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PIETRO

Apostolo di Galilea
dall’anno 30
al 13 ottobre 64 d.C.

Si chiamava Simone ed era un pescatore di Betsaida, sulla sponda orientale del lago di Tiberiade, in Galilea.
Sposato, si trasferì con la moglie, il padre, la suocera e il fratello Andrea a Cafarnao, dove esistevano sicure prospettive per il commercio del pesce. A Betania, sempre con Andrea, si unì ai discepoli di Giovanni il Battista che preparava gli animi all'avvento del Messia; si trattava di un'epoca infatti in cui i Galilei erano molto sensibili all'idea messianica e propensi a mettersi in agitazione per riscattare un'esistenza misera asservita a Roma al seguito di un capo. Ed ecco l'incontro con Gesù di Nazaret. Era un giorno tra il febbraio e il marzo del 28: Gesù lo fissò intensamente e, come racconta S. Giovanni (I, 42) gli disse: «Tu sei Simone, figlio di Giona; tu sarai chiamato Cefa», ovvero «pietra», e il suo nome cambiò appunto in Pietro. Indubbiamente quel pescatore non poté comprendere allora il significato e la portata di quell'annuncio, ma c'era del misterioso e dello sconcertante nel giovane Nazareno. E più o meno da quel giorno ha inizio l'esperienza di Simone, che lentamente matura la fede in Gesù-Messia, assiste alla manifestazione dei suoi straordinari poteri taumaturgici, osserva il comportamento decisamente nuovo e senza riguardi che il giovane rabbi ha per i tabù sociali e religiosi, ascolta fiducioso la promessa di un regno. In fondo è convinto di seguire un Messia politico.

Gesù, una volta stabilito a Cafarnao il centro della propria predicazione, entra in rapporti preferenziali con Simone, compiendo per lui il miracolo della pesca narrato da Luca (V, 8), avvenimento che provoca il religioso timore del beneficiato di fronte al manifestarsi del divino con la frase «Allontanati da me, o Signore, perché sono un uomo peccatore!», e rivelando peraltro di cominciare a capire il carattere tutto religioso del Messia che stava seguendo. E Gesù lo rassicura e lo invita anzi ad un compito di cui la pesca era solo un simbolo: «Non temere, d'ora in poi tu sarai pescatore di uomini!».

Poi un giorno di luglio del 29, ecco la promessa del primato: Gesù sta risalendo la valle del Giordano per dirigersi verso Cesarea di Filippi seguito dai dodici apostoli e chiede loro una professione di fede: «Chi dite che io sia?». A rispondere per tutti è appunto Simone: «Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente». Non è ancora quella fede che nascerà in lui dopo la Risurrezione e la Pentecoste, ma essa è tale che Gesù l'attribuisce ad una rivelazione di Dio: «Beato te, o Simone, figlio di Giona, perché non la carne né il sangue ti ha rivelato questo, ma il Padre mio, che è nei cieli». E concretizzando l'annuncio dato nel loro primo incontro, lo chiama «Pietro» aggiungendo una spiegazione del cambio del nome quando precisa che «su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell'inferno non prevarranno contro di lei. E a te darò le chiavi del regno dei cieli: e qualunque cosa avrai sciolta sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli» (Matteo XVI,13-19).

In queste parole la chiesa cattolica riconosce la creazione del papato; esse prescrivono una funzione da esercitare fino alla fine dei secoli in una comunità costituita da «pietre» vive, tra le quali Pietro appare quella che assicura la stabilità dell'edificio. Egli assume anche un potere decisionale in campo dottrinale tra gli uomini ai quali si estende 1a volontà di Dio; in questo senso la funzione del primato nori poteva estinguersi con Pietro. Di qui la successione dei romani pontefici.

La promessa del primato è comunque confermata dopo la Risurre­zione; a seguito della triplice affermazione di amore fatta da Pietro, Gesù gli conferisce il primato su tutta la Chiesa («Pasci le mie pecorelle»). Lo nomina cioè primo papa: era l'aprile del 30.

Pietro esercitò la sua funzione di capo della Chiesa in varie località. A Gerusalemme innanzitutto, dove verso il 48/49 si ebbe il primo concilio della Chiesa; ad Antiochia, dove secondo una tradizione del II secolo governò la sede episcopale per sette anni; e forse a Corinto, la cui Chiesa si riteneva «fondata da Pietro e Paolo» secondo una lettera del vescovo Dionigi della seconda metà del II secolo; e infine a Roma, dove la tradizione vuole che Pietro abbia guidato la cristianità per 25 anni, dal 42 al 67, anche se non ininterrottamente, come attesta la sua presenza a Gerusalemme per il concilio del 48/49 e il fatto che né S. Paolo nella Lettera ai Romani del 58 lo nomina fra i cristiani che saluta, né gli Atti degli apostoli fanno menzione di Pietro quando danno notizie dell'arrivo di Paolo a Roma nel 61.

Circa la presenza di Pietro a Roma le testimonianze letterarie appaiono piuttosto generiche (Clemente Romano, S. Ignazio di Antiochia, Clemente Alessandrino, Eusebio di Cesarea), a parte quella diretta dell'apostolo che, nella sua prima lettera, in riferimento alla cittàda cui scrive, parla di Babilonia, nome simbolico con cui si riferisce a Roma, come Giovanni nell'Apocalisse. Ci sarebbe venuto con la mo­glie che, secondo Clemente Alessandrino, morì martire e con la figlia di cui si sa anche il nome, Petronilla; ma probabilmente quest'ultimo era il nome di una sua discepola, convertita e battezzata da lui.
Numerose peraltro le leggende legate a luoghi e monumenti della città che ricordano la presenza di Pietro a Roma. Prima di tutti il carcere Mamertino; all'inizio della scala che conduce alla cella inferiore del carcere, il Tulliano, un'iscrizione sul marmo ricorda che «in questo sasso Pietro dà di testa/spinto da sbirri et il prodigio resta». E sotto, infatti, la pietra è come scavata e sembra veramente il calco di una testa.
Nel Tulliano c'è poi un'altra scritta dietro il rudere di una colonna di marmo: «Questa è la colonna dove stando legati i Ss. apostoli Pietro e Paolo convertirono i Ss. martiri custodi delle carceri» cioè Processo e Martiniano «et altri XL VII alla fede di Cristo quali battezzarono coll'acqua di questa fonte scaturita miracolosamente».
L'episodio è rievocato dal Belli nel sonetto San Pietr' in carcere:

La mejo cosa che a campo Vaccino
Se facessi a li tempi de Nerone
Fu a ppied'a campidojo una priggione, 
Che ttutti ce parlaveno latino.

Quer logo se chiamava er Mammerdino;
E nun credete a me che ssò un cojone,
Ma ffatevene fà la spiegazione
Da un certo avocatuccio piccinino.

È ppropio quella la priggione, indove 
Ce fotterno san Pietro carcerato 
Prima c'annassi a le Carcere nove.

E lui ce fece quer pozzo affatato
Che da tant'anni, o ttempo bono, o ppiove, 
È ssempre pieno, e nun z'è mai votato.

La chiesa dei Ss. Nereo e Achilleo, che già nel V secolo si chiamava in fasciola, ricorderebbe la fasciola, cioè la benda che ricopriva la ferita a un piede di S. Pietro, cadutagli mentre, in fuga dal carcere Mamertino, usciva da Roma. Famosa poi la minuscola chiesa del Domine, quo vadis? al primo bivio della via Appia, costruita là dove Cristo sarebbe apparso a Pietro in fuga da Roma e, alla richiesta dell'apostolo «Signore, dove vai?», avrebbe risposto «Redeo Roman, iterum crucifigi» («A Roma per essere di nuovo crocifisso»), determinando il ritorno di Pietro sui suoi passi e l'accettazionèdel martirio.
E ancora, la cappella della Separazione sulla via Ostiense, dove Pietro e Paolo arrivarono dal carcere per poi separarsi verso luoghi diversi di morte. Dedicata successivamente al SS. Crocifisso, si trovava sulla sinistra della basilica di S. Paolo fino al 1568, quando fu abbattuta e ricostruita sul lato opposto ove rimase fino al 1910, anno della sua definitiva demolizione. Un bassorilievo rappresentava la scena della separazione con una lapide che ora si trova nella chiesa della SS. Trinità dei Pellegrini.

IN QUESTO LUOGO SI SEPARARONO S. PIETRO ET S. PAULO 
ANDANDO AL MARTIRIO ET DISSE PAULO A PIETRO 
LA LUCE SIA CON TECO FUNDAMENTO DELLA CHIESA
ET PASTORE DI TUTTI LI AGNELLI DI CHRISTO 
ET PIETRO A PAULO VA IN PACE PREDICATOR 
DE BUONI ET GUIDA DE LA SALUTE DE GIUSTI.

E infine, le catene che lo tenevano avvinto sarebbero quelle custodite a S. Pietro in Vincoli in un'urna di bronzo dorato. A proposito di esse si dice che siano costituite da due diverse catene che avevano tenu­to «in vincoli» l'apostolo, l'una in Palestina e l'altra appunto a Roma; collocate nell'urna da S. Leone Magno, e venute a contatto si saldaro­no miracolosamente formando una catena unica di 38 anelli.

Pietro avrebbe abitato sull'Esquilino, nel palazzo del senatore Pudente situato nel vicus Patricius, e vi avrebbe organizzato un oratorio, dove battezzò le vergini Pudenziana e Prassede. Lì sorse poi la chiesa di S. Pudenziana, che una vecchia tradizione giudicherebbe la più antica di Roma. Ma secondo un'altra tradizione Pietro sarebbe stato anche ospite, sull'Aventino, dei coniugi Aquila e Prisca, sui resti della cui casa fu poi costruita nel IV secolo la chiesa di S. Prisca.

La leggenda più pittoresca è senz'altro quella legata alla pietra, conservata nella chiesa di S. Francesca Romana al Foro, sulla quale rimasero impresse le ginocchia di S. Pietro mentre pregava Dio di punire la superbia di Simon Mago che s'innalzava in aria; questo volo è narrato nelle Costituzioni apostoliche della fine del IV secolo dallo stesso apo­stolo. «Avevo incontrato Simone in Cesarea», ricorda S. Pietro, «e lo avevo çostretto a dichiararsi vinto in una pubblica confessione. Egli poi dall'Oriente venne in Italia e giunse a Roma; qui cominciò la lotta contro la Chiesa, facenno perdere la fede a molti fratelli con le seduzioni della sua arte magica. Un giorno invitò la gente nell'anfiteatro per il mezzogiorno e chiamò anche me: aveva promesso di volare. Tutti gli sguardi erano fissi su di lui. lo nel frattempo pregavo nel mio intimo. Ecco che sostenuto dal demonio si sollevò nel cielo e disse: "lo mi elevo verso il cielo e farò piovere la benedizione su di voi". La gente applaudiva e lo salutava come un dio. Io, il cuore e le mani rivolte al cielo, pregavo Dio, per Gesù Nostro Signore, che colpisse l'orgoglio di quell'impostore, umiliasse il potere dei demoni, che seducono gli uomini trascinandoli alla morte, facesse precipitare quell'essere infame ignominiosamente e gli facesse rompere l'osso del collo, pur man­tenendolo in vita. E così esclamai guardando Simone: "Se io sono veramente l'uomo di Dio, il vero apostolo di Gesù, il dottore della sincera pietà e non un impostore come te, miserabile Simone, ordino alle potenze del male che sono complici della tua perversità, che ti sostengono in questo volo, di abbandonarti subito. Cadi da quelle altezze e vieni a sentire le risate della folla sedotta dai tuoi prestigi". Appena terminate quelle parole, Simone abbandonato dai demoni cadde precipitosamente nell'anfiteatro. Riportò la frattura di una gamba e la slegatura delle dita dei piedi. La folla allora diceva: "Il solo vero Dio è quello annunciato da Pietro!". E un gran numero di persone abiurò gli insegnamenti di Simone.»

La morte di Pietro avvenne a Roma in un periodo che va dall'incendio del 64 alla morte di Nerone del 68; per tradizione si è fissata la data al 29 giugno del 67. Fu appunto una delle vittime della persecuzione dell'imperatore che fece seguito all'incendio della città, del quale Nerone accusò i cristiani.
Non esiste un documento che indichi la data esatta, ma con una serie di deduzioni plausibili Margherita Guarducci è giunta alla conclusione che essa avvenne esattamente il 13 ottobre del 64. L'incertezza tra le due date persiste anche negli ultimi Annuari pontifici.
Scritti apocrifi indicano il luogo della sua crocifissione (avvenuta a capo in giù, come egli stesso richiese, ritenendosi indegno di morire come Cristo), «nel sito detto naumachia presso l'obelisco di Nerone verso il monte», cioè nel circo di Nerone presso il colle Vaticano. E lì fu sepolto, come precisa il presbitero romano Caio all'inizio del III secolo scrivendo da Roma al montanista Proclo: «Va' sul colle Vaticano e sulla via di Ostia, e troverai i tropei di coloro che hanno fondato questa comunità», cioè i sepolcri dei due apostoli Pietro e Paolo.

Sotto l'imperatore Valeriano, durante la persecuzione del 258, secondo una tradizione i corpi di Pietro e Paolo furono rimossi dalle tombe originali e trasportati ad Catacumbas, cioè nel cimitero di S. Sebastiano per esser messi al riparo da possibili profanazioni. Silvestro I, un secolo più tardi, li fece riportare al luogo primitivo di sepoltura e così la salma di Pietro tornò sul colle Vaticano, ove fu tumulata in un sarcofago di bronzo ciprio fissato a terra; su di esso, a quanto pare, Costantino fece costruire l'antichissima basilica di S. Pietro. Secondo la leggenda l'imperatore stesso avrebbe tolto con una vanga la prima palata dalla fossa scavata per le fondamenta e avrebbe trasportato dodici ceste di terra per rendere omaggio al principe degli apostoli.

In varie occasioni furono fatti tentativi per riportare alla luce il se­polcro del primo papa; esso era collocato tra altre sepolture variamente stratificate del II e III secolo in una vera e propria necropoli, e quindi ogni volta l'impresa risultò piuttosto ardua.

Solo dal 1939, per volontà di Pio XII, furono svolti scavi sistematici in una serie di campagne che portarono a frutti concreti negli anni Cinquanta, quando si scoprì addossata ad un muro intonacato di rosso un'edicola identificata dagli archeologi con il tropeo ricordato da Caio sul quale era inciso il graffito Petr(os)eni, cioè «Pietro è (sepolto qui) dentro». Però la tomba risultò vuota.

Nel 1965 l'archeologa Margherita Guarducci riuscì a trovare i resti dell'apostolo, ma anziché in un sarcofago di bronzo ciprio in una «scatola da scarpe»; l'episodio si tinse di giallo e fa parte ormai della storia archeologica della città. Luciano Zeppegno così lo rievoca con spigliata ironia. «Un sampietrino disse a Margherita Guarducci di ricordare che al tempo della scoperta aveva avuto in consegna dall'economo della fabbrica di San Pietro del materiale rinvenuto nel misterioso ripostiglio. Il materiale era stato messo in una scatola da scarpe e riposto da qualche parte.

Lo spirito investigativo della Guarducci fu premiato quando la scatola venne rinvenuta in un magazzino delle Grotte Vaticane. Dentro c'erano ossa umane, ossa di animali, frammenti di tessuto, terra, pezzetti d'intonaco rosso, matassine d'argento, monetine medievali. L'indagine condotta da valenti specialisti chiarì che le ossa umane erano appartenute ad un individuo di sesso maschile, piuttosto alto, robusto e di età fra i sessanta e settant'anni; i frammenti di stoffa erano di un drappo di porpora intessuto d'oro; l'intonaco era quello del Muro Rosso; la terra era identica a quella dell'edicola. La Guarducci arrivò alla conclusione che le ossa erano i resti dell'Apostolo, tolti dall'edicola e collocati nel ripostiglio per salvarli dalle infiltrazioni d'acqua. E le monetine medievali? Erano finite probabilmente nel ripostiglio attraverso spaccature del muro, dalle quali dovevano essere passati anche i topi di cui erano presenti i resti.»

Giallo a parte, le perizie di laboratorio sui reperti, collegate ad una larga convergenza di indizi, se non di prove, hanno finito per confermare la tradizione, mai smentita da diciannove secoli, che effettivamente «Pietro è (sepolto qui) dentro», nei sotterranei cioè dell'attuale basilica.

Sono queste le ultime disavventure di Pietro in quella che è divenuta, nel corso dei secoli, la sua città, per decreto popolare. Primo papa sì, se vogliamo usare questo termine fin da lui, ma primo vescovo di Roma fondamentalmente e suo patrono, pronto ad accecare dall'alto del Muro Torto il nemico che osasse profanare il centro della cristianità, come Procopio ce l'ha tramandato sulle ali dell'ennesima leggenda nell'assalto dei Goti del 537. E S. Pietro fu sempre oggetto di venerazione da parte del popolo quasi in segno di ringraziamento di questa tutela.

Una testimonianza ce la offre ancora oggi quella statua bronzea che domina con la sua imponenza severa e arcigna la navata centrale della basilica vaticana: la statua sarebbe stata fusa, secondo una tradizione, col materiale ricavato da una statua di Giove per ordine di papa Leone Magno nel V secolo; ma la versione più accreditata è che sia opera di Arnolfo di Cambio, anche se recentemente ne è stata messa in dubbio l'attribuzione allo scultore toscano. Sta di fatto che grande è sempre stata la devozione dei Romani per questa statua di San Pietro, raffigurato appunto nel gesto classico del vicario di Cristo che impartisce solennemente la benedizione; ha il piede destro consunto a forza di essere strofinato dalle mani e dalle bocche dei fedeli in tanti secoli.