2.

S. LINO

di Volterra
Papa dal 67 al 76

Probabilmente il primo vero Papa della comunità Cristiana fondata su basi ad organizzazione piramidale, ovvero eletto dal proprio cenacolo e quindi dalla comunità, a differenza di Pietro che derivò direttamente dal "Verbo di Cristo".
Di San Lino, come di molti altri Papi, non si hanno notizie certe né sulla vita né sulla morte.
Secondo Ireneo sarebbe da identificare con il Lino di cui fa menzione S. Paolo nella seconda lettera a Timoteo.
Secondo il Liber Pontificalis Lino, figlio di Ercolano dei Mauri, sarebbe nato a Volterra, e infatti la città della Tuscia gli edificò una chiesa nel 1480 sul posto dove, secondo la tradizione, sorgeva la casa di suo padre.

Discepolo di Pietro, avrebbe predicato in Francia come vescovo a Besanzone, sostituendo l'apostolo a capo della comunità romana nei suoi periodi di assenza dall'Urbe. Resse il pontificato dal 67, nel susseguirsi al potere di Roma di ben cinque imperatori: Nerone, Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano.
Sempre dal Liber pontificalis si ha notizia che fu lui a prescrivere alle donne di entrare in chiesa col capo coperto, precetto in verità che resse a lungo, considerando che esso ha finito per esser superato solo dagli anni Sessanta del nostro secolo; avrebbe anche aggiunto nel canone della messa la parte che, fino alla nuova liturgia affermatasi con il concilio Vaticano II, si chiamava Comunicantes. Sua inoltre l'introduzione del pallio come ornamento e simbolo della giurisdizione papale: una semplice striscia di lana bianca, con sovrastampate delle croci nere, portata a mo' di collana sui paramenti. Apocrifi andrebbero invece considerati i libri a lui accreditati sulla passione di S. Pietro e sulla disputa di questi con Simon Mago.
La comunità cristiana di Roma, per la diffusione e la pratica del Vangelo, ai tempi di Lino poteva contare su «presbiteri» e «vescovi», due nomi che inizialmente pare fossero sinonimi, ma che ben presto presero il significato che hanno oggi. I vescovi erano i veri capi della comunità, celebravano la messa e amministravano i sacramenti; i presbiteri, ovvero i sacerdoti, esercitavano quelle funzioni solo con il benestare dei vescovi. Ma altre persone operavano nella Chiesa per la cura dell'apostolato: innanzitutto i «diaconi», che avevano l'incarico di amministrare i beni ecclesiastici e assistere vescovi e preti; i «profeti», corrispondenti a quelli che furono poi detti catechisti o istruttori, aiutati da un gruppo di persone più giovani chiamate «didascali»; e infine i «paracleti» che si occupavano dell'assistenza agli infermi e ai poveri. Più o meno allo stesso modo erano strutturate le altre due grandi Chiese di Corinto ed Efeso.
Una comunità quella romana, quindi, già organizzata, nonostante fosse istituita da pochi anni, e che doveva oltretutto guardarsi da certi spiriti inquieti che serpeggiavano tra gli adepti che, non paghi della rivelazione cristiana, ne deturpavano la purezza, tentando di conciliare fra loro diverse ed anche opposte tendenze.
Lino infatti avrà avuto i suoi problemi con le eresie circolanti; oltre a quella di Simon Mago, con il quale si era direttamente scontrato S. Pietro, proseguita dal discepolo Menandro, la più spinosa era quella degli Ebioniti, ebrei-cristiani che propugnavano la legge mosaica pur riconoscendo Gesù come Messia. La condizione di emarginati di questi ultimi si evidenziò del resto in conseguenza di quello che fu l'avvenimento più importante sotto il pontificato di Lino: la distruzione della città di Gerusalemme nel 70 ad opera di Tito, figlio dell'imperatore Vespasiano.

Per i cristiani l'avvenimento poteva significare il realizzarsi della profezia di Gesù, quando questi aveva preannunciato che del Tempio non sarebbe rimasta pietra su pietra; era un segno positivo dell'avvicinarsi della fine del mondo e parallelamente dell'avvento del regno di Dio! Ovvero la distruzione di Gerusalemme poteva essere interpretata come una vendetta «de la vendetta del peccato antico», per usare il verso di Dante, portavoce di una mentalità radicata poi nella credenza cristiana fino al concilio Vaticano II. Gli ebrei andavano considerati direttamente colpevoli della morte di Cristo, anche se questa era stata necessaria perché si attuasse la redenzione (la «vendetta») dal peccato originale, e così Dio si era servito dei Romani per punirli.
Peraltro la distruzione di Gerusalemme fu la conseguenza di una rivolta sorta in Giudea dal 66, una rivolta che chiaramente non aveva alcuna possibilità di successo contro l'impero e prima o poi si doveva arrivare alla resa dei conti. Giuseppe Flavio racconta l'assedio della città con un realismo rimasto legato ad episodi famosi, come quello di una donna chiamata Maria che, affamata, uccise e mangiò il proprio figlio.

Sta di fatto che i cristiani, appena ebbero il sentore che gli ebrei a causa della loro ribellione erano caduti in disgrazia presso l'autorità romana, non persero occasione per convincere il potere che essi non erano contaminati dal giudaismo; prendendo spunto dalle ramificazioni eretiche penetrate tra gli ebrei-cristiani, si separarono nettamente da loro, li condannarono apertamente. Così gli Ebioniti finirono screditati agli occhi dei Romani, come osserva il Grant, «proprio come gli ebrei, per cui gradualmente si dispersero in un gran numero di sette insignificanti che non riuscirono a sopravvivere nel mondo moderno. Invece i Gentili cristiani si sottrassero a questo marchio impresso da Roma e diventarono la forza e il tema dominante del cristianesimo del futuro». Era, se vogliamo, una mossa di pura tattica «politica»; la prima delle tante messe in atto dai cristiani nella loro lunga storia.
Erano certamente tempi inquieti per una chiara diffusione della parola di Cristo, e si cominciava già con degli accorgimenti non troppo vicini perlomeno all'etica cristiana diffusa da S. Paolo; un altro ostacolo erano poi chiaramente le persecuzioni imperiali, e contro di esse la «politica» clericale ben poco poteva. Ma per ora, dopo il terrore dei tempi di Nerone, sembrava che Vespasiano si fosse sfogato con la distruzione di Gerusalemme, sterminando gli ebrei e determinando la fine della vita nazionale d'Israele.
Ciononostante il Liber pontificalis fa morire Lino martire, decapitato dal console Saturnino il 23 settembre del 76, e precisa che fu sepolto il giorno dopo accanto a S. Pietro, nella basilica Vaticana. In realtà si ha ragione di credere che non sia morto di morte violenta, data la pace goduta dalla chiesa alla sua morte sotto Vespasiano; tuttavia è venerato come martire per le sofferenze patite soto Nerone.
La memoria di S. Lino non si trova più nel Calendario universale della Chiesa (redatto nel 1947), pur essendo rimasto in quello regionale.