle sventure, quella di regnare". A scriverla fu l'unico fedele amico su cui poté contare anche da morto, Wilhelm Enkenvoert; lui stesso provvide nell'agosto del 1533 a trasferire le sue spoglie in un grandioso mausoleo nella chiesa dei Tedeschi a Roma, S. Maria dell' Anima.