L'elezione del successore di Celestino III avvenne in Roma in un ambiente ricavato nel vecchio rudere del
Septizonio, trasformato in fortezza e prigione, di proprietà dei Frangipane; secondo alcuni va considerato il primo conclave della storia. Infatti, come segnala Giancarlo Zizola, "per la prima volta si tiene in questa elezione la "oratio de eligendo pontifice": per la prima volta sono distribuite schede elettorali. Ma è anche la prima, palese ratifica della divaricazione tra il momento elettorale e il momento liturgico, nella scelta del papa: l'elezione è chiaramente un atto laico, politico, al quale si fanno seguire, altrove, le cerimonie sacre".
È 1'8 gennaio del 1198 e viene eletto il cardinale diacono Lotario dei Conti di Segni; nato nel 1160 a Gavignano, vicino Roma, giovanissimo aveva studiato teologia a Parigi e diritto a Bologna. Tornato a Roma era stato consacrato suddiacono e quindi, da suo zio Clemente III, cardinale diacono della chiesa dei Ss. Sergio e Bacco al Foro; sotto Celestino III era stato tenuto in disparte dalla Curia per una vecchia rivalità tra la famiglia degli Orsini, alla quale apparteneva il papa, e quella dei Conti.
Per quanto giovanissimo, con i suoi soli 38 anni, il neoeletto, che avrebbe assunto il nome di Innocenzo III, aveva una matura personalità, energico e preparato coscienziosamente ad assumere la dignità pontificia come vicario di Cristo non solo, ma convinto di riunire nelle sue mani, al di sopra di ogni altro uomo in terra, la pienezza del potere. In verità, quando egli fu eletto, la sovranità del papa in Roma era svanita e ben poco rimaneva dello Stato della Chiesa; era una situazione che non si addiceva alla sua personalità e quindi, ancor prima della sua consacrazione, avvenuta in San Pietro il 22 febbraio, si dette da fare per ristabilire il potere papale in Roma. Era d'impaccio principalmente il Senato, assemblea rappresentativa del popolo e tutrice dei suoi diritti, e il prefetto, rappresentante delle rivendicazioni imperiali.
Quanto al Senato, in un Comune ormai decisamente aristocratico, con un potere esecutivo oscillante tra la forma oligarchica e quella monarchica, se nel 1197 erano stati nominati 56 senatori, quando fu eletto Innocenzo III ne era in carica uno soltanto. Fu rimosso dal suo ufficio e sostituito con un altro che prestò giuramento di fedeltà al papa.
Si trattò di un vero e proprio colpo di mano, al quale il popolo non seppe o meglio non volle reagire; fu convinto dalle ricche elargizioni di denaro a rinunciare improvvisamente alla democratica conquista di eleggere liberamente il Senato, che il nuovo papa così rivendicava come privilegio pontificio. Il golpe fu completato dalla sostituzione degli justitiarii, ovvero i giudici, fino ad allora eletti dal Campidoglio, con impiegati
pontifici. Quanto al prefetto, Innocenzo III lo costrinse, il giorno successivo alla sua incoronazione, a sottomettersi e prestargli giuramento di vassallaggio, diventando anch'egli una specie di impiegato del papa.
In pratica nelle sei settimane precedenti la sua incoronazione, Innocenzo III riuscì ad avere in mano l'amministrazione civile della città, gettando le basi di una effettiva riorganizzazione del potere, giovandosi in questo ovviamente della estesissima ed influente parentela.
Grazie ad essa egli riuscì ad agganciare in una sorta di potere oligarchico molte famiglie nobili romane, che controllarono la situazione con autorità fino al maggio del 1203, quando ci fu un'improvvisa sollevazione popolare che costrinse Innocenzo III ad abbandonare Roma e rifugiarsi a Palestrina.
Si trattava principalmente di un ritorno di fiamma degli Orsini, che
sotto Celestino III avevano raggiunto prestigio e ricchezza e ora si vedevano messi da parte; ad esso si accompagnò un più esteso contrasto tra i nobili che appoggiavano il papa e la decaduta famiglia dei Poli.
In questi frangenti fu rimesso in ballo il diritto popolare di eleggere il Senato, e la "plebe" nelle mani di Giovanni Capocci rispolverò ideali repubblicani; ma si rese conto di essere solo uno strumento in mano dei nobili "patrizi" e preferì alla fine, dopo una serie di scontri in cui aveva avuto anche la meglio, accettare ancora una volta il denaro del papa rientrato in città nel 1204 e rinunciare ad ogni rivendicazione. La pace tra le varie fazioni si concretizzò nel 1205; il potere esecutivo sarebbe rimasto nelle mani di un solo senatore o podestà nominato di rettamente dal papa.
La riorganizzazione del potere pontificio all'interno della città faceva parte comunque di un progetto più ampio che tendeva a dare al papato una base sicura al di fuori delle stesse mura di Roma, riformando per quanto possibile nella sua integrità lo Stato della Chiesa con la cosiddetta "politica dei recuperi", cioè i recuperi dei territori ritenuti di appartenenza del papato e ingiustamente sottrattigli. In questo, Innocenzo III fu favorito dall'improvviso crollo della sovranità germanica in Italia dopo la morte di Enrico VI e dall'aver saputo inoltre mettere al servizio dei suoi piani l'innata avversione degli Italiani verso i Tedeschi, con un rinnovo propagandistico del germogliante spirito nazionalistico.
Senza particolari difficoltà furono così riammessi nello Stato della Chiesa il ducato di Spoleto e la marca di Ancona, sulla base di un omaggio personale degli abitanti di quei territori che vollero sottomettersi alla sovranità papale, riconoscendosi sudditi del vicario di Cristo.
Il tentativo d'incorporare la Romagna, dando ugualmente peso al sentimento di fede cristiana e spirito pseudopatriottico, fallì però principalmente per il comportamento dell'arcivescovo di Ravenna che sollevò pretese di autonomia; tanto meno riuscì ad Innocenzo III di rientrare in possesso dei beni di Matilde di Canossa.
In fondo i grandi progetti di ampliamento dello Stato della Chiesa furono realizzati solo in parte, ma è certo che sui territori riconquistati la riorganizzazione della sovranità pontificia fu solida e tale da sottrarre definitivamente il papato e le sue proprietà all'ambito della potenza imperiale.
È che alla base di tutto prendeva corpo con Innocenzo III la formulazione precisa dell'ideale teocratico che già fu di Gregorio VII, secondo la quale al papato spettava il dominio assoluto su tutti i poteri della terra; quella teoria ora si fa convinzione pratica e cerca più ampli orizzonti. I termini di riferimento sono sempre gli stessi, dal Constitutum Constantini allo Pseudo-Isidoro, ma adesso il concetto di Mater Ecclesia sembra ricercare le sue motivazioni di potere su ideali essenzialmente religiosi e filosofici.
Si parte dal concetto che l'anima è superiore al corpo e che lo spirito
deve dominare sulla materia per affermare che all'amministrazione delle cose spirituali deve essere subordinata l'amministrazione delle cose terrene, per cui il papato deve essere considerato superiore all'impero e l'imperatore potrà ricevere il potere solo dal papa, come la luna riceve luce dal sole. Lo spirito cristiano finisce per essere ancor più asservito a finalità politiche; la teocrazia risulta, in ultima analisi, la maschera del potere.
Su questi principi Innocenzo III si accinse ad affrontare la questione
della successione all'impero; la moglie del defunto Enrico VI, Costanza, era riuscita a far incoronare il figlioletto di tre anni, Federico, re di Sicilia nel maggio del 1198 a Palermo, ma nel novembre era morta, lasciando stabilito per testamento che Innocenzo III avrebbe dovuto assumere la tutela del figlio e la reggenza del regno di Sicilia durante tutto il periodo di minorità di Federico. Era questa un'arma potente in mano del papa che accettò il compito con soddisfazione; si poteva ritenere arbitro della situazione nel vuoto di potere che si era creato in Germania, ma per il quale era in predicato come legittimo erede il suo pupillo Federico. Nel frattempo però la maggioranza del partito degli Hohenstaufen aveva deciso di offrire la corona di Germania al fratello di Enrico VI, Filippo di Svevia, mentre la minoranza guelfa gli aveva opposto il duca Ottone di Brunswick.
Il papa non intervenne subito nella vertenza, anche perché la guerra civile giocava a vantaggio del suo pupillo, e solo quando capì che era opportuno imporre il prestigio papale per evidenziare in termini inequivocabili i principi basilari della Chiesa sul governo della società cristiana, emise la sentenza. Se a vantaggio di Filippo stavano la maggioranza dei principi e l'appoggio del re di Francia, Innocenzo III non poteva perdonargli il fatto di essere stato incoronato nel settembre del 1198 a Magonza dall'arcivescovo borgognone di Tarantasia, ovvero da un prelato straniero senza alcun mandato, nonché la scomunica lanciata contro di lui da Celestino III e tuttora operante, senza contare il suo ostentato diritto alla corona imperiale come "re dei Romani", in base al quale aveva preannunciato l'intenzione di venire a Roma per essere incoronato dal papa. Ottone, per quanto sostenuto dalla minoranza, era stato invece incoronato nel luogo adatto, ad Aquisgrana, dall'arcivescovo di Colonia a ciò deputato e inoltre era protetto dal re d'Inghilterra, suo zio; ma soprattutto aveva dichiarato che praticamente rinunciava ai diritti germanici in Italia. Favorire lui significava aumentare la portata dei "recuperi" territoriali, con l'acquisto dei beni della contessa Matilde di Canossa, nonché la salvaguardia dalla temuta unione dell'impero con la Sicilia: Innocenzo riconobbe legittimo re Ottone IV e gli promise la corona imperiale.
Ma nonostante l'intervento del papa, criticato ovviamente con alterni pareri, non solo dai principi ma anche dai vescovi tedeschi, la guerra civile seguitò: Filippo guadagnò gradatamente terreno ed Ottone rimase isolato, fino ad essere abbandonato dallo stesso arcivescovo di Colonia che nel 1205 rinnovò ad Aquisgrana l'incoronazione imperiale sulla testa di Filippo. Quell'unzione fatta con tutti i crismi riconosciuti dal papa mise nei pasticci Innocenzo III che, vedendo sempre più precaria la posizione di Ottone, fu costretto a prender coscienza del mutamento della situazione e ad arrivare ad un abboccamento con Filippo. Ma, nel bel mezzo delle trattative, Filippo veniva assassinato a Bamberga nel giugno del 1208, probabilmente da sicari di Ottone. La situazione a quanto pare si era risolta e Innocenzo III già sognava il trionfo della sua politica; Ottone rinnovava le proprie promesse e nell'agosto del 1209 s'incontrava col papa a Viterbo, spergiurando sulla rinuncia ai beni matildini e ai diritti sull'ex esarcato. Il 4 ottobre del 1209 veniva solennemente incoronato in San Pietro da Innocenzo III fiducioso come non mai. E invece Ottone IV tradì ogni sua aspettativa; l'anno dopo occupava alcune zone dell'Italia meridionale, inviava truppe in Sicilia, affidava in feudo a funzionari tedeschi i territori recuperati da Innocenzo, il quale non trovava altra difesa se non nella scomunica, che liberava peraltro automaticamente i principi tedeschi dall'obbedienza ad Ottone.
Era la disfatta della politica pontificia a livello imperiale e bisognava correre ai ripari; Federico aveva solo sedici anni, ma era l'unica carta che restava in mano al papa. Innocenzo appoggiò apertamente la
candidatura del ragazzo e nel 1211 i principi germanici lo elessero formalmente re.
Federico veniva incoronato "re dei Romani" nel 1212 a Magonza e l'anno dopo, nella Bolla d'Oro di Eger, rinnovava la promessa fatta dieci anni prima dal guelfo Ottone: la separazione della Sicilia dall'impero e i famosi "recuperi" territoriali dello Stato della Chiesa. Ma Federico era pur sempre un ragazzo; un rafforzamento della posizione del pupillo pontificio la si ebbe però nel 1214 dalla sconfitta di Ottone a Bouvines contro le forze congiunte di Federico e di Filippo II di Francia.
Per più di dieci anni Innocenzo III aveva dovuto impegnarsi ai vertici dell'impero e, nonostante lo smacco subito da Ottone IV, la sua brillante strategia e la perfetta padronanza dell'ideologia teocratica avevano finito per imporre la personalità di questo papa a livello europeo; egli era diventato l'incarnazione della legge e dell'ordine e questo significò che il papato poté interferire, proprio per tutelare questa rinnovata immagine del suo potere, nella politica di diversi regni.
Innocenzo aveva infatti costretto, con l'interdetto, il re di Francia Filippo Augusto a riprendersi la moglie ripudiata, Ingeborga, e il re d'Inghilterra Giovanni Senza Terra a riconoscersi vassallo della Chiesa di Roma; aveva ricevuto l'omaggio feudale da parte di Pietro II d'Aragona, di Ottone di Boemia, di Alfonso IX di Leon e di Sancio I del Portogallo; nel 1212 infine gli eserciti dei re di Spagna, incoraggia ti con spirito cristiano, avevano definitivamente frenato a Las Navas di Tolosa la potenza espansiva araba. Ma la signoria feudale di Innocenzo sulle monarchie europee, come ha osservato il Falco, fu "un potere per gran parte illusorio, fondato su una fede che veniva meno" e che doveva cedere il campo ai nuovi organismi nazionali e comunali; "la sua teocrazia diventa, contro l'Europa che essa ha creato e che si fa ogni giorno più insofferente di tutela, uno strumento di ordine e di conservazione".
In un'Europa siffatta non avevano più il significato di una volta le
crociate e la lotta contro gli eretici, che pure furono due questioni che
Innocenzo III ebbe particolarmente a cuore. Della quarta crociata, che si concluse nel 1204, egli fu uno dei massimi promotori; ma i crociati, avendo deciso di arrivare in Terra Santa via mare, avevano fatto un contratto con la repubblica di Venezia per il trasporto, e non potendo pagare l'alta somma richiesta, finirono per divenire uno strumento
delle ambiziose mire venete in Levante.
Per quanto riguarda gli eretici Innocenzo III partì in linea di massima col piede sbagliato, considerandoli alla stessa stregua degli eretici dei primi secoli della Chiesa; essi in realtà propagandavano una vita cristiana all'insegna del Vangelo e andavano considerati una conseguenza logica di quei movimenti popolari a suo tempo difesi dalla Chiesa, come la Pataria. Gli Umiliati, gli Spirituali o i Gioachimiti non mettevano in discussione dogmi, ma
condannavano il malcostume ecclesiastico e laico, naturalmente ormai senza mezzi termini, mettendo sotto accusa vescovi e sovrani, denunciando ai vertici dello stesso papato un declinare dello spirito religioso e un prevalere su di esso della politica, sia pure di stampo teocratico, nel tradimento del messaggio evangelico. Naturalmente a un pontefice teocratico come Innocenzo questi movimenti pauperistici non andavano bene e furono messi perlopiù al bando della Chiesa; all'insegna di uno spirito ortodosso, che in realtà tradiva l'ansia di soffocare un incendio subdolo, indomabile, sempre minaccioso, gli eretici saranno d'ora in poi perseguitati in vere e proprie spedizioni sterminatrici per le quali in un enorme errore politico e religioso, si cercò la solidarietà degli Stati.
Tristemente famosa restò quella contro gli Albigesi tra il 1208 e il 1209, sfrontatamente chiamata "crociata" da Innocenzo, che l'aveva appunto promossa, infiammando l'animo dei crociati con l'ardente parola di San Domenico di Guzman. Fu una vera e propria caccia al cristiano eretico, contro il quale il crociato si sentì di agire come contro un infedele, con la più spietata ferocia. Anche se gli Albigesi erano giunti a negare le verità più sacre della religione cristiana, come la pratica dei sacramenti, e in tal senso la condanna da parte del papa era evidentemente sacrosanta, fu un errore coinvolgere il mondo politico in una vertenza di ordine religioso. È un fatto che per i vassalli del re di Francia la crociata fu solo una scusa per portare le armi contro il fiorente stato dei conti di Tolosa, e il papa, una volta vinte le resistenze propriamente eretiche, non riuscì a tenere a freno l'ambiziosa ingordigia dei crociati, così che il significato religioso della spedizione si vanificò. Oltretutto, una volta caduta Tolosa, la Chiesa di Roma si sarebbe trovata padrona del contado
Venassino.
In definitiva Innocenzo, nel combattere i movimenti religiosi del suo tempo, fu indiscutibilmente animato da un rispetto dell'ortodossia, cercando di andare nello stesso tempo incontro a quello spirito di povertà e giustizia evangelica in nome del quale essi denunciavano la Chiesa. Le sue riforme all'inizio del pontificato in seno alla Curia e all'amministrazione di Roma probabilmente tendevano a ripulire gli ambienti della Sede dell'apostolo Pietro dalla corruzione e riportarli alla loro dignità. Ma è un fatto che, in tutto questo, Innocenzo fu guidato da un impegno politico che snaturò lo spirito di purificazione, se egli stesso si servì del denaro per raggiungere il suo scopo: fu travolto inesorabilmente dagli stessi ideali a cui si era votato, a causa dei mezzi non proprio evangelici usati pur di vedere affermato l'universalismo papale.
E in un simile programma, poco poteva essere lo spazio lasciato a certi movimenti pauperistici; si salvarono soltanto quelli che seppero mantenersi nei limiti dell'idealizzazione di una virtuosa vita cristiana, senza atteggiarsi troppo a condannare chi stava in alto, finendo per concordare una Regola e il riconoscimento del loro movimento come vero e proprio ordine religioso in seno alla Chiesa. Così fu per gli Umiliati, i Poveri Cattolici e i Fratelli Penitenti di
San Francesco d'Assisi (vedi scheda sotto); l'autorizzazione concessa a quest'ultimo di esercitare la penitenza e la predicazione peraltro "fu una decisione la cui portata, allora, non fu dato ad alcuno di presentire in tutta la sua importanza", come osserva il Seppelt. "Difatti, chi avrebbe potuto allora prevedere che, tramite il Poverello d'Assisi, con la sua fondazione, si sarebbe avverato quello che, secondo la leggenda di Tommaso da Celano, Innocenzo III aveva visto in sogno? un uomo semplice e dispregiato sorreggeva con le sue spalle la crollante basilica Lateranense."
È evidente quanto più comprensibile invece possa essere stato per Innocenzo lo spirito di
San Domenico (vedi scheda sotto): il papa trovò in lui "un intelletto positivo e risoluto nell'applicazione di mezzi pratici idonei a sradicare l'eresia", come nota il Gregorovius; egli "si consultava con i più tristi eroi della guerra contro gli Albigesi... fu spettatore della strage di un nobile popolo". Eppure "in mezzo a questi orrori, di fronte ai quali Francesco sarebbe indietreggiato tremante, il fanatico spagnolo non provò null'altro che sensi di cocente amore per la Chiesa, null'altro che fervida umiltà, poiché la sola passione che lo animasse era un impulso irrefrenabile a distogliere gli uomini dalle opinioni che egli riteneva delittuose". Per questo non poté non essere considerato una sorta di braccio destro della politica teocratica di Innocenzo III.
Questo papa fu in conclusione un grande uomo di potere, che mascherò i propri intenti con una conquista cristiana del mondo, celebrandone il trionfo nel dodicesimo concilio ecumenico, quarto del Laterano, aperto
l'11 novembre del 1215, che registrò un numero straordinario di partecipanti: più di 70 patriarchi e arcivescovi, circa 400 vescovi e 800 abati, oltre ai diversi ambasciatori dei sovrani europei e la presenza personale di Federico II. L'esito delle discussioni conciliari, pubblicato in 70 canoni, che finirono nella loro integrità nel Corpus Iuris canonici, partiva dall'approvazione del termine
"transustanziazione", per indicare la trasformazione sostanziale della forma eucaristica, all'imposizione per i cristiani di confessarsi e comunicarsi almeno una volta l'anno e alla condanna delle varie forme eretiche, tra le quali fu relegata anche la Congregazione Florense di
Gioacchino da Fiore, morto nel 1202 e le cui reliquie erano peraltro venerate dai fedeli del monastero di San Giovanni in Fiore. Veniva essenzialmente condannata la sua profezia di una terza età del genere umano, senza Chiesa e senza Stato, per una comunità di credenti destinati a vivere finalmente in una società egualitaria e umile; essa costituiva una reazione principalmente all'assetto gerarchico della Chiesa, e come tale fu ritenuta eretica.
Il concilio dette infine precise disposizioni per una nuova crociata contro i Turchi che sarebbe dovuta partire l'1 giugno del 1217; essa doveva essere condotta sotto la direzione personale della Chiesa per evitare le solite influenze politiche deviatrici. E infatti, chiuso il concilio, Innocenzo III nella primavera del 1216 si recò nel nord d'Italia per comporre le controversie esistenti tra le città marinare di Pisa e Genova e inculcare nelle loro cittadinanze uno spirito strettamente religioso, onde evitare che si ripetesse con loro lo sfruttamento commerciale che nella quarta crociata era stato messo in atto da Venezia.
Durante quest'opera missionaria, la morte lo colse a Perugia il 16 luglio del 1216; fu sepolto nella cattedrale di quella città, ma nel 1890 Leone XIII ne fece trasportare le ceneri nella basilica del Laterano, ove gli eresse un monumento.
Tra XII e XIII secolo, l'organizzazione ecclesiastica sta operando
un grandioso sforzo di contenimento delle tendenze riformatrici potenzialmente
eretiche. La strategia di Innocenzo prevede la repressione violenta soltanto delle tendenze eretiche
che si dimostrino irrimediabilmente irrecuperabili: tenterà invece in più modi di
riconvogliare nell'alveo della tradizione e dell'ortodossia le frange più
moderate dei movimenti riformatori.
In questa delicata strategia, volta a volta violenta o conciliante,
Innocenzo utilizzerà come strumenti operativi i due nuovi ordini
mendicanti dei Francescani e dei Domenicani.
Francesco d'Assisi (1182 - 1226) dopo una giovinezza dissipata, rinuncia
pubblicamente a tutti i suoi beni e si converte ad una vita di povertà
assoluta e di penitenza, fondando l'ordine dei Frati minori, che si ispirava
al ritorno alla vita evangelica ed apostolica, all'umiltà ed alla povertà,
nella totale adesione alla Provvidenza divina. I nuovi frati condurranno una vita
esemplare di povertà e di castità, facendo propri i temi centrali della tradizione
patarino-valdese.
Giotto - Il sogno di Innocenzo III, ciclo di affreschi della
Chiesa di san Francesco ad Assisi.
Il papa Innocenzo III sogna che la Basilica del Laterano minaccia di crollare e
viene sostenuta dalle spalle di San Francesco.
Le diffidenze iniziali del pontefice verso il giovane Francesco che, da
laico, gli chiede l'autorizzazione a predicare ed a prestare la propria
opera in ospizi e lebbrosari, svaniscono presto di fronte alla totale
professione di obbedienza di frate Francesco. Per
integrare il nascente movimento nell'istituzione ecclesiastica, Innocenzo
ordina diaconi Francesco ed i suoi frati. In segno di umiltà, ai «frati
minori» è prescritta la tonsura. Un cardinale di Curia è incaricato di
proteggere il nuovo ordine.
Giotto - La presentazione della regola di S. Francesco a papa Innocenzo III |
|
Domenico di Guzmann (1170 - 1221) dedicò la sua vita alla lotta contro le eresie
pullulanti nella Francia meridionale. Colpito dal rigore morale, dalla dottrina e dalla vita
rigidamente ascetica praticata dai predicatori eretici, egli si convinse
della necessità di contrastarli con le loro stesse armi; perciò si impegnò
a creare l'ordine domenicano, formato di dotti predicatori, capaci di
offrire un esempio di severa vita religiosa e di contrastare la propaganda
degli eretici sul terreno teologico-dottrinale.
Innocenzo III favorì in ogni modo
fin dal principio l'iniziativa di Domenico che nel 1217 si stabilì a Roma
e diede un formidabile impulso allo sviluppo dei conventi domenicani,
tanto che questi nel 1235, pochi anni dopo la sua morte, erano già più di
trecento. Il frate
domenicano utilizza altre armi rispetto a quelle del francescano: conosce
approfonditamente la teologia cattolica, sa predicare o convincere ,
insegna in scuole ed università, adeguando ogni volta la scelta dei temi e
del linguaggio al suo uditorio.
Ai domenicani, colti e
dottrinalmente preparati, Innocenzo affida la gestione dei tribunali
dell’Inquisizione.
Domenico fa eseguire la prova del fuoco
tavola dal Polittico dei domenicani, prima metà XV secolo.
La prova del fuoco divide i
libri ortodossi dai libri ereticali. La funzione storica dell'ordine
domenicano sarà quella dell'insegnamento affiancata dalla lotta contro le
eresie. |
Inviando nelle diocesi i nuovi frati, direttamente legati dal
vincolo di obbedienza al pontefice, il papa raggiunge un duplice
obiettivo: da un lato contrasta ed ingloba i fermenti eretici sempre rinnovantisi,
dall'altro controlla e stimola alla moralizzazione dei costumi il clero
locale, sempre esposto ai rischi della mondanizzazione.
Francescani e domenicani daranno
la vivente dimostrazione, agli occhi dei fedeli, dei rinnovamento morale
della Chiesa.
|