Conclave
Ci vollero più di cinquanta giorni ai cardinali riuniti in conclave per scegliere il successore di Adriano VI; andava per la maggiore Giulio de' Medici, candidato di Carlo V fin dal precedente conclave, mentre il folto gruppo dei porporati francesi gli opponeva Alessandro Farnese. Ma più che altro erano determinanti per l'elezione i voti controllati da Pompeo Colonna, la cui famiglia era per tradizione ostile ai Medici; quando i due cardinali si accordarono, mettendo da parte rancori personali, l'elezione di Giulio de' Medici fu cosa fatta, ed esattamente il 19 novembre 1523.
Vita
Il neoeletto era nato a Firenze nel 1478, figlio di quel Giuliano rimasto vittima della congiura dei Pazzi; il cugino, Leone X, lo aveva nominato prima arcivescovo della sua città e poi cardinale. Per quanto giovanissimo, aveva messo in mostra ottime qualità diplomatiche ed economiche, come vicecancelliere della Chiesa di Roma, con un comportamento serio e apparentemente illibato in confronto a quello mondano e dissoluto del papa cugino; sicché la sua elezione fu salutata con entusiasmo, anche se certe aspettative si dimostrarono ben presto mal riposte, perché all'atto pratico Giulio de' Medici risultò incapace di risolvere con decisione i difficili problemi che dovette affrontare. Fu incoronato il 26 novembre 1523 e assunse il nome di Clemente VII.
Papato
Il nuovo papa iniziò alla grande, facendosi promotore di una pace universale; a questo scopo inviò presso i re di Francia, Spagna e Inghilterra come ambasciatore della sua iniziativa l'arcivescovo di Capua, Niccolò di Schomberg, ma la sua missione fallì. E così, quando nell'ottobre del 1524 Francesco I conquistò Milano, Clemente VII si allontanò dalla posizione filoimperiale e finì per aderire ad un'alleanza con Francia e Venezia nel gennaio del 1525. Quel patto assicurava alla Chiesa in prospettiva il possesso di Parma e Piacenza, offrendo garanzie per il dominio dei Medici in Firenze, mentre il papa dava libero passaggio per lo Stato pontificio alle truppe francesi che avrebbero puntato su Napoli.
Ma, un mese dopo, Francesco I a Pavia veniva sconfitto e fatto prigioniero e, di fronte alle sventure dell'alleato, Clemente si sentì perduto; mutando nuovamente la linea politica, nell'aprile strinse con il viceré di Napoli un'alleanza che tutelasse i diritti dello Stato della Chiesa e della casa Medici su Firenze, a contropartita delle pretese spagnole sul ducato di Milano. Il trattato avrebbe dovuto esser convalidato entro quattro mesi da Carlo V, che chiaramente a questo punto non poteva contare ciecamente su un alleato così mutevole. È un fatto che, mentre il papa batteva questa strada, in seno alla Curia prendeva consistenza di nuovo una grande alleanza antimperiale; essa venne a consolidarsi quando Francesco I, per essere liberato, dovette accettare le dure condizioni della pace di Madrid, nel gennaio del 1526, rinunciando a tutti i diritti sull'Italia.
Nel maggio si arrivò infatti alla "santa" léga di Cognac e il papa, sia pure dopo vari tentennamenti, si ritrovò alleato di Francesco I e Venezia, nonché di Francesco Sforza; e dire che Carlo V cercò ancora di riavere dalla sua Clemente VII, inviando nel giugno a Roma un'ambasceria, che rimase infruttuosa. Il papa in risposta espose in un "breve"una sorta di giustificazione della sua alterna posizione nell'intrico della politica internazionale, che si risolse in un'invettiva contro l'imperatore; questi ne ebbe giustamente abbastanza e nel settembre, in un documento ufficiale, lanciò violente accuse contro il papa definendolo "lupo", non "pastore", e minacciando la convocazione di un concilio ecumenico sulle questioni luterane.
Quello stesso mese il cardinale Pompeo Colonna, facendosi interprete di un risentimento da parte della Curia all'operato del papa e in appoggio alla posizione imperiale, sguinzagliò la sua soldataglia per Roma: il rione Vaticano veniva saccheggiato e la città intera finiva sotto il controllo del cardinale. Il papa dovette cedere, umiliandosi nella richiesta di un armistizio che avrebbe dovuto preludere ad un riallineamento dello Stato pontificio nelle file imperiali. Pompeo Colonna si ritirava indisturbato verso Napoli ma, una volta liberato dallo stato d:assedio, Clemente VII riprendeva le ostilità riconquistando alcune piazzeforti ai Colonna e destituendo il cardinale da tutte le sue dignità.
A questo punto il papa non poté più tirarsi fuori dalla politica filofrancese e quando l'anno dopo si ritrovò solo, senza aiuti militari, dal momento che anche il duca di Ferrara si era schierato dalla parte di Carlo V, con i Lanzichenecchi in marcia verso Roma, ne subì tutte le drammatiche conseguenze. Le schiere tedesche indisciplinate, che neanche il comandante Carlo di Borbone riusciva a tenere troppo a freno, ai primi di maggio procedevano sulla città avide di bottino; la somma ricavata dalla nomina di sei cardinali, che pagarono ben cara la propria dignità, fatta pervenire d'urgenza a Carlo di Borbone non riuscì a far cambiare idea alle truppe imperiali, che il 6 maggio 1527 attaccarono Roma.
Carlo di Borbone cadde nell'assedio e i Lanzichenecchi più che mai, senza una guida, si abbandonarono a un saccheggio rimasto memorabile per il flagello che procurò; uccisioni, stupri e vandalismi di ogni sorta determinarono la catastrofe della Roma rinascimentale, considerando che anche molte opere d'arte andarono distrutte. Non pochi interpretarono logicamente quel flagello come un castigo di Dio per la vita scandalosa condotta da papi ed ecclesiastici nel centro della cristianità. Fu per la sede di Pietro l'estrema amara ammonizione per un ritorno ai sani principi evangelici, che la riforma luterana ormai dilagante aveva con fermezza richiesto. La difesa del papa in Castel S. Angelo crollò il 5 giugno; una guarnigione imperiale vi entrò tenendo prigioniero Clemente per sette mesi. Dopo lunghi negoziati, il 6 dicembre iniziò l'evacuazione della fortezza: il papa dovette tirar fuori molto denaro e grazie alla compiacenza di alcuni ufficiali il giorno dopo riuscì a fuggire dalla città, lungo il "Passetto", travestito da venditore ambulante. Riparò ad Orvieto e quindi a Viterbo. Poté tornare a Roma solo nell'ottobre del 1528, ma era una città devastata e spopolata; per risanarne i mali ci sarebbe voluto del tempo e soprattutto una previdente strategia finanziaria, oltre ad un'immediata riconciliazione con Carlo V.
A questa si arrivò con il trattato di Barcellona nel giugno del 1529; la famosa "pace delle due dame" registrava una tregua tra Carlo V e Francesco I e prevedeva inoltrè il ripristino della signoria dei Medici in Firenze, nonché la restituzione allo Stato pontificio di diverse città perdute durante il saccheggio di Roma e in conseguenza delle sconfitte subite dalla lega di Cognac. Santificava la rinnovata alleanza tra papato e impero un matrimonio tra due "bastardi": l'infanta Margherita, figlia naturale di Carlo V, e Alessandro de' Medici, figlio naturale di Lorenzo duca d'Urbino, ma pubblicamente detto "figlio del papa", che riceveva il titolo di duca di Firenze. Peraltro Clemente incoronava Carlo imperatore romano il 24 febbraio 1530 nella chiesa di S. Petronio a Bologna; e fu l'ultima incoronazione fatta da un papa.
Ma nonostante la pace e tutte le apparenze, le relazioni tra Clemente VII e Carlo V non furono mai improntate ad una reciproca fiducia; anzi il papa, nell'ultimo periodo del pontificato, mostrò di riavvicinarsi alla Francia. Nell'ottobre del 1533 si recò a Marsiglia per benedire il matrimonio della pronipote Caterina con Enrico d'Orléans, secondo figlio del re di Francia, ma le nozze furono un'occasione per allacciare con Francesco I delle trattative, fino a un certo punto segrete, se arrivarono all'orecchio di Carlo V, che naturalmente si irritò.
Questo comportamento ambiguo di Clemente è imperdonabile e lo ha ben stigmatizzato il Berni in un epigramma:
Un papato composto di rispetti,
di considerazioni e di discorsi,
di più, di poi, di ma, di si, di forsi,
di pur, di assai parole senza effetti.
Ed evidentemente fu deleterio per la Chiesa di Roma, principalmente perché il. cattolicissimo Carlo V avrebbe potuto costituire l'unico concreto mezzo per frenare la riforma luterana; a riprova di ciò fa testo la prima Dieta di Spira del 1526, con la quale Carlo V, all'epoca in contrasto col papa, lasciò che il luteranesimo si diffondesse in Germania, riconoscendo tra l'altro il matrimonio dei preti. La seconda Dieta di Spira del 1529 in tempi più sereni tra Clemente e l'imperatore, pur annullando quanto deciso tre anni prima, non frenò certo l'ulteriore sviluppo della rivolta nei confronti di Roma; anzi i principi luterani, "protestanti" verso certe decisioni, ebbero il loro definitivo trionfo nella organizzazione della Chiesa luterana in forma di Chiesa di Stato con la Confessione d'Augusta del 1530.
Se si aggiunge a tutto questo il fatto che poco tempo dopo la morte di Clemente VII anche l'Inghilterra si separò da Roma con la costituzione della Chiesa anglicana, si può ben capire come questo papa abbia mostrato tutta la sua incapacità ad arginare una situazione ormai catastrofica su un piano religioso. Certo non avrebbe avuto senso neanche la proclamazione di un giubileo, nel 1525, con quelle indulgenze ormai così malfamate e poco benedette; e invece con una gran faccia tosta Clemente VII si accinse a rinnovare certe pratiche sull'eco della giusta protesta di Martin Lutero. E fu una burla come faceva capire Francesco Berni:
Dunque chi si ha a chiarire
dell'immortalità di vita eterna,
venga a Firenze, nella mia taverna.
Proprio da questo punto di vista religioso appare calzante il Ranke nell'affermare che Giulio de' Medici "è stato il più sventurato di tutti i papi che siano mai saliti sul trono romano" finendo per lasciarlo, alla sua morte, "infinitamente scaduto in reputazione, senza autorità né spirituale né terrena". I Romani di allora non potevano non condividere un simile giudizio come conferma la seguente "pasquinata":
Te regnante su questa afflitta Roma,
onde, fiamme, ruine e pestilenza
si rovesciaron sì che l'ebber doma.
Eppur, né di clemenza o d'inclemenza
nume t'appellerò, ché in te l'averno
delle Erinni ha raccolto ogni potenza.
Vuol ch'io ti nomi? Ebbene, in te discerno
rapina, incendio, inondazione e peste
di Roma: onde su te fia obbrobrio eterno.
Certamente con il flagello del saccheggio i Romani toccarono il fondo delle conseguenze della disastrosa politica attuata da questo papa e non potevano che lagnarsene; come pure non sopportarono allegramente le nuove pesanti imposizioni fiscali a cui Clemente VII dovette ricorrere per risanare in qualche modo la situazione. E dire che di alta finanza se ne intendeva; basti pensare all'istituzione nel 1526 del Monte della Fede, "il primo debito pubblico", come ha notato Mario Caravale, con "caratteri di grande rilievo e modernità che pongono la Chiesa all'avanguardia del mondo europeo sotto il profilo degli strumenti della finanza straordinaria".
Fu quindi più un esperto di economia che di politica in senso ampio, certamente incapace di espletare tutte le funzioni proprie di un sovrano; a suo merito va peraltro ricordato che, conforme alle tradizioni della famiglia, proseguì l'opera di mecenate, quando gli fu possibile indirizzare verso l'arte alcune delle entrate. Ebbe così notevole incremento la biblioteca Vaticana, procedette la costruzione della basilica di S. Pietro, fu terminato il cortile di S. Damaso e, proprio poco tempo prima di morire, il papa dette a Michelangelo l'incarico di affrescare la parete di fondo della cappella Sistina con il Giudizio Universale, che sarebbe stato completato sotto Paolo III.
Clemente VII morì il 25 settembre 1534 e fu sepolto in S. Maria sopra Minerva,
in un mausoleo disegnato da Antonio da Sangallo, proprio di fronte a quello di Leone X.