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ADRIANO VI
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Conclave
I Romani, alla proclamazione di un pontefice straniero, si risentirono:
accolsero i cardinali all'uscita dal Vaticano con fischi, insulti e sassate.
In effetti quel conclave così lungo era stato seguito dal popolo con grande entusiasmo,
intrecciando scommesse su questo e quel candidato, tra le quali va segnalata quella
stabilita dalla cortigiana "Matrema non vole" che, secondo quanto ricorda la Masson,
"avrebbe volentieri dormito con ogni uomo che le avesse dato cento ducati in cauzione,
nel caso che fosse stato eletto papa il cardinale da lei indicato prima dell'elezione.
In caso di altra elezione, "Matrema" avrebbe dormito tre notti gratis con l'uomo che
aveva accettato la scommessa". Nessuno però si aspettava che la scelta
cadesse su quell'olandese, così che la beffa fu doppia: un pontefice
straniero e un totalizzatore che incamerò tutte le scommesse.
Il neo eletto si trovava a Vittoria, in Biscaglia, quando gli giunse inaspettato l'annuncio: la città fu in festa, ma il nuovo papa disse subito che aveva "molte ragioni per essere afflitto" da tale nomina, cosciente della grave responsabilità a cui era chiamato: sapeva bene del disordine che regnava nello Stato pontificio e inoltre era convinto della necessità di una riforma per sanare i mali della Chiesa. Quando il 9 febbraio giunse a Vittoria Antonio d'Estudillo, segretario del cardinale Carvajal, decano del Sacro Collegio, a portargli ufficialmente la nomina, il Florensz accettò ma chiarì che lo faceva per obbedire alla volontà di Dio e non per ambizione di potere; era una risposta non convenzionale, che rispecchiava l'integrità dei suoi costumi.O del sangue di Cristo traditore, ladro collegio, che 'l bel Vaticano alla tedesca rabbia hai posto in mano, come per doglia non ti scoppia il cuore? O mondo guasto, o secul pien d'errore, o fallace speranza, o pensier vano, caduto è a terra il gran nome romano e dato in preda al barbaro furore. E se non è chi a vendicar si muova presto le nostre iniurie a parte a parte, iniusto è, Pietro, chi t'onora e cole. Qual pari indignitate o vecchia o nuova macchiò l'antique o le moderne carte? a torto adunque oggi risplende il sole. Vita
Papato
E il malcontento, tramite questi ultimi, diventa voce di Pasquino. Da quando, nel 1501, era venuto alla luce presso palazzo Orsini, oggi Braschi, il torso di Parione è diventato "statua parlante": gli vengono affisse anonime satire maldicenti sul papa e su chi è ai vertici per screditarli. Sono infatti scritte da poeti su commissione di porporati, prelati e nobili esclusi dal potere: è voce curiale e non di popolo. Si racconta che il povero Adriano VI volesse fare a pezzi quel torso di statua alla quale i Romani attaccavano i loro versi contro di lui e gettarla nel Tevere; ne sarebbe stato dissuaso dal duca di Sessa, il quale, secondo quanto racconta il Giovio, "con ingegno civile e arguto, disse che ciò non si doveva fare, soggiungendo che Pasquino, ancora nel più basso fondo del fiume, a uso delle rane, non avrebbe taciuto". Eppure Adriano VI non meritava tutto quell'odio, alimentato evidentemente dagli esclusi dai vertici del potere e non da precise circostanze legate alla persona del papa. Egli ebbe forse il "torto" di essere troppo rigoroso e cosciente del proprio dovere, e ad un popolo abituato a spensierate baldorie di feste paganeggianti quell'integrità morale non suonava bene. Era profondamente preso dalla gigantesca opera di riforma che con responsabilità voleva intraprendere, ma il breve periodo che regnò non gli fu sufficiente, anche se, come nota il Seppelt, "forse neanche un pontificato più lungo sarebbe bastato per un radicale cambiamento delle corrotte situazioni esistenti da decenni e decenni". Sospettoso, oltretutto si fidò poco degli ecclesiastici italiani e si appoggiò principalmente a un connazionale, Wilhelm Enkenvoert, da lui nominato vescovo di Tortosa al suo posto e cardinale pochi giorni prima di morire; questo accrebbe lo stato di tensione in seno alla Curia, in una serie di malintesi che certo non fecero che incrementare le lamentele popolari. Peraltro Adriano VI non mise nella gestione del potere alcun interesse personale e fu completamente immune da nepotismo; si racconta infatti che, essendo venuti a Roma alcuni parenti desiderosi di trovare ricchezze insperate, il papa "comandò ad essi di lavorare nei loro mestieri, perché egli non era divenuto papa per dare il patrimonio della Chiesa ai suoi". E agli ecclesiastici che reclamavano perché venivano giustamente privati di tanti emolumenti era solito ripetere: "Il papa deve ornar le chiese con i prelati e non i prelati con le chiese". A livello internazionale concentrò tutti i suoi sforzi nel cercare di arginare il dilagare dell'eresia in Germania e nella Dieta di Norimberga, tramite un suo legato, esortò i principi tedeschi all'unità rispettando la messa al bando dall'impero di Lutero, tentando di coinvolgerli in una crociata contro i Turchi, che avevano conquistato Belgrado e minacciavano l'Ungheria; ma l'invito non fu ascoltato e il legato pontificio venne insultato. Tra i principi vi erano già numerosi luterani e l'ostentata neutralità del papa fu giudicata solo apparente e in sostanza filoimperiale.
Era stato sepolto provvisoriamente in S. Pietro tra Pio II e Pio III,
e la "pasquinata" arrivò anche lì: "Hic jacet impius inter Pios",
ovvero "Qui giace un non pio tra i Pii". Una semplice ma amara iscrizione, che ebbe comunque una degna e nobile risposta: "Qui giace Adriano VI, che ebbe la maggiore delle sventure, quella di regnare". A scriverla fu l'unico fedele amico su cui poté contare anche da morto, Wilhelm Enkenvoert; lui stesso provvide nell'agosto del 1533 a trasferire le sue spoglie in un grandioso mausoleo nella chiesa dei Tedeschi a Roma,
S. Maria dell'
Anima.
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