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GREGORIO IX
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Il conclave Come successore del pacifico Onorio III, il collegio dei cardinali riunito in S. Gregorio elesse il 19 marzo del 1227 il cardinale Ugolino, vescovo di Ostia. Apparteneva alla famiglia dei Conti di Segni ed era nato ad Anagni tra il 1145 e il 1150; aveva visto il governo di parecchi papi e in numerose occasioni si era potuto fare un'esperienza a diversi livelli.
Vita Innocenzo III, suo parente, lo aveva consacrato cardinale ed era stato suo legato in Germania varie volte, finendo per entrare in amicizia con Federico II. Sotto Onorio III era stato di nuovo legato pontificio nell'Italia settentrionale e grazie al suo intervento, più che per l'operato del papa, era riuscito a metter pace in molti contrasti tra Comuni guelfi e ghibellini, con un'energia che faceva ben sperare alla Curia di aver ritrovato finalmente un papa autoritario, anche se ottantenne, capace di contrastare l'imperatore. A certe doti politiche si accompagnava un grande spirito di fede, che lo aveva portato ad ergersi come protettore dell'Ordine dei Francescani, aiutando Francesco ad avere l'approvazione di Onorio III alla seconda Regola nel 1223. Papa Consacrato in San Pietro il 21 marzo del 1227 con il nome di Gregorio IX, tre giorni dopo scriveva a Federico per annunciargli l'elezione, ricordando che in agosto scadeva improrogabilmente il termine per la partenza della crociata; il tono di Gregorio era fermo ma cordiale, nel nome di un'antica amicizia. Federico sapeva bene comunque con chi aveva a che fare e questa volta si era già impegnato in seri preparativi; essendo affluite diverse truppe dalla Germania, tutte le schiere degli armati radunate nel luglio a Brindisi per l'imbarco risultavano in numero così grande, che le navi non erano sufficienti per il trasporto e inadeguati i mezzi di sussistenza. Scoppiò un'epidemia, e lo stesso Federico si ammalò. Ciononostante era salpato, ma poi aveva dovuto fermarsi ad Otranto, rinunciando temporaneamente alla crociata, per l'aggravarsi del morbo. Si era infine ritirato ai bagni di Pozzuoli per ristabilirsi. Immediatamente aveva comunicato ogni cosa a Gregorio per mezzo di un'ambasceria ma, dati i precedenti, era difficile che il papa credesse alla sua malattia; e infatti, convinto che l'imperatore avesse tirato fuori l'ennesimo pretesto, Gregorio denunciò l'inadempimento del trattato di San Germano e il 29 settembre scomunicò Federico, annunziando con un'enciclica all'intera cristianità gli spergiuri, la dissolutezza e la tirannia dell'imperatore. Federico in realtà questa volta non era in colpa; diciamo che gli era andata storta e Gregorio aveva forse agito troppo impulsivamente. L'imperatore infatti, in un comunicato del 6 dicembre, ribadiva con tono pacato la sua "innocenza" e annunciava che era intenzionato a partire per il maggio dell'anno successivo. Gregorio seguitò a non credergli e il 23 marzo del 1228 gli rinnovò la scomunica, motivata questa volta anche dalle oppressioni esercitate da Federico contro la Chiesa in Sicilia. Di fronte alla ferma posizione del papa, una parte della nobiltà con a capo i Frangipane, agganciati dall'imperatore alla sua causa, cinque giorni dopo organizzò un tumulto in San Pietro durante la messa, mentre Gregorio teneva un'omelia contro Federico; i rivoltosi lo insultarono e lo cacciarono dalla chiesa. Ci furono scontri nelle strade e il papa fuggì prima a Viterbo, poi riparò a Perugia, da dove lanciò la scomunica contro i sudditi ribelli. Federico a questo punto, proprio per mettere Gregorio dalla parte del torto, partì finalmente per la crociata, lasciando l'amministrazione del regno a Rinaldo, ex duca di Spoleto; imbarcatosi a Brindisi nel giugno, otteneva pacificamente Gerusalemme e i Luoghi Santi, stipulando con il sultano d'Egitto un trattato nel febbraio dell'anno dopo. Incoronatosi re di Gerusalemme nella chiesa del Santo Sepolcro, nel giugno del 1229 era di nuovo in Italia.
Ma in realtà si trattava di una tregua: Federico non aveva rinunciato al sogno di restaurare una sorta di nuovo impero romano, per il quale condizione primaria era quella di esercitare su tutta l'Italia un controllo effettivo. A questo scopo incrementò gli attacchi contro le città lombarde per assicurarsi i diritti imperiali al nord, rinnovò le scorrerie nello Stato pontificio e promulgò un codice di leggi per il meridione, compilato da Pier delle Vigne, che mirava a stabilire un assoluto dominio del re ai danni dei beni ecclesiastici.
Solo per l'aiuto dell'imperatore dunque il potere temporale della Chiesa era stato mantenuto in Roma e Gregorio non poté che essergliene riconoscente, contraccambiando il favore per quanto era nelle proprie possibilità. Quando il figlio di Federico, Enrico, si ribellò al padre minacciando ancor sedicenne il suo trono imperiale, Gregorio lo scomunicò e così l'imperatore poté farlo arrestare, detronizzandolo e tenendolo prigioniero fino alla morte che avvenne nel 1242. In ogni caso Federico, dopo tutto ciò, si sentì quasi giustificato ad ogni ulteriore mossa e si accinse ad infliggere alla lega lombarda una tremenda sconfitta a Cortenuova nel 1237; ma per quanto egli decantasse la vittoria ed inviasse a Roma, come trofeo di guerra, il Carroccio, non ci fu una resa incondizionata dei Comuni. Determinò solo uno stato di euforia del partito imperiale con un'altra fuga di Gregorio alla volta di Anagni nel luglio del 1238; ma lo scontro tra guelfi e ghibellini si risolse presto con la vittoria dei primi, così che nell'ottobre il papa poteva già rientrare nella propria sede. A questo punto Federico comunque aveva buttato giù la maschera; era chiaro che l'invio del Carroccio suonava come una dichiarazione di guerra. Ignorando ormai la pace di Ceprano, egli aizzava apertamente i Romani contro il papa, imprigionava i legati pontifici inviati nelle sue terre e impediva le nomine vescovili. E che fosse intenzionato ad abbattere il potere temporale della Chiesa apparve evidente quando concesse al figlio Enzo, che aveva sposato la vedova del giudice di Torres e di Gallura, il titolo di re di Sardegna, territorio rivendicato dal papato sulla base della Donazione di Costantino. Il grande pericolo per l'esistenza stessa dello Stato della Chiesa suggerì a Gregorio di scomunicare nuovamente Federico II in forma solenne la domenica delle Palme del 1239.
E questa guerra ideologica fu accompagnata naturalmente da scontri armati: Federico giunse ad occupare vaste zone dello Stato pontificio con il fine di isolare Roma; Gregorio spinse i Veneziani ad invadere le Puglie, in un vano tentativo di bloccare dal sud l'avanzata del nemico, e convocò a Roma un concilio ecumenico per la Pasqua del 1241. Federico riuscì a mandarlo a monte; bloccate le vie d'accesso a Roma, si dette alla caccia degli ecclesiastici convocati e ne fece prigionieri più di cento, tra i quali due cardinali e numerosi vescovi e arcivescovi.
Ma è vero quanto ha scritto il Seppelt: "come papa, Gregorio si dimostrò una natura di dominatore, di impavido campione della libertà e dei diritti della Chiesa, di elegante comportamento, distinguendosi per la straordinaria energia, conseguente e senza riguardi fino a raggiungere una estrema durezza; irremovibile nella sua fiducia in Dio e impavido anche nelle difficoltà e nel pericolo", come testimoniano i tribunali d'Inquisizione da lui istituiti nel 1232 per la repressione degli eretici e affidati con una bolla del 20 aprile di quell'anno ai Domenicani. Probabilmente l'organizzazione di questi malfamati e tristi tribunali rientravano nella mentalità tutta giuridica di Gregorio, come lo fa capire del resto l'incarico affidato al domenicano Raimondo di Peñafort di raccogliere in una "summa" di cinque libri tutte le decretali pontificie indicate comunemente come Liber extra; esso costituì poi la base del Corpus iuris canonici di Pio X e Benedetto XV. "Eppure questo fiero gerarca, con il suo temperamento passionale, non era affatto insensibile ai teneri moti dell'anima", nota ancora il Seppelt. "Circa la sincerità e profondità della sua pietà tinta di misticismo, non è possibile alcun dubbio. Era legato con ammirevole venerazione e sincera amicizia alle maggiori personalità religiose del suo tempo", come il già ricordato Francesco d'Assisi, che lui stesso canonizzò nel 1228, nonché Antonio da Padova e Domenico di Guzman successivamente sempre da lui elevati agli onori degli altari.
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