Secondo un'antica tradizione la basilica di S.
Maria in Trastevere sorgerebbe in una zona ove si trovava, in epoca
classica, una taberna meritoria in cui si riunivano i soldati
andati in pensione dopo una lunga ferma. In essa, nell'anno 38 a.C.,
sarebbe scaturito l'olio dalla
terra, olio che continuò a scorrere per
tutto un giorno senza interruzione. Il fenomeno, certamente di
origine vulcanica - una breve eruzione di petrolio - è ora spiegabile
scientificamente; infatti anche recentemente, poco prima e durante la
costruzione dei lungotevere, lungo le sponde del fiume sono state notate
fughe di gas dal caratteristico odore di petrolio; ma gli Ebrei, che
numerosissimi allora abitavano in Trastevere, interpretarono l'accaduto
come un segno premonitore della venuta del Messia, e questa credenza è poi
passata ai Cristiani che vi hanno visto anche la grazia del Cristo che
avrebbe salvato le genti. L'iscrizione fons olei che si legge sotto
il presbiterio della basilica sta ad indicare appunto il luogo ove sarebbe
avvenuta l'improvvisa eruzione di petrolio.
Oltre che all'avvenimento
miracoloso, la chiesa trasteverina è legata anche alla memoria di Callisto
(217-222), il santo pontefice che, secondo la tradizione, avrebbe qui
raccolto la comunità cristiana per celebrare il culto in una chiesa
domestica (domus ecclesiae), poi trasformata da papa Giulio I
(337-352) in una grande basilica, forse la prima chiesa di Roma dedicata
alla Vergine. Adriano
I (772-795) restaurò e ingrandì la chiesa aggiungendovi le navate
laterali e Leone
III (795-816) l'arricchì di doni. Gregorio
IV (827-844) vi apportò profondi mutamenti: sopraelevò il
presbiterio di circa un metro e mezzo rispetto al piano della navata,
sistemando i banchi del clero lungo il muro dell'abside davanti alla quale
pose l'altare maggiore (che prima stava non nel presbiterio ma allo stesso
livello della navata, più avanti verso la porta, quasi in mezzo al
popolo); vi costruì davanti una recinzione presbiteriale aperta al centro
per consentire ai fedeli la vista del celebrante. L'altare fu coperto
da un ciborio e sotto di esso fu scavata la confessione ove furono riposti
i corpi dei martiri Callisto, Calepodio e Cornelio (qui traslati già nel
sec. VIII), venerati dai fedeli attraverso la fenestella
confessionis aperta al centro fra le due rampe di scale che
permettevano l'accesso al presbiterio. Il papa fece costruire inoltre la
schola cantorum, la cappella del Presepio e un monastero per il
clero addetto al culto della basilica. Benedetto
III (855-858) ricostruì l'abside rovinata dal terremoto dell'847 e
rinnovò il portico, il battistero e la sacrestia.
Innocenzo
II (1130-1143), della famiglia trasteverina dei Papareschi,
riedificò la chiesa dalle fondamenta (o, quanto meno, ne completò la
riedificazione avviata dal suo avversario, l'antipapa Anacleto II): vi
aggiunse il transetto, rinnovò l'abside, che fece ornare con splendidi
mosaici, e la cappella del Presepio con lo stesso materiale del sec. IX,
dedicandone l'altare. Completata forse nel 1148, la ricostruzione si giovò
di materiali provenienti dalle terme di Caracalla (o forse dall'Iseo
Campense), come per esempio i capitelli, le colonne di granito e le basi
di alcune colonne della navata. Innocenzo II morì prima che l'edificio
venisse completato, ma lasciò i denari per portare a compimento la chiesa.
Ulteriori lavori furono eseguiti da Eugenio
III (1145-1153) che fece innalzare la torre campanaria, e da Alessandro
III (1159-1181) che finalmente consacrò il tempio. In seguito
la chiesa subì ulteriori restauri e numerose modifiche, specie alla fine
del '500 durante i lavori fatti fare dal card. Marco Sittico Altemps.
Tuttavia, nonostante tutte queste modifiche, l'edificio attuale è
sostanzialmente ancora quello eretto da Innocenzo II. È certamente la più
riuscita ed armoniosa opera dell'architettura romana dei secoli XI-XIII,
tanto profondamente permeata da un sentito, rinascente classicismo, che
aveva come primarie fonti d'ispirazione religiosa ed artistica l'antico S.
Pietro e S. Maria Maggiore.
Il campanile
a destra della facciata è coevo alla ricostruzione della prima metà del sec. XII e fu rimaneggiato
nel '600.
Il portico è a cinque arcate chiuse da cancelli disegnati da
Carlo Fontana nel 1702, che modificò anche la parte
alta della facciata, rimaneggiata ancora nell’Ottocento, quando il frontone decorato
fu restaurato dal pittore
Silverio Capparoni con affreschi, ora in gran parte svaniti. Sotto al
frontone, lo sguscio di protezione è decorato con un grande mosaico
raffigurante la Madonna in trono con il Bambino, ai piedi della
quale sono inginocchiati i due donatori; ai lati, due teorie di
sante con una lampada in mano. Il mosaico è stato eseguito da varie
mani in epoche diverse. Le otto figure centrali (Madonna con il
Bambino, i due donatori e le quattro vergini più vicine
a destra e a sinistra) sono le più antiche, eseguite nel sec. XIII; più
tarde sono le tre ultime sante a destra, l'ultima delle quali e più
recente e di mano diversa dalle altre due. Le rimanenti tre a sinistra
sono state eseguite per ultime, ma comunque non più tardi dell'inizio del
sec. XIV. La facciata aveva in origine tre finestre centinate che
furono fatte chiudere nel sec.XVII, sostituite con una grande, quadrata,
al centro, ed una circolare nel timpano. La forma attuale della facciata
si deve al Vespignani che, distrutte tutte le finestre, sia quelle
esistenti che quelle riemerse durante i restauri, vi aprì le tre attuali
centinate, tra le quali vi furono affrescate, sempre dal Capparoni
quattro palme e le pecore pascenti e ai lati, sui muri
inclinati che coprono i tetti delle navate laterali, le città di
Gerusalemme e Betlemme.
All’interno del portico si conservano resti pittorici di una più antica
decorazione e una ricchissima
collezione di epigrafi e decorazioni marmoree che rendono l'ambiente simile ad un piccolo museo:
fu costituito nel
sec. XVIII dal canonico Marcantonio Boldetti, che recuperò molto materiale
anche dai cimiteri sotterranei. Tra i frammenti scultorei infissi nel
portico e nell'ingresso di destra alla chiesa si ricordano resti di plutei
dell'antica basilica, transenne ad incroci rettilinei e borchie centrali
(fra la porta centrale e quella di sinistra), un'altra con paraste
reggenti una trabeazione ed arcature negli spazi intermedi del sec. IV
(parete sinistra del portico), un pluteo ad annodature circolari e
cornici, ed altri con foglie d'acanto, viticci e bacche di papavero dei
sec. VII-VIII, uno con gigli centrali e altri con pavoni che bevono in un
vaso, del sec. IX (fra la porta di sinistra e quella centrale). Fra i
frammenti di sarcofagi cristiani ce n'è uno (sec. XI-XII) con un leone
passante (parete sinistra), simbolo usato per indicare un sepolcro di
un personaggio illustre, forse un progenitore della famiglia Papareschi o
Stefaneschi. Addossato al quarto pilastro del portico, da destra, si
trova il cippo che conteneva le ceneri di Innocenzo
II e l'epigrafe tombale in caratteri gotici con la data 1148
anziché 1143 (anno in cui morì il papa). La data 1148 si riferisce
probabilmente al trasferimento delle spoglie del papa da questa chiesa a
S. Giovanni. Quando nel 1308 avvenne la seconda traslazione della
sepoltura a S. Maria in Trastevere, l'epigrafe originaria dovette essere
riscritta in forma più sintetica e affrettata ma riportando la data del
primo trasferimento al Laterano invece di quella della morte di Innocenzo
II. Fra le altre memorie funebri si ricordano le pietre tombali di
Giovanni da Lucca vescovo di Adria (+1444), di Giovan Battista Miccinelli
(+1408, nel pavimento). Particolare interesse rivestono pure le porte
della basilica composte nel sec. XII con splendide cornici di età
imperiale. Originariamente le tre porte erano tutte aperte sulla navata
maggiore. L'Altemps fece murare le due porte laterali e aprire le due
nuove tuttora in situ. Sui timpani di queste ultime sono collocate
delle statuine del sec. XIV, provenienti dal Monumento Alençon che
si trova nell'interno.
Maestoso l'interno basilicale è a tre navate con transetto, di forte impronta
classicheggiante. Il pavimento cosmatesco è stato completamente rifatto dal Vespignani che,
negli scavi effettuati per questi lavori, scoprì i resti della basilica
che precedette l'attuale. Ma poiché gli scavi non furono continuati né
allargati alle altre parti della chiesa e non ne fu redatta una relazione
ma soltanto una pianta molto sommaria, è impossibile dire quanto ancora
resti delle chiese di Giulio I e di Gregorio
IV. Da essa si può tuttavia rilevare con certezza che prima della
ricostruzione di Innocenzo
II, in un'epoca imprecisata, la chiesa ebbe tre absidi. Le due
file di undici colonne ciascuna sono di granito egizio, di differenti
altezze e ineguali nel diametro, con basi molto restaurate. I capitelli
sono ionici (ad eccezione del nono e dell'undicesimo a destra e a
sinistra, corinzi), alcuni con insegne, emblemi e figure del culto isiaco
nelle volute, o con testine di Iside, Serapide o Arpocrate sull'abaco,
alcune rotte o abrase. Le due enormi colonne di granito rosso che
sostengono l'arco trionfale hanno capitelli corinzi ed una trabeazione a
girali d'acanto nel fregio, quasi uguale a quelli delle porte, provenienti
forse dallo stesso monumento, mentre la trabeazione sopra le colonne ha
nel fregio una decorazione a falso mosaico, eseguita nel sec. XIX. La
cornice è sorretta da mensole ricavate da modanature classiche con
differenti decorazioni. Le pareti della navata avevano delle finestre alte
e strette, con una forte strombatura verso l'interno. Nel sec. XVII furono
chiuse e sostituite da altre, tre a destra e quattro a sinistra, quadrate,
riccamente ornate, mentre il muro rimase soltanto intonacato. Durante i
restauri di Pio IX queste pareti assunsero l'aspetto che ancora
conservano. I primi due intercolumni della navata destra sono tamponati
dal muro del campanile la chiesa conserva molte opere di età
medioevale. Il presbiterio rialzato è delimitato nella parte centrale
in basso da transenne e plutei in parte rifatti nel sec. XIX. I plutei
cosmateschi alle estremità sembrerebbero originali. Sotto il presbiterio
si trova la confessione (non accessibile). Il ciborio è stato ricomposto
con resti antichi (le colonne in porfido e la trabeazione) e moderni (il
tegurio). La cassa dell'altare in pavonazzetto è forse anteriore al sec.
IX. Sulla destra è collocato il candelabro pasquale cosmatesco. Ai
lati dell'abside sono raffigurati, a mosaico, i profeti Isaia e
Geremia, i quattro simboli degli Evangelisti, i sette candelabri
dell'Apocalisse, e la croce con l'alfa e l'omega. Lo schema
iconografico deriva da quello della chiesa dei
Ss. Cosma e
Damiano. Un preciso legame ideologico lega questa figurazione
a quella del catino. Infatti nei versetti, iscritti sui rotuli
spiegati dai due profeti c'è una allusione chiara all'incarnazione e alla
nascita di Cristo, e alla sua duplice natura, che costituiscono la
premessa della Incoronazione raffigurata nell'abside. Il mistero della
Divinità, che si è incarnata nella natura corporea che la tiene
prigioniera, è sottolineato inoltre dalla delicata immagine dei due
uccellini entro la gabbia.
Nel catino absidale sono raffigurati:
Cristo al centro della composizione e alla sua destra Maria
incoronata, seduta sullo stesso trono; a sinistra i santi Callisto
e Lorenzo e il papa Innocenzo II con il modello della chiesa, a
destra i santi Pietro, Cornelio, Giulio e Calepodio. Alla sommità
del catino l'Empireo, e nella parte bassa della composizione due
teorie di agnelli uscenti dalle città di Gerusalemme e Betlemme, che
si dirigono verso l'Agnello di Dio al centro. Questi mosaici sono
della metà del sec. XII.
Nella fascia sottostante
Pietro
Cavallini raffigurò nel 1291, in sei riquadri, altrettanti episodi
della Vita
della Vergine. Ognuno di questi episodi è commentato da
un'iscrizione metrica dettata forse dal committente Bertoldo Stefaneschi,
o da suo fratello, il card. Jacopo Stefaneschi.Essi costituiscono
uno dei più evidenti esempi del momento di passaggio dalle forme ieratiche
dell’arte bizantina alla scena prospettica dell’arte italiana
«moderna». Sull'altare della
Cappella Altemps (fatta costruire a sinistra dell'abside dal card. Marco
Sittico Altemps nel 1584-1585) è collocata l'icona raffigurante la
Madonna della Clemenza, forse la più venerata e celebre immagine
della Vergine (attualmente conservata all'Istituto Centrale del Restauro e
sostituita da una copia), la cui datazione oscilla fra il VI e I'VIII
secolo. Essa fu qui trasferita il 17 marzo 1593 dalla Cappella Ferrata,
nella quale si trovava in precedenza. Addossati alla parete di sinistra
del transetto si trovano: il Monumento del card. Pietro Stefaneschi
(+ 1417) opera di Magister Paulus, un artista romano attivo a Roma
a cavallo fra il sec. XIV e il XV, il cui nome è ricordato nella epigrafe
in lettere gotiche collocata sotto la statua giacente del defunto, e il
Monumento del card. Filippo d'Alençon (+ 1397). Il sepolcro
scomposto in due parti, fu fatto spostare per ordine del card. Altemps
perché non ingombrasse il transetto, come ricorda la lapide che ora funge
da dossale all'edicola gotica che copre l'altare, posta a ridosso del
muro. Sotto all'edicola, nella lunetta, è scolpito il card. Alençon
e S. Filippo in preghiera davanti all'Assunta. La seconda parte del
monumento è costituita dal sarcofago con la figura giacente del defunto;
sopra è raffigurata la Dormitio Virginis. Il complesso è stato
attribuito ad un seguace dell'Orcagna e poi al Magister Paulus
autore della tomba Stefaneschi. L'ingresso laterale alla chiesa è
costituito da una porta romanica del sec. XII, decorata con avvolgimenti
floreali entro i quali sono animali e figure fantastiche. L'architrave,
con la Vergine fra due angeli, che riprende l'iconografia della
Madonna della Clemenza, è stato datato agli inizi del sec. XI.
A sinistra
dell’abside si apre la cappella Altemps, che conserva la Madonna della Clemenza,
un assoluto unicum storico-artistico, poiché si tratta di una delle più
antiche icone che esistano oggi, datata al VI secolo.
Tornando
indietro per la navata sinistra, la prima cappella che si incontra è la
cappella Avila, deliziosa opera «teatrale» tardobarocca di Antonio
Gherardi (1680), modellata dalla luce secondo stilemi di matrice
borrominiana, con un secondo cupolino interno alla cupola principale, che
pare sospeso nel vuoto, retto solo dalle mani degli angioletti in
stucco. La chiesa è ricchissima di altre opere d’arte, solo per
modo di dire «minori», nelle cappelle delle navate e del
transetto, e negli ambienti della
sagrestia, tali da farne un vero e proprio museo dell’arte a Roma, specie
tra la fine del Cinquecento e l'Ottocento.
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