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ONORIO III
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Solo due giorni dopo la morte di Innocenzo III, il 18 luglio del 1216, a
Perugia il collegio dei cardinali elesse il nuovo papa nella persona del cardinale
Cencio Savelli. Romano, già canonico di S. Maria Maggiore, era stato amministratore
di Santa Romana Chiesa, ovvero più propriamente camerarius, cioè camerlengo,
sotto Clemente III e Celestino III, legando il suo nome a quel Liber Censuum
di cui si è parlato nella biografia di quest'ultimo papa.
Cencio Savelli fu consacrato a Perugia il 24 dello stesso mese in cui era stato eletto, assumendo il nome di Onorio III, ma s'insediò solo nel settembre in Laterano, accolto con gioia dai Romani che finalmente vedevano papa di nuovo un loro concittadino. Cencio Savelli era arrivato al soglio pontificio ormai in età avanzata e forse aveva già speso il meglio di sé come camerlengo; non era proprio fornito di un'energia pari a quella del suo predecessore e non appariva particolarmente indicato per opporsi al giovane Federico II. Un solo appassionato proposito sembrò sempre guidarlo nel suo pontificato, il compimento della crociata proclamata da Innocenzo III; e confidò di vederla attuata da Federico II.
Infatti nella Dieta di Francoforte del 1220, all'insaputa di Onorio, faceva eleggere dai principi tedeschi il suo giovane figlio Enrico re di Germania; si affrettò comunque ad assicurare al papa che l'elezione era stata un'improvvisa decisione della Dieta, a sua insaputa, proprio perché i principi tedeschi volevano che durante la sua assenza per la crociata il governo del regno non dovesse subire pericoli di sorta. Peraltro si sarebbe quanto prima messo in viaggio per Roma, proseguendo poi per la crociata. Lo rassicurava inoltre sulla indiscutibile separazione della Sicilia dall'impero e, a prova delle sue buone intenzioni, obbligò i nobili della Toscana a prestare giuramento di vassallaggio al papa per i beni matildini. Persuaso dal furbo Federico, Onorio gli offrì la corona imperiale, anche se la situazione a Roma si era fatta nuovamente turbolenta; una serie di tumulti avevano costretto il papa nel giugno del 1219 ad allontanarsi da Roma e riparare a Viterbo. Il Comune tentava di riconquistare la libertà di un tempo, visto il carattere mite del nuovo papa; ma Federico intervenne con energia sfruttando l'occasione per mettere in mostra le sue doti di protettore della Chiesa. Inviò come legato a Roma l'abate Conone di Fulda, che lesse pubblicamente in Campidoglio delle lettere del re, con le quali i Romani venivano ammoniti a prestare obbedienza al papa. Il senatore Parenzo dette assicurazioni che la città avrebbe rinnovato la sua fedeltà al papa, eliminando ogni dissidio in modo da permettere oltretutto a Federico di poter essere incoronato in una città tranquilla; il Comune non aveva la forza di opporsi alla volontà del re, e così Onorio nell'ottobre del 1220 poteva rientrare nella sua sede. Federico raggiunse Roma a novembre, accompagnato dalla moglie Costanza, e pose l'accampamento
sul Monte Mario; ci fu un incontro con i legati pontifici e il re fece recapitare al papa una
dichiarazione documentata in cui si escludeva l'unione all'impero della Sicilia, riconosciuta
ancora come feudo della Chiesa, e si confermavano i diritti della Chiesa sul territorio da
Radicofani a Ceprano, su Spoleto ed Ancona. Rassicurato in tal modo, Onorio il 22 novembre
procedeva solennemente all'incoronazione imperiale di Federico e sua moglie.
Onorio era effettivamente un papa troppo benevolo e nella Curia regnava un'atmosfera di grave sfiducia non solo nei confronti di Federico, che seguitava a fare promesse da marinaio, ma in fondo dello stesso papa. Federico, rimasto vedovo, aveva sposato nel 1225 in seconde nozze Isabella, erede del regno di Gerusalemme, come figlia di Giovanni di Brienne; con quel matrimonio la Curia sperava di spingere finalmente l'imperatore a partire, perlomeno nell'aspettativa della riconquista di un suo regno al di là del mare. E invece, tramite il suocero, Federico ottenne una nuova dilazione alla crociata, giustificandola con il comportamento ostile dei Comuni lombardi che avevano riorganizzato la lega; nel trattato di San Germano del luglio di quell'anno, l'imperatore, alla presenza dei legati pontifici, giurò che sarebbe partito per la crociata nell'agosto del 1227, sotto pena di scomunica e di perdita del regno di Sicilia, del quale il papa avrebbe potuto disporre come voleva. .
Nel frattempo il papa aveva dovuto nuovamente abbandonare Roma; Riccardo Conti era stato defraudato da Federico della città di Sora e si era recato a Roma sperando di trovare un appoggio nel pontefice, che aveva in testa solo la crociata. Trovò appoggio in gran parte della nobiltà e nel senatore Parenzo, e fu di nuovo sobillato il popolo, così che il papa aveva dovuto rifugiarsi a Rieti. L'imperatore, che aveva proprio allora stretto col papa il trattato di San Germano, riuscì a farlo ritornare nel febbraio del 1226 sostituendo l'anticlericale Parenzo con Angelo de Benincasa, decisamente più vicino alla famiglia Savelli. A Giovanni di Brienne il papa affidò il governo del territorio pontificio da Viterbo fino a Roma, assicurando in questo modo una protezione valida contro ulteriori rivolte e tumulti. La Dieta di Cremona nel frattempo non poteva aver luogo, perché la lega lombarda aveva bloccato la chiusa veronese impedendo alle truppe germaniche, fatte venire dall'imperatore al comando del figlio Enrico, di avanzare; peraltro le truppe di cui disponeva Federico non erano tali da poter fronteggiare la situazione, per cui egli se ne tornò deluso nel sud. Di lì lanciò il bando contro i federati e trovò anche alcuni vescovi compiacenti che lanciarono scomuniche in suo favore; in questo modo però si evidenziava la mancanza di autorità del papa e Federico non voleva perdere completamente i contatti con Onorio. Lo pregò pertanto di farsi mediatore nella vertenza con i Comuni lombardi e, sempre per mostrare le sue buone intenzioni, richiamò i vescovi esiliati a suo tempo in Sicilia. Onorio, ancora illuso dal comportamento dell'imperatore, si sentì probabilmente investito come non mai di un'autorità consona alla sua dignità pontificia; era stato chiamato come arbitro di una vertenza tra l'impero e i Comuni e sognava forse nel suo intimo di ricalcare le orme di Alessandro III. Sentenziò che i Lombardi dovevano riconoscere la supremazia dell'imperatore fornendo come pegno quattrocento cavalieri che militassero per due anni in Terra Santa. La sentenza chiaramente non ebbe alcun peso perché risultò molto generica e sostanzialmente il contrasto rimase. Onorio III non era del resto il papa adatto per impegnarsi a certi livelli politici; fu effettivamente un papa votato al fine religioso della carica che ricopriva e questo torna a sua lode. Con zelo protesse il rapido diffondersi del cristianesimo nei paesi dell'Europa settentrionale, come la Danimarca, la Svezia e la Norvegia, in un'opera missionaria che si estese anche in Polonia e Russia; esortò inoltre il re di Pastiglia a combattere gli Arabi, proseguendo nell'opera di Riconquista.
Onorio non sopravvisse molto al santo d'Assisi; impegnato fino all'ultimo nel predicare ovunque la partecipazione alla crociata ormai prossima, non riuscì a vedere l'esito dei suoi sforzi. Morì il 18 marzo del 1227 e venne sepolto in Santa Maria Maggiore.
La Regola di San Francesco
Il destino del movimento francescano si gioca tutto in un breve
lasso di tempo: gli ultimi cinque anni di vita del Santo.
Nel 1221 frate Francesco stende la Regola dei suo ordine. Per lui si tratta già di
un pesante compromesso con lo spirito che aveva guidato le sue iniziative nei dieci anni
precedenti. Aveva predicato, per le contrade umbre l’amore per tutte le cose e le creature:
il Cantico è pervaso da un intimo senso eguaglianza e di parità.
L'acqua, il sole, il povero, il ricco sono per Francesco eguali: la stessa infinita distanza
che li separa dall'unico Signore li affratella in una radicale uguaglianza.
Allo stravolgimento dei suoi intenti originari Francesco reagisce con la solitudine: isolato tra i suoi stessi confratelli, riprende la vita eremitica della sua giovinezza. Soltanto la lettura del suo testamento, dopo la sua morte nel 1226, chiarirà che la sua ispirazione morale era rimasta intatta: la Chiesa e i conventi, vi ribadiva, devono vivere in totale povertà. Nei confronti della Chiesa, tuttavia, il Santo riconfermava la necessità di un'assoluta obbedienza, «anche in caso di persecuzione» da parte dell'autorità ecclesiastica. E’ questa completa acquiescenza alle direttive ecclesiastiche a segnare il radicale divario tra il francescanesimo e il contemporaneo valdismo. |