SS. Nerèo e Achìlleo
Rione San Saba, via delle Terme di Caracalla
CHIESE MEDIEVALI torna alla pagina iniziale delle CHIESE DI ROMA

L’origine di questa chiesa è antichissima, trattandosi dapprima del titulus Fasciolae, che conservava la memoria della benda del piede di S. Pietro condotto al martirio; di questo titulus si ha menzione fin dal 377. La spiegazione oggi comunemente accettata della particolare denominazione del titulus è basata sugli Atti dei martiri Processo e Martiniano, ove si legge che qui s. Pietro perse una piccola benda (fasciola) che gli fasciava una caviglia piagata dalle catene. Tuttavia non è mancato chi ha voluto mettere la denominazione in relazione con una non meglio identificata matrona cristiana di nome Fasciola o Fabiola
Nel 595 è documentata per la prima volta l'intitolazione del titulus ai Ss. Nerèo e Achìlleo; denominazione peraltro ribadita il 5 ottobre dell'anno 600 in una lettera di Gregorio I Magno e rammentata alla fine dell'VIII secolo nell'ltinerarium Einsidlense.

La chiesa venne interamente ricostruita nell’814 per volontà di papa Leone III (795-816), in maniera più monumentale, arricchita di decorazioni e donazioni (tessuti preziosi e varie suppellettili, tra cui un grande ciborio d'argento); ed è giunta così fino a noi nelle strutture portanti. Fu restaurata nel XII secolo, ma di fatto il sito nel Medioevo era assai malsano e quindi nel Basso Medioevo la chiesa andò nuovamente in rovina: il Catalogo di Torino (al numero 273 della nostra numerazione) ricorda che nel 1320 l'Ecclesia sanctorum Nerei et Achillei titulus presbiteri cardinalis non habet servitorem.
Sarà Sisto IV, alla vigilia dell'Anno santo del 1475, a disporre un importante restauro della chiesa, che comportò anche la riduzione delle sue dimensioni e la sostituzione, all'interno, delle colonne fra le navate con pilastri ottagoni in muratura. Sono quattrocentesche anche le due finestre ogivali tamponate.

Nuovi interventi furono promossi dal cardinal Cesare Baronio in vista dell’Anno Santo del 1600, che conferirono alla chiesa l'aspetto attuale. Altri restauri si ebbero infine negli anni 1903-1905 e nel 1941.

Attualmente la facciata della chiesa è quella di fine Quattrocento, mentre sui lati esterni, dove si aprono tre finestre tardocinquentesche per parte, è ben visibile la muratura della costruzione leoniana, cui sono pertinenti anche due basse torri che corrispondono alla testa delle navate laterali e che affiancano l'abside semicircolare, originariamente illuminata da tre finestre ora murate.

L’interno della chiesa appare fortemente marcato dal restauro di Sisto IV, che ha inglobato nei pilastri le colonne antiche, mentre la decorazione è prevalentemente dovuta al restauro “archeologico” voluto dal Baronio nello spirito di recupero dell’antichità cristiana proprio dell’epoca della Controriforma, per cui gli arredi sono costituiti da frammenti di età romana o medievale, reimpiegati ai fini della sistemazione giubilare della chiesa, così come gli affreschi della navata e dell’abside, anch’essi di fine Cinquecento, si ispirano a quelli delle basiliche paleocristiane, se non altro nella composizione.
Il recinto del coro è ricomposto con pezzi cosmateschi del sec. XII; l'altare maggiore è costituito da un pluteo cosmatesco, da un cancello paleocristiano e da un frammento romano, provenienti dalla basilica di S. Paolo fuori le mura. La cattedra episcopale con due leoni stilofori è della bottega dei Vassalletto (nella nicchia del dossale è inciso un brano della XXVII Omelia che Gregorio I Magno pronunciò sulla tomba dei Ss. Nereo e Achilleo) ma contiene anche frammenti di sculture cosmatesche. Ugualmente proveniente dalla basilica di S. Paolo fuori le mura è il grande candelabro (sec. XV) appoggiato all'ultimo pilastro della navata destra.

L’unica notevole testimonianza della chiesa del IX secolo è costituita dal mosaico dell’arcone absidale, peraltro ampiamente restaurato nel secolo scorso, nel quale sono raffigurate l’Annunciazione, la Trasfigurazione (con la figura di Cristo tra Mosè ed Elia e con Pietro, Giovanni e Giacomo prostrati ai suoi piedi) e la Vergine Theotokos (=madre di Dio, con il Bambino e un angelo).

Nel dicembre del 1984 fu abbattuta un'antica colonna di granito posta dinanzi all'ingresso della chiesa, per poter rubare il capitello con teste leonine che ne ornava la sommità.