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Le malattie dei papi

Brodo di vipera e pillole di limatura di ferro. Era la ricetta per guarire la podagra del cardinale Segretario di Stato di papa Benedetto XIV. Macinato d'oro e di piettre preziose era la cura per Gregorio XIV.
Alla corte papale, come in tutte le corti d'Europa, la medicina si confondeva spesso con l'astrologia e la ciarlataneria. Il medico del papi si chiamava con un nome pomposo: "archiatra", il cui significato equivale più o meno a quello di "primario" dei nostri ospedali.

Si dice che Paolo III di medici ne tenesse attorno trentasette, senza contare gli astrologi in cui aveva grande fiducia.

In fatto di malattie di papi i "pare" e i "si dice" sono estremamente abbondanti. Di cose vere o di racconti fantasiosi sono pieni i libri di storia e le vecchie cronache. Né, d'altra parte, occorre andare all'epoca medievale o rinascimentale per trovare dicerie di avvelenamenti di pontefici. Anche ai nostri tempi, la morte di papa Luciani è stata attribuita a un caffè avvelenato, e c'è ancora chi ci crede.

Se Paolo III si circondava di medici, Giulio II, carattere ribollente, li aborriva. "È una frotta de poltroni",- gridava, "che si pigliano piacer del mal mio". Il papa condottiero di truppe, che amava più indossare una corazza che un piviale, ormai vecchio, sebbene ammalato, teneva vicino al letto, a portata di mano, un fiasco pieno di vino. I medici ordinavano ai servi di buttarci dentro dell'acqua, ma senza farsene accorgere, perché il pontefice aveva urlato che, se avessero osato commettere un simile delitto, li avrebbe fatti impiccare tutti. Narrano le cronache che una notte, mentre se ne stava immobile, bianco come la cera e senza respirare, sul gran letto a baldacchino, si trovò attorno i cardinali che, credendolo morto, predisposero immediatamente per le esequie e per il Conclave. Non l'avessero mai fatto! Giulio II, che faceva il finto morto, si drizzò all'improvviso sul letto, cacciò via urlando gli incauti membri del Collegio cardinalizio, chiamò i servi e comandò che gli portassero subito un piatto di cipolle e un fiasco di vino dei Castelli. Non per nulla i romani lo chiamavano" er papa imbriaco". Il quale, tuttavia, quando finalmente morì davvero, lo fece, come scrisse un cronista del ternpo "con tanta devotione et contritione che pareva un santo".

Papa ubriacone, nella fantasia popolare, è stato ritenuto anche Gregorio XVI, che invece, da buon monaco camaldolese, mangiava pochissimo e non beveva. Il suo guaio era di avere un grosso naso paonazzo. Di lui si beffeggiava il Belli, che in un sonetto, diceva: "Er naso jj'è diventato un fico", Quel naso rosso, invece, era l'inizio di un cancro, che i medici gli curavano con dei salassi e che infine gli deturpò talmente il viso da indurre i cardinali a tener nascosto il papa fino alla morte.

Un papa che stava nascosto nelle sue stanze, chi dice per amore di preghiera chi perché soffrisse di ipocondria, era Innocenzo XI, che poi fu anche beatificato e che i romani chiamavano "Papa minga", perché era comasco e diceva sempre di no. Il medico, il famoso Giovanni Maria Lancisi, entrava nelle stanze, spalancava le finestre ed esclamava: "Aria, Santità, aria!". Il papa affidò al suo medico non solo la propria salute, ma anche quella del romani, quando un anno un'epidemia mandava all'altro mondo tanti sudditi del pontefice. La gente credette di dare la colpa all'abuso del tabacco da fiuto e della cioccolata, allora molto di moda. Un papa precedente, qualche anno prima, aveva proibito, pena la scomunica, di fiutare il tabacco nella basilica vaticana. Lancisi scoprì che erano le febbri di malaria che falciavano i romani e cominciò a curarli con estratti di corteccia china, da poco portata dal Perù in Europa per merito dei gesuiti.

Inutili, invece, erano state le incisioni praticate dai medici alle gambe di Pio II, Enea Silvio Piccolomini, il papa umanista del Quattrocento, che soffriva tremendamente agli arti inferiori. Il male se l'era buscato quando era ancora semplice chierico ed era andato in Scozia, con una delegazione del Concilio di Basilea per un'ambasciata al re Giacomo I. Era inverno e nel Mare del Nord soffiava un vento fortissimo che sballottò la nave per undici giornI. Enea Silvio fece voto alla Madonna che, se lo avesse salvato dal naufragio, avrebbe raggiunto a piedi nudi la più vicina chiesa. Fu così che, sbarcato a Dunbar, camminò per dieci miglia sul gelo e a Vitkirk sciolse il suo voto davanti all'altare. Quando fece per alzarsi, i piedi erano congelati. Riuscì a camminare a stento appoggiandosi ai domestici, ma da allora le sue gambe furono sempre un tormento.

Una storia infelicissima che si racconta è quella di Innocenzo X, il romano Pamphilj. Dopo un pontificato dei più fastosi, gli ultimi mesi di vita di quel papa furono i più miserevoli che si potessero immaginare.
Sopravvenne al pontefice una leggera dissenteria, che egli stesso aggravò trascurandola, ostinandosi a volersi far vedere sano. E così, il giorno dell'Assunta, nella basilica di Santa Maria Maggiore, gli si scomposero gli umori interni ed egli, stando sull'altare, lordò i ricchi paramenti, con un gran fetore che si sparse per tutte le navate e che i cerimonieri cercarono invano di coprire con abbondanti nuvole d'incenso. Situazione stomachevole e ben poco pontificale, che da quel momento si ripeté ad ogni ora, in qualunque luogo si trovasse il papa finché, tra il lezzo suo e l'abbandono di tutti, venne finalmente dalla morte liberato dalle sofferenze terrene. Il povero Vicario di Cristo si era ridotto che non aveva più neppure un cucchiaio e una scodella. Era rimasto con una sola camicia addosso, una rozza coperta e un candeliere di ottone, che prima che spirasse era diventato di legno.
Ma vi fu ancora di peggio. Donna Olimpia Pamphilj, la cognata del pontefice, che aveva arricchito la propria famiglia, ricusò di comperargli la cassa da morto e di farlo seppellire. Il cadavere, poiché non si trovava nessuno che se ne occupasse, fu portato in una stanza, dove tenevano gli arnesi dei muratori, e uno di questi gli pose accanto una candela di sego accesa perché non fosse deturpato dai topi. Finché un canonico, benché fosse stato cacciato e perseguitato dal defunto pontefice, mosso a compassione, tirò fuori cinque scudi e gli fece fare una cassa e sepoltura. Il che, in tanta amarezza, fu, bisogna riconoscerlo, un bell' esempio di perdono cristiano.

(Da un articolo di Domenica Del Rio)