Probabilmente il primo vero Papa della comunità Cristiana
fondata su basi ad organizzazione piramidale, ovvero eletto dal proprio cenacolo
e quindi dalla comunità, a differenza di Pietro che derivò direttamente dal
"Verbo di Cristo".
Di San Lino, come di molti altri Papi, non si
hanno notizie certe né sulla vita né sulla morte.
Secondo Ireneo sarebbe da identificare con il Lino di cui fa menzione S. Paolo
nella seconda lettera a Timoteo.
Secondo il Liber Pontificalis Lino, figlio di Ercolano dei
Mauri, sarebbe nato a Volterra,
e infatti la città della Tuscia gli edificò
una chiesa nel 1480 sul posto dove, secondo la tradizione, sorgeva la casa di
suo padre.
Discepolo di Pietro, avrebbe predicato in Francia come vescovo a Besanzone, sostituendo
l'apostolo a capo della comunità romana nei suoi periodi di assenza dall'Urbe.
Resse il pontificato dal 67, nel susseguirsi al potere di Roma di ben cinque
imperatori: Nerone, Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano.
Sempre dal Liber pontificalis si ha notizia che fu lui a prescrivere alle donne di
entrare in chiesa col capo coperto, precetto in verità che resse a lungo,
considerando che esso ha finito per esser superato solo dagli anni Sessanta del
nostro secolo; avrebbe anche aggiunto nel canone della messa la parte che, fino
alla nuova liturgia affermatasi con il concilio Vaticano II, si chiamava Comunicantes.
Sua inoltre l'introduzione del pallio come ornamento e simbolo della
giurisdizione papale: una semplice striscia di lana bianca, con sovrastampate
delle croci nere, portata a mo' di collana sui paramenti. Apocrifi andrebbero
invece considerati i libri a lui accreditati sulla passione di S. Pietro e sulla
disputa di questi con Simon Mago.
La
comunità cristiana di Roma, per la diffusione e la pratica del Vangelo, ai
tempi di Lino poteva contare su «presbiteri» e «vescovi», due nomi che
inizialmente pare fossero sinonimi, ma che ben presto presero il significato che
hanno oggi. I vescovi erano i veri capi della comunità, celebravano la messa e
amministravano i sacramenti; i presbiteri, ovvero i sacerdoti, esercitavano
quelle funzioni solo con il benestare dei vescovi. Ma altre persone operavano
nella Chiesa per la cura dell'apostolato: innanzitutto i «diaconi», che
avevano l'incarico di amministrare i beni ecclesiastici e assistere vescovi e
preti; i «profeti», corrispondenti a quelli che furono poi detti catechisti o
istruttori, aiutati da un gruppo di persone più giovani chiamate «didascali»;
e infine i «paracleti» che si occupavano dell'assistenza agli infermi e ai
poveri. Più o meno allo stesso modo erano strutturate le altre due grandi
Chiese di Corinto ed Efeso.
Una
comunità quella romana, quindi, già organizzata, nonostante fosse istituita da
pochi anni, e che doveva oltretutto guardarsi da certi spiriti inquieti che
serpeggiavano tra gli adepti che, non paghi della rivelazione cristiana, ne
deturpavano la purezza, tentando di conciliare fra loro diverse ed anche opposte
tendenze.
Lino infatti avrà avuto i suoi problemi con le eresie circolanti; oltre
a quella di Simon Mago, con il quale si era direttamente scontrato S.
Pietro, proseguita dal discepolo Menandro, la più spinosa era quella degli
Ebioniti, ebrei-cristiani che propugnavano la legge mosaica pur riconoscendo Gesù
come Messia. La condizione di emarginati di questi ultimi si evidenziò del
resto in conseguenza di quello che fu l'avvenimento più importante sotto il
pontificato di Lino: la distruzione della città di Gerusalemme nel 70 ad opera
di Tito, figlio dell'imperatore Vespasiano.
Per
i cristiani l'avvenimento poteva significare il realizzarsi della profezia di
Gesù, quando questi aveva preannunciato che del Tempio non sarebbe rimasta
pietra su pietra; era un segno positivo dell'avvicinarsi della fine del mondo
e parallelamente dell'avvento del regno di Dio! Ovvero la distruzione di
Gerusalemme poteva essere interpretata come una vendetta «de la vendetta del
peccato antico», per usare il verso di Dante, portavoce di una mentalità
radicata poi nella credenza cristiana fino al concilio Vaticano II. Gli ebrei
andavano considerati direttamente colpevoli della morte di Cristo, anche se
questa era stata necessaria perché si attuasse la redenzione (la «vendetta»)
dal peccato originale, e così Dio si era servito dei Romani per punirli.
Peraltro
la distruzione di Gerusalemme fu la conseguenza di una rivolta sorta in Giudea
dal 66, una rivolta che chiaramente non aveva alcuna possibilità di successo
contro l'impero e prima o poi si doveva arrivare alla resa dei conti. Giuseppe
Flavio racconta l'assedio della città con un realismo rimasto legato ad episodi
famosi, come quello di una donna chiamata Maria che, affamata, uccise e mangiò
il proprio figlio.
Sta
di fatto che i cristiani, appena ebbero il sentore che gli ebrei a causa della
loro ribellione erano caduti in disgrazia presso l'autorità romana, non persero
occasione per convincere il potere che essi non erano contaminati dal giudaismo;
prendendo spunto dalle ramificazioni eretiche penetrate tra gli ebrei-cristiani,
si separarono nettamente da loro, li condannarono apertamente. Così gli
Ebioniti finirono screditati agli occhi dei Romani, come osserva il Grant, «proprio
come gli ebrei, per cui gradualmente si dispersero in un gran numero di sette insignificanti
che non riuscirono a sopravvivere nel mondo moderno. Invece i Gentili cristiani
si sottrassero a questo marchio impresso da Roma e diventarono la forza e il
tema dominante del cristianesimo del futuro». Era, se vogliamo, una mossa di
pura tattica «politica»; la prima delle tante messe in atto dai cristiani
nella loro lunga storia.
Erano
certamente tempi inquieti per una chiara diffusione della parola di Cristo, e
si cominciava già con degli accorgimenti non troppo vicini perlomeno all'etica
cristiana diffusa da S. Paolo; un altro ostacolo erano poi chiaramente le
persecuzioni imperiali, e contro di esse la «politica» clericale ben poco
poteva. Ma per ora, dopo il terrore dei tempi di Nerone, sembrava che Vespasiano
si fosse sfogato con la distruzione di Gerusalemme, sterminando gli ebrei e
determinando la fine della vita nazionale d'Israele.
Ciononostante il Liber pontificalis fa morire Lino martire,
decapitato dal console Saturnino il 23 settembre del 76, e precisa che fu sepolto il giorno dopo
accanto a S. Pietro, nella basilica Vaticana. In realtà si ha ragione di credere che
non sia morto di morte violenta, data la pace goduta dalla chiesa
alla sua morte sotto Vespasiano; tuttavia è venerato come martire per le sofferenze
patite soto Nerone.
La memoria di S. Lino non si trova più nel Calendario universale della Chiesa (redatto nel 1947),
pur essendo rimasto in quello regionale.
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