S. Francesca Romana
(S. Maria Nova)
Rione Campitelli, piazza di S. Francesca Romana

La sua denominazione originaria è Santa Maria Nova ma tutti la conoscono con il nome della veneratissima santa romana che vi fu sepolta nel 1440.
Come per la chiesa dei SS. Cosma e Damiano, un tempo vi si accedeva dalla via Sacra, adesso è raggiungibile dal Clivio di Venere e Roma, all'angolo tra Via dei Fori Imperiali e Piazza del Colosseo. Sorge al sommo della collinetta della Velia, tagliata in due dall'apertura di Via dei Fori Imperiali.

Storia

Gli Atti di Pietro, apocrifi, narrano che Simon Mago sfidò gli apostoli Pietro e Paolo con la dimostrazione dei propri poteri soprannaturali volando al cielo dall'altura della Velia alla presenza dell'imperatore Nerone, ma la preghiera di Pietro vanificò la sua magia e Simon Mago precipitò, morendo. Sulla pietra sarebbero rimaste le impronte delle ginocchia dell'Apostolo in preghiera: i silices apostolici.
In ricordo dell'evento miracoloso il papa Paolo I, attorno al 760, volle costruire un oratorio dedicato a Pietro e a Paolo, dove furono collocati i silices. L'oratorio sorgeva sulle gradinate verso il Foro del Tempio di Venere e Roma (sec. II d.C.). Verso la metà del IX secolo, su una cella del Tempio papa Leone IV eresse una nuova chiesa che incorporò l'antico oratorio e che, arricchita e ampliata, assunse la denominazione di S. Maria Nova, dopo che Gregorio V (996-999) vi ebbe trasferito il culto e il titolo di diaconia dalla sede di S. Maria Antiqua, ormai in abbandono. Allo stesso pontificato risale anche la traslazione dei corpi dei martiri Nemesio, Esuperia, Simpronio, Olimpio, Lucilla e Teodulo, e probabilmente la costruzione dell'edificio destinato al monastero dove, tra il 1061 e il 1119 risiedettero i Canonici Regolari di San Frediano di Lucca, poi fino al 1351 i Canonici Lateranensi.
Un radicale restauro della chiesa si ebbe attorno alla metà del XII secolo con interventi riguardanti soprattutto la zona absidale che venne arricchita di mosaici, oltre all'edificazione della torre campanaria e del chiostro; promotore dei lavori fu papa Alessandro III che nel 1161 riconsacrò la chiesa. Il tetto fu ricostruito negli anni del pontificato di Onorio III (1216-1227).
Nel 1352, per volontà del cardinale Pierre Roger de Beaufort, la chiesa fu affidata ai Benedettini della Congregazione di Monte Oliveto, che tuttora la officiano; e fu proprio Pierre Roger de Beaufort, una volta divenuto papa con il nome di Gregorio XI, a dotare il monastero di un nuovo chiostro nel 1371.
Fin dagli inizi del XV secolo S. Maria Nova divenne il punto di riferimento dell'esperienza religiosa di Francesca di Paolo de Buscis (s. Francesca Romana) che vi fece l'oblazione nel 1425, con le sue prime compagne, e vi fu poi sepolta nel 1440 nella cripta.

La completa trasformazione di Santa Maria Nova risale al XVII secolo; in quell'occasione la chiesa venne intitolata anche a s. Francesca Romana.
Il prospetto precedente era costituito da un portico con sei colonne ioniche che sorreggevano un architrave con edicola centrale dedicata alla Vergine e dalla facciata rivestita di mosaici, con tre finestre ad arco e rosone nel timpano. Così compare in un episodio del ciclo di affreschi raffiguranti le Storie della vita di s. Francesca Romana (1468) nel monastero di Tor de' Specchi e in numerose vedute del Foro del XVI secolo.

Nel secolo XVII la chiesa subì profondi restauri, tra cui l'erezione della facciata attuale, opera di Carlo Lombardi (1615).

La chiesa, con il suo complesso conventuale, occupa parte dell'area del tempio di Venere e Roma, eretto dall'imperatore Adriano, che era costituito da due celle absidali contrapposte, quella della dea Roma ancora visibile all'interno del convento degli Olivetani. Il monastero, dal lato verso Via dei Fori Imperiali, conserva l'aspetto medievale, con tratti di muratura di diversi periodi. Da qui inoltre si ha la miglior vista del bellissimo campanile romanico, risalente ad Alessandro III (1159-1181), che conserva ancora molte delle croci in porfido e dischi policromi di maiolica, di origine araba, che lo facevano risplendere a distanza, come molti altri della città. Dal lato verso il palatino, invece, il convento è una ricostruzione operata in stile neoclassico da Giuseppe Valadier nel 1816, demolendo tra l'altro una torre medievale che si appoggiava all'arco di Tito (dal Valadier ricostruito, più che restaurato). Con l'applicazione delle leggi sull'alienazione dei beni ecclesiastici questa parte fu assegnata allo Stato italiano ed è oggi in parte sede della Soprintendenza archeologica di Roma e dell'Antiquarium del Foro.

Visita

L'interno a navata unica con cappelle laterali, ha un soffitto a cassettoni settecentesco. Il pavimento è stato rifatto nel 1952, ma conserva frammenti di opera cosmatesca nell'area corrispondente all'antica schola cantorum e nel transetto. Nel vestibolo dell'ingresso laterale che occupa lo spazio di una cappella sono due monumenti funebri quattrocenteschi, opera di Paolo Taccone e Mino del Reame: quello del cardinale Martino Vulcani, titolare di S. Maria Nova (+ 1394), è un raro esempio di scultura tardogotica a Roma.
La confessione è su disegno del Bernini (1644-1649), decorata con preziose colonne di diaspro. 

Sul pavimento, entro una cornice marmorea lungo la quale corre l'iscrizione sepolcrale, è la lastra tombale del cardinale Francesco Uguccioni Brandi, urbinate, nominato titolare dei Ss. Quattro Coronati (+1412).

Sull'altare maggiore del sec. XIX, è collocata l'icona della Madonna con il Bambino (sec. XIII) secondo la tradizione proveniente dalla Terrasanta. Il restauro del 1949 ha rivelato, sotto la pittura duecentesca, un più antico dipinto ad encausto raffigurante la Madonna Glycophilousa (sec. VII) che, staccato e trasferito su tavola, è oggi conservato nella sagrestia (vedi sotto).
Il mosaico absidale, la Madonna col Bambino e i santi Giacomo, Giovanni, Pietro e Andrea, è tradizionalmente assegnato al 1160 (sebbene non si escluda una datazione di poco più tarda) e rivela elementi comuni ai mosaici di S. Clemente e di S. Maria in Trastevere.

Dal presbiterio si può accedere alla retrostante cripta, dov'è la tomba di S. Francesca Romana, sistemazione ottocentesca di Andrea Busiri Vinci (1867-1869). Nel 1649 il Bernini collocò nella chiesa una statua di bronzo dorato della santa, scomparsa poi durante l'occupazione napoleonica: quella che vediamo oggi, nella foto a destra, è una copia di Giosuè Mieli.

Sul lato sinistro del transetto, si apre in basso una piccola nicchia con i resti di una Crocifissione, affresco del X- XI secolo.

Dal transetto, in fondo alla navata sinistra, si accede alla sacrestia passando attraverso un breve corridoio con frammenti di marmi antichi e altomedievali, collocati lungo le pareti. Nella sacrestia è conservata l'immagine della Vergine Glykophilousa, preziosissima icona risalente al VI o forse addirittura al V secolo; ritrovata nel 1949 sotto l'immagine dell'altar maggiore durante un restauro e probabilmente proveniente dalla chiesa palatina di S. Maria Antiqua, l'icona, forse in origine possesso della famiglia imperiale a Bisanzio, è la più antica immagine mariana devozionale di Roma se non di tutto il mondo cristiano. Nella sagrestia vi sono anche altri quadri notevoli, tra cui la Madonna in trono con bambino e santidi Girolamo da Cremona (1523), il Ritratto di Paolo III, probabilmente di Perin del Vaga, il Miracolo di San Benedetto, di Pierre Subleyras (1744) e Cristo e un angelo, forse proveniente dal transetto.

Sulla parete destra del transetto, sotto la cantoria e dietro una grata, sono conservati i silices apostolici: originariamente erano un'unica pietra, infissa sopra un altare da dove, spezzatasi accidentalmente nel 1899, venne divisa e trasferita nel luogo attuale. I Silices Apostolici costituiscono una delle più curiose reliquie che Roma possa vantare. Sono, infatti, le impronte delle ginocchia di S. Pietro (nella foto qui a sinistra), impresse quando il santo pregò il Signore di far fallire il volo di Simon Mago (un avversario di Pietro e un anticristo, che, seppur convertito al cristianesimo, non aveva abbandonato le pratiche magiche di cui era esperto: in questa occasione stava, appunto, sfidando Dio) che, difatti, cadde e morì poco distante. Il primo oratorio di S. Maria Antiqua fu costruito proprio in questo luogo a ricordo dell'evento miracoloso.

Nella prima cappella della navata sinistra, una bella Natività, tela di Carlo Maratta.

La parte ottocentesca del convento ospita oggi l'Antiquarium del Foro Romano, e vi si può vedere un bel chiostro del Quattrocento.

E' simpatica tradizione romana che il 9 marzo di ogni anno (ossia la ricorrenza della sua morte) una folla di autoveicoli si raduni nelle vicinanze della chiesa per ricevere la benedizione: Francesca è infatti la patrona degli automobilisti.