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PAOLO III
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Conclave
Fu un conclave di appena due giorni quello che portò all'elezione del successore di Clemente VII; il 12 ottobre 1534 fu eletto il cardinale Alessandro Farnese, la cui candidatura s'impose subito per la sua indipendenza tra le due correnti imperiale e francese e per una certa autorità che il porporato aveva in seno al Sacro Collegio con un'anzianità di servizio di ormai 40 anni. A destra Paolo III ritratto da Tiziano Vita
Papa
Naturalmente s'impegnò anche in un nepotismo sfrenato e le sue maggiori preoccupazioni nell'amministrazione del potere furono quelle di rendere sempre più grande il casato dei Farnese. Cominciò col nominare cardinali due nipoti: Alessandro, figlio quindicenne di Pier Luigi, e Ascanio, figlio sedicenne di Costanza, andata sposa a Bosio Sforza, conte di Santa Fiora. Il primo si rivelò con gli anni un gran mecenate, portando a termine i lavori dei palazzi Farnese a Roma e Caprarola, iniziati dal nonno, e affidati ambedue prima ad Antonio da Sangallo e quindi al Vignola, e facendo edificare la chiesa del Gesù. Il secondo, comunemente detto cardinale di Santa Fiora, non fu da meno del cugino, facendo costruire in S. Maria Maggiore la cappella dell'Assunta su disegno del Buonarroti. Furono elevati alla porpora cardinalizia anche il fratello più piccolo di Alessandro, Ranuzio, e il fratellastro di Costanza; ma chi usufruì maggiormente dei favori di Paolo III fu naturalmente Pier Luigi, probabilmente il primogenito del pontefice, che ripeté per lui i soprusi compiuti da Alessandro VI per il Valentino ai danni dello Stato pontificio. Paolo III innanzitutto lo nominò gonfaloniere della Chiesa e comandante supremo delle truppe pontificie; poi creò appositamente per lui un piccolo ducato con capitale Castro, conferendoglielo come feudo ereditario, con l'aggiunta del governo perpetuo di Nepi e della contea di Ronciglione e Caprarola. Infine nel 1545 gli affidò le città di Parma e Piacenza, separando anche queste dallo Stato pontificio, del quale oltretutto solo da poco erano entrate a far parte: nasceva così quel ducato che sarebbe rimasto ai Farnese per circa due secoli. Ma Pier Luigi non aveva l'abilità machiavellica di un Cesare Borgia e il suo governo tirannico creò il malcontento tra i sudditi del ducato; nel 1547 egli restò vittima di una congiura guidata da Giovanni Anguissola, ma ordita dai Gonzaga e approvata dall'imperatore, considerando che Pier Luigi attuava una politica filofrancese. Crivellato di pugnalate fu gettato dalla finestra del suo palazzo per aizzare il popolo alla rivolta; Piacenza sarebbe finita in mano ai Gonzaga, ma il figlio di Pier Luigi, Ottavio, accorso prontamente da Roma a Parma, sarebbe riuscito a mantenere il controllo di questa città. Ottavio fu appunto l'altro Farnese beneficiato da Paolo III in veste di nonno; appena quattordicenne, fu unito in matrimonio alla diciannovenne Margherita d'Austria, vedova di Alessandro de' Medici, costretta ad un secondo matrimonio in chiave politica, visto che fu fortemente voluto dal padre Carlo V; questi intendeva così legare a sé il pontefice, il quale a sua volta contava di elevare a ranghi di eccelsa nobiltà il suo casato. Margherita "non amava Ottavio Farnese e non lo riteneva degno dei suoi natali", ricorda il Castiglioni, "nonostante che Paolo III accumulasse sulla persona del nipote onori, cariche e ricchezze. Per accontentare il padre, la sposa il 4 novembre deve aver sussurrato il sì sacramentale, per quanto in seguito ella sostenne di non averlo detto. Sprezzava talmente il suo novello sposo che non voleva neppure convivere maritalmente con lui. La discordia fra i due sposi, i quali, al dire del cardinale Lenoncourt, si guardavano come cane e gatto, divenne di pubblico dominio presso i Romani, che se ne facevan le beffe allegre". Vale per tutte la seguente "pasquinata" latina che in volgare suona così: Ma Paolo III era molto addolorato per questo e si dava da fare presso l'imperatore con penose trattative chiacchieratissime sempre dai Romani che, tramite Pasquino, dettero credito a senili amori pontifici con Margherita. Ecco infatti come risponde la famosa statua parlante al collega Marforio che gli chiede di aiutarlo a trovare qualche mula da "cavalcare a guisa di dottore":o tu poveraccia che sei unita a un troppo giovane marito, che fai nel silenzio della notte nel letto solitario? Come penso, soffri, perché la tua messe è in erba con quel cazzo piccolino che t'angoscia l'anima. Eppure questo papa, "a cui l'amore va di sua casa divorando il cuore", secondo un altro verso di Pasquino, appunto perché "rimasto schiavo, nella sua vita personale e nel suo nepotismo, delle consuetudini laiche e profane del Rinascimento", secondo le parole del Seppelt, ebbe "cuore" per la riforma; egli si rese conto delle necessità della Chiesa e s'impegnò concretamente per porvi riparo, anche se poi finì per tradire tante aspettative negli ultimi anni del pontificato, coinvolto in una serie di intrighi politici dal figlio Pier Luigi e dal nipote Ottavio, che gli alienarono il suo alleato Carlo V.Non t'impicciar di mule, ché son care: il Santo Padre n'ha comprata una, trecentomila l'han fatta pagare. Poi tiran sempre calci, e questa è una che, non avendo buon cavalcatore, a gran pena si lascia cavalcare. Punti di riferimento precisi della sua opera a favore della riforma furono prima di tutto il sostegno dato agli antichi Ordini religiosi e l'approvazione dei nuovi: i Teatini, i Somaschi, i Barnabiti, i Cappuccini e, soprattutto, i Gesuiti di Ignazio di Loyola, che avrebbero avuto un'importanza determinante nel cattolicesimo dell'epoca moderna e contemporanea, diventando in diversi periodi una sorta di braccio destro della politica ecclesiastica pontificia. Il concilio di Trento L'altro merito di Paolo III è quello di aver convocato il concilio di Trento, ufficialmente aperto il 15 dicembre 1545, con il compito di eliminare lo scisma della Chiesa d'Occidente e di attuare una lotta comune dei popoli cristiani contro i Turchi. Questo XIX concilio ecumenico fu di un'importanza forse senza precedenti, ma se da un lato mise in chiaro con fermezza i punti dogmatici della dottrina cattolica, che erano necessari per sanare la corruzione ormai incallita, dall'altro non riuscì a recuperare i seguaci del luteranesimo e la Chiesa anglicana, determinando quindi un'insanabile frattura in seno al mondo cristiano. Le decisioni importanti prese in quel primo periodo del concilio si riferiscono al campo della fede e della disciplina ecclesiastica; partendo dal decreto dell'obbligo d'interpretare la Sacra Scrittura in conformità con il giudizio della Chiesa, in opposizione quindi al "libero esame" dei luterani, si fissarono esattamente i concetti della grazia divina e della libertà umana, nonché la dottrina dei sacramenti, proclamando in particolare quelli del battesimo e della cresima. Parallelamente, nel campo della riforma, si definirono le qualità necessarie in un candidato all'episcopato, regolando il conferimento dei benefici. Poi, improvvisamente, lo scoppio della guerra tra Carlo V e la lega di Smalcalda minacciò di compromettere la continuazione del concilio; il papa, che entrava in contrasto con l'imperatore anche a causa del figlio Pier Luigi, cominciò a pensare di trasferire l'assemblea dalla città tedesca e "imperiale" di Trento in una dello Stato pontificio. I prelati italiani manifestarono una grande stanchezza per l'attività conciliare e i legati di Paolo III proposero in termini precisi all'assemblea il trasferimento a Bologna, giustificandolo con lo scoppio a Trento di alcuni casi di tifo petecchiale; era chiaramente una scusa, ma comunque la proposta fu approvata l'11 marzo 1547. E questo fu un grave errore, che compromise in maniera determinante una riforma generale, a cui aderissero anche i luterani, aumentando al contrario i termini già netti dello scisma. Carlo V protestò giustamente per la decisione del trasferimento; la sua vittoria sulla lega di Smalcalda avrebbe potuto portare i protestanti a più miti consigli, dando concrete possibilità ad un loro ritorno in seno alla Chiesa di Roma. Crollava invece così la speranza nutrita sempre dall'imperatore di far partecipare al concilio i protestanti, perché questi non sarebbero mai intervenuti ad un'assemblea convocata in una città dello Stato pontificio.
L'Inquisizione Una iniziativa che preludeva a questo irrigidimento della posizione pontificia fu l'istituzione nel 1542 della Santa Romana e Universale Inquisizione, che aveva proprio lo scopo di mantenere incontaminata da errori la fede cattolica, punendo severamente chi persistesse nell'eresia. Presieduta da una commissione di sei cardinali, che ebbe poi il nome abituale di Sant'Uffizio, questa istituzione trovò i suoi primi ferventi propugnatori in Ignazio di Loyola e Gian Pietro Carafa, il futuro papa Paolo IV. "Da principio questo tribunale era moderato e clemente, in conformità con la natura di Paolo III", come osservava il cardinale Girolamo Seripando, che pure doveva riconoscere già allora con grande obiettività che "più tardi invece, quando aumentò il numero dei cardinali che lo dirigevano e si rafforzò sempre più la giurisdizione dei giudici, ma soprattutto per la durezza umana di Carafa, questo tribunale acquistò una tale rinomanza, per cui si diceva che in nessun luogo si pronunciavano sulla terra sentenze più terribili e orribili". Roma con Paolo III comunque non restò legata solo all'Inquisizione, perché è anche merito di questo pontefice aver ridato alla città un volto, dopo le vicende del saccheggio del 1527; a parte quanto fecero i suoi nipoti, va segnalato il lavoro di fortificazione delle mura affidato ad Antonio da Sangallo per rispondere alle nuove necessità militari imposte dagli sviluppi dell'artiglieria., anche se ci si allontanò dall'ampiezza del piano preventivato, finendo per limitarsi alla Città Leonina. Si può vederne lo stemma nella Pianta 4-39/F8 del Letarouilly. Stemma che del resto compare più spesso su fortezze (vedi le magnifiche Civitavecchia e Viterbo) e palazzi (vedi il balcone del loro palazzo in Via Giulia) che sulle chiese. Su questo Palazzo compare anche il famoso stemma ritratto da Juvarra; un altro è in Piazza del Campidoglio. Il Sangallo costruì anche la cappella Paolina e la Sala Regia nel palazzo Vaticano. A Michelangelo invece, che completò gli affreschi della cappella Sistina con il suo Giudizio universale e restaurò il Campidoglio con la piazza e la sistemazione in essa della statua equestre di Marco Aurelio, fu affidata la direzione della Fabbrica di S. Pietro. Furono così modificati i piani precedenti, compreso quello del Bramante, e venne definendosi la struttura della basilica con la grandiosa cupola. Paolo III morì il 10 novembre 1549 e fu sepolto in S. Pietro in un mausoleo, opera di Guglielmo della Porta, che fu puntualmente colpito da Pasquino: In questa tomba giace un avvoltoio cupido e rapace. Ei fu Paolo Farnese, che mai nulla donò, che tutto prese. Fate per lui orazione: poveretto, morì d'indigestione. |