170.

ALESSANDRO III
Rolando Bandinelli

nato a Siena
Papa dal 20.IX.1159
al 20.VIII.1181

Alla morte di Adriano IV, il collegio dei cardinali-vescovi appare nettamente diviso in due fazioni, una filoimperiale, con a capo il cardinale Ottaviano, e una seconda decisamente autonoma, capeggiata da Bosone, nipote di Adriano IV. Dopo tre giorni di riunioni in San Pietro non si è ancora giunti ad un accordo di unanimità, per cui il 7 settembre il partito più forte elegge il senese Rolando Bandinelli, teologo e canonista insigne, cresciuto alla scuola bolognese di diritto del monaco Graziano. Era stato creato cardinale-diacono dei Ss. Cosma e Damiano da Eugenio III e successivamente cardinale-prete di San Marco.
Ma la sua elezione non trova concorde il cardinale Ottaviano, appoggiato da altri due cardinali-preti; mentre il neoeletto sta per indossare il manto papale, Ottaviano glielo tira via di dosso e lo pone sulle proprie spalle. Un senatore indignato strappa il manto all'intruso, ma Ottaviano riesce a rientrarne in possesso tramite il proprio cappellano. Nell'agitazione se lo getta sulle spalle alla rovescia, mettendosi in ridicolo di fronte al collegio; ma alle risate subentra il tumulto.
Schiere di armati entrano in San Pietro e acclamano Ottaviano papa; il clero minore, il popolo e la maggiore parte dei senatori danno il loro assenso. Rolando Bandinelli con i suoi fautori si asserraglia in una torre in Trastevere, mentre una lunga processione accompagna Ottaviano verso il Laterano. Grazie ai Frangipane, Rolando ripara a Ninfa, dove il vescovo di Ostia, il cardinale Ubaldo, lo consacra papa con il nome di Alessandro III il 20 settembre del 1159. Da lì il nuovo pontefice si reca a Terracina mettendosi sotto la protezione del re normanno Guglielmo.

Un secondo antipapa di nome Vittore IV. Ottaviano, rimasto padrone di buona parte di Roma, grazie all'appoggio di molte famiglie nobili, essendo egli stesso un nobile della famiglia dei Monticelli, discendente dai Crescenzi, era fiducioso del futuro appoggio imperiale e agì con molta calma. Prima di tutto ritiene opportuno abbandonare Roma, che era in preda ai tumulti, e raggiungere Farfa, dove viene consacrato il 4 ottobre con il nome di Vittore IV, nome con cui peraltro era stato designato il precedente antipapa nel 1138. Quindi resta in attesa di una decisione dell'imperatore, che dia alla sua nomina un riconoscimento a livelli europei.
E l'imperatore infatti si schiera dalla parte di Vittore IV, non tenendo in nessuna considerazione che sia stato scomunicato da Alessandro III, e anzi non degna di risposta la lettera inviatagli dai suoi cardinali elettori. Giunge a proibire ai vescovi dell'impero di riconoscere l'uno o l'altro dei pretendenti e indice per il gennaio del 1160 un concilio a Pavia che decida la controversia.
A questo scopo l'imperatore scende per la terza volta in Italia, ma l'apertura del concilio ritarda, perché il Barbarossa è impegnato nell'assedio di Crema, che si difende ostinatamente; espugnatala, l'imperatore può aprire il concilio a Pavia il 5 febbraio, ma Alessandro III non si presenta, appellandosi alla norma giuridica secondo la quale la Chiesa romana non doveva essere giudicata da nessuno. Egli, da esperto giurista qual è, ritiene opportuno attenersi a quanto è in suo diritto, avvalorando agli occhi del mondo cristiano la convinzione di essere nel giusto. Dichiara anche contraria al diritto ecclesiastico la convocazione di un concilio fatta dall'imperatore. E invece Vittore IV si presenta a quell'assemblea composta di soli cinquanta vescovi tedeschi e lombardi ed è dichiarato papa legittimo per volontà del Barbarossa; Alessandro viene scomunicato come scismatico.

La reazione alla scandalosa ingerenza dell'imperatore nelle questioni ecclesiastiche è di grossa portata; l'arcivescovo di Salisburgo si oppone allo scisma e molti vescovi dell'Italia settentrionale si schierano per Alessandro III. La vertenza religiosa in molte città italiane assume tinte politiche in un'avversione all'imperatore, di cui Alessandro diventa il simbolo. L'arcivescovo di Milano nel febbraio scomunica Federico e il suo antipapa; il 24 marzo da Anagni il papa conferma la scomunica, sciogliendo i sudditi imperiali dal giuramento di fedeltà al Barbarossa. I sovrani di tutti gli Stati europei si dichiarano favorevoli ad Alessandro III.

Distruzione di Milano. Il Barbarossa quasi con rabbia sfoga tutto il suo disappunto per quella disapprovazione che a livello europeo si evidenzia nei confronti della politica avversa ad Alessandro III, concentrando le forze militari su Milano, deciso a conquistarla e punirla, considerandola responsabile principale della rivolta dei Comuni del nord Italia all'autorità imperiale. E dopo due anni di resistenza, nel 1162, Milano deve aprirgli le porte e vedere abbattuta la cinta muraria con gran parte delle case.

Intanto Alessandro convoca un grande concilio a Tours per il maggio del 1163; si registra un'imponente partecipazione di vescovi dalla Francia e dall'Inghilterra e la sua sovranità pontificia è riconosciuta all'unanimità. Vittore IV, il cancelliere imperiale Rainaldo di Dassel e l'abate di Cluny sono messi al bando della comunità cristiana. Non viene rinnovata la scomunica contro Federico, perché il papa in cuor suo spera prima o poi di riappacificarsi con lui.

Nel frattempo Vittore IV si è ritirato in Germania, convocando un concilio a Treviri per dare nuovo seguito alla sua dignità pontificia vacillante; Alessandro può rientrare a Roma, ma capisce che i suoi impegni non devono limitarsi alla sede di cui era vescovo. Sente in sé uno spirito pontificio a carattere veramente universale, con tanti riconoscimenti che gli arrivano, e soprattutto prende a cuore le sorti dei Comuni dell'Italia del nord.

Il 20 aprile del 1164 muore a Lucca Vittore IV; il partito imperiale provvede immediatamente a rimpiazzarlo con un suo fedele amico, il cardinale Guido di Crema, consacrato dal vescovo di Liegi il 26 aprile con il nome di Pasquale III. Questi canonizza Carlomagno, per esaudire il desiderio di Federico che voleva esaltare quel sovrano come il più alto simbolo dell'impero germanico.

Le città lombarde intanto si stringono in una lega a Verona; Milano ricostruisce le sue mura e Federico scende per la quarta volta in Italia, questa volta puntando decisamente verso Roma, dove Alessandro III si è nuovamente insediato, lanciando appelli a tutti i popoli cristiani e ridestando dall'isolamento in cui sembravano tranquillamente vivere i Normanni nel sud.

Federico entra a Roma il 22 luglio del 1167, ma si verificano scontri tremendi tra assediati e invasori, con una conquista lenta delle zone della città da parte dei Tedeschi; il Barbarossa può infine occupare San Pietro con le armi, e là il suo antipapa Pasquale III gli pone nuovamente sul capo la corona imperiale. Dopo è devastazione, incendi e morte in molti quartieri, alla vana ricerca di Alessandro III, che riesce a fuggire riparando presso i Normanni a Benevento. Il Barbarossa trionfa nella Roma che considera sua, nella città dell'impero; ma ben presto si hanno le prime avvisaglie negative, subito interpretate, secondo la voce popolare, come un segno della punizione divina. Una terribile pestilenza si abbatte sull'esercito tedesco e ne resta vittima lo stesso cancelliere Rainaldo di Dassel. Parallelamente si forma una resistenza nella città capeggiata dai Pierleoni e dai Frangipane, riuniti nella circostanza contro un comune nemico. E il Barbarossa riprende la via del ritorno.
Da allora, inesorabilmente, l'astro di Alessandro III inizia la sua luminosa parabola ascendente nel cielo non solo di Roma, ma d'Italia; la lega dei Comuni al nord si amplia. Vi aderiscono anche Padova e Bologna; è il celebre giuramento di Pontida.
Alessandro III è acclamato il protettore della lega; in suo onore viene fondata tra il Tanaro e la Bormida la città di Alessandria.

Il 20 settembre del 1168 muore anche il secondo antipapa Pasquale III e il partito imperiale gli dà subito un successore nella persona dell'abate Giovanni di Strumi, presso Arezzo, nominato cardinale vescovo di Albano da Vittore IV; egli assume il nome di Callisto III. Il Barbarossa lo riconosce subito e scende in Italia per la quinta volta, dopo aver cercato in mille modi, ricorrendo a vari veicoli diplomatici internazionali, di isolare nuovamente Alessandro III e soprattutto separarlo dalla lega dei Comuni.

L'imperatore è deciso prima di tutto a distruggere Alessandria; l'odia perché è il simbolo del papa e l'ha soprannominata "la città di paglia". Ma nonostante un assedio di sei mesi non riesce a conquistarla. Venutogli a mancare in seguito l'aiuto militare del più potente vassallo, Enrico il Leone, impegnato contro Slavi e Danesi, è affrontato dall'esercito della lega a Legnano sull'Olona il 29 maggio del 1176 mentre cercava di ricongiungersi agli alleati. La fanteria cittadina, stretta intorno al Carroccio, riesce a sconfiggere la pesante cavalleria; Federico sconfitto in una sanguinosa battaglia, si salva a stento.

L'imperatore dovette allora venire ad un accordo e si rivolse direttamente ad Alessandro III, che trattò con lui ad Anagni nell'ottobre del 1176, difendendo non solo i suoi diritti, ma anche quelli dei Comuni e di Guglielmo II. Queste trattative trovano poi nel maggio del 1177 un'applicazione concreta a Venezia, dove si incontrano anche i plenipotenziari siciliani, i rappresentanti dei Comuni e i dignitari imperiali tra i quali l'arcivescovo Cristiano di Magonza.
Alessandro III è riconosciuto legittimo papa da Federico, che abbandona l'antipapa e promette di difendere la Chiesa; resta in sospeso la questione dei territori di Matilde di Canossa, incamerati da Federico, ma a suo tempo donati dalla contessa al papa.
Guglielmo II conclude una pace di quindici anni con l'impero; con i Comuni c'è solo una tregua di sei anni, che porterà però nel 1183 alla pace di Costanza, nella quale essi otterranno la piena autonomia.

Da Venezia Alessandro III si dirige verso Roma per prendere definitivamente possesso della sua sede, protetto dal vicario imperiale Cristiano di Magonza. Il 12 marzo del 1178 entra in città accolto con molte feste dalla cittadinanza che gli giura fedeltà, forse illusa di veder rispettati anche a Roma gli ideali di libertà comunale difesi dal papa al nord. Callisto III non intende rinunciare alla sua carica e si ritira a Viterbo, da dove Cristiano di Magonza lo snida dopo regolare assedio della città, e lo porta ai piedi di Alessandro al Tuscolo; l'antipapa si riconosce colpevole e il 29 agosto rinuncia definitivamente alla sua carica. Alessandro lo perdona e gli affida il governo ecclesiastico di Benevento.

Alcuni baroni della Campagna romana insistono nel cercare un antipapa da opporre ad Alessandro, chiaramente per i propri interessi, e lo trovano l'anno dopo nella persona di Lando di Sezze, che assume il nome di Innocenzo III. Questi non avrà nessun seguito a livello ecclesiaastico e sarà relegato nel 1180 nel monastero di Cava dei Tirreni dove finirà i suoi giorni.
Era l'ultimo anello, peraltro insignificante, di quella lunga catena che aveva concretizzato senza pause in tre antipapi il tentativo dell'imperatore di abbattere la legittimità di un papa; questi era riuscito a difendersi con attività instancabile, suscitando nuovamente in Italia un entusiasmo pseudopatriottico, come già in precedenti occasioni era capitato con altri papi.

Viene a patti con Enrico II d'Inghilterra. Lo spirito religioso si era sposato con dignità alla politica e allo stesso modo Alessandro III aveva cercato di comportarsi con Enrico II d'Inghilterra che, pur riconoscendolo come legittimo pontefice, lo aveva impegnato in un conflitto, riguardante i privilegi ecclesiastici in materia di giurisdizione criminale, sorto tra il sovrano e l'arcivescovo di Canterbury, Thomas Becket. Ma gli avvenimenti del contrasto furono tragicamente amari e suonarono, in ultima analisi, come una beffa per la Chiesa di Roma.
Dal 1164 il re aveva riaffermato con le costituzioni di Clarendon la supremazia del potere laico su quello ecclesiastico che aveva trovato una ferma opposizione in Becket, sostenuto ovviamente dal papa. Dopo un'apparente riconciliazione, nel 1170 l'arcivescovo veniva assassinato nella cattedrale di Canterbury. Il papa, in un concilio del marzo del 1171, pronunciò la scomunica sugli assassini e impose al re una pubblica penitenza, pretendendo inoltre la revoca dei decreti di Clarendon. Il tono del papa però non era tale da voler rompere con il sovrano inglese, e le trattative intercorse portarono ad un accordo che suonò come un compromesso; fondamentalmente non riscattò l'offesa mortale subita da un alto membro della Chiesa.

Nel maggio del 1172, nella cattedrale di Avranches, il re prestò giuramento di non aver né stimolato né voluto l'assassinio dell'arcivescovo, pur riconoscendo indirettamente e alla lontana di averlo causato con le costituzioni di Clarendon, predisponendo involontariamente all'atto criminale qualche facinoroso. Peraltro egli promise fedeltà ad Alessandro III e ai suoi successori, nonché la restituzione dei beni della chiesa di Canterbury.
Era un compromesso e nient'altro; anche se i vescovi furono prosciolti dal giuramento prestato ai decreti di Clarendon, questi furono mantenuti; non solo, ma gli assassini di Thomas Becket restarono impuniti e furono persino mantenuti al seguito del re. La Chiesa avrebbe santificato l'arcivescovo di Canterbury; fu l'estremo riscatto di una nobile figura che il papato non aveva saputo difendere adeguatamente, né da vivo né da morto.
Non solo; quando nel luglio del 1174, di fronte alla tomba del martire, Enrico II si sottopose a pratiche di penitenza, facendosi perfino flagellare dai monaci presenti, quella scena umiliante che avrebbe dovuto costituire un trionfo morale dell'arcivescovo assassinato, fini per liberare il sovrano dalla sensazione di colpa e fargli accattivare l'animo dei suoi sudditi, fino ad allora devoti solo probabilmente al loro santo arcivescovo.

Comunque Alessandro III, dopo gli accordi di Venezia, ma col vento in poppa in tutta la sua gloria e si accinge a celebrarla ufficialmente convocando nel settembre del 1178 un concilio ecumenico a Roma, l'undicesimo e il terzo d'Occidente, indicato come Lateranense III. Si celebra nel marzo del 1179.
Vi prendono parte più di trecento vescovi e circa mille sono gli intervenuti; in esso, una volta dichiarate nulle tutte le ordinazioni e le deposizioni attuate dagli antipapi, vengono promulgati decreti particolari come quelli contro i duelli e i tornei cavallereschi pericolosi, l'usura e, nuovamente, contro la simonia e l'incontinenza del clero. Ma la decisione più importante è quella relativa all'elezione pontificia, per la quale proprio negli ultimi tempi si è avuta prova dell'incompletezza del decreto in atto dal 1059.
A tale riguardo con la costituzione Licet de vitanda discordia viene stabilito che "se, per qualche evenienza, non si potesse raggiungere la piena concordia tra i cardinali per l'elezione... venga considerato Romano Pontefice della Chiesa universale, senza alcuna eccezione, colui che sia stato eletto dai due terzi". Veniva così definita la questione del numero dei voti, lasciata in sospeso da Niccolò II, e s'instaurava la legge dei due terzi tuttora vigente.

Ma la cosa fondamentale è che il diritto elettorale viene riconosciuto di esclusiva competenza del collegio cardinalizio preso nel suo insieme, senza discriminanti tra cardinali-vescovi, cardinali-preti e cardinali-diaconi; e questo collegio non assume importanza ai soli fini dell'elezione del papa, diventa il nuovo assetto al vertice della Chiesa universale intorno alla persona del papa.
Fu questo l'ultimo atto importante del pontificato di Alessandro III, destinato peraltro a non poter più risiedere a Roma se non saltuariamente, a causa dei tumulti che si fecero immancabilmente sentire; onorato in tutta Europa, solo a Roma egli seguitò ad essere mal visto. I nobili non ritennero opportuno appoggiare un papa che si era schierato con i Comuni, decisamente contrari nella loro fase iniziale a qualsiasi tipo di aristocrazia; il Senato, per quanto protetto dalle armi della milizia, non era in grado di far rispettare le leggi emanate e tanto meno quelle riguardanti la tutela del papa.

Alessandro III finì i suoi ultimi anni di pontificato in esilio, in varie località del Lazio; nel giugno del 1181 era a Viterbo, forse per sollecitare un intervento a Roma del suo protettore Cristiano di Magonza. Poco tempo dopo morì, il 30 agosto, a Civitacastellana.
Trasportato a Roma per essere sepolto in Laterano, non ebbe per la circostanza un omaggio floreale dalla plebe, ma la sua bara fu presa a sassate, segno estremo di un odio indomito. Eppure non meritava forse neanche tanto disprezzo; egli fu un "papa mediocre e del tutto privo di originalità", come ha osservato Walter Ullmann, "fornito di una grande capacità di sopportazione" che lo portò perfino al compromesso, come nel caso eclatante dell'assassinio di Thomas Becket, anche se "il papato emerse, alla fine del suo lungo pontificato, più forte, più rispettato e più vitale di quando egli era assurto al trono di San Pietro". Probabilmente si trovò coinvolto suo malgrado nella lega dei Comuni, vessillifero di libertà che non era certo disposto a tollerare a Roma, e questo può far capire come i Romani dai fiori, con cui l'accolsero speranzosi una prima volta dopo il patto di Venezia, passassero ben presto alle sassate sulla sua bara. Fu "il primo papa fornito di una completa preparazione giuridica" fatta alla scuola di Graziano a Bologna e "come papa il primo compito di Alessandro fu quello di applicare la teoria del diritto canonico".
Fu così che grazie alle sue decretali si arrivò al "consolidamento dell'amministrazione papale; in una parola, la meccanica, il meccanismo effettivo di governo e la sua organizzazione, si svilupparono in larga misura" mettendo fuori gioco una volta per tutte il democratico spirito del Comune.
A questo restava ancora soltanto qualche sasso da scagliare.