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Lucio Cornelio Silla
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Lucio Cornelio Silla nasce nel 138 a.C. da una famiglia nobile ma decaduta. La sua giovinezza fu molto "chiacchierata" e sembra che il futuro dittatore si fece mantenere da una prostituta greca che gli lasciò anche una cospicua eredità. La sua carriera militare, che fu decisiva anche per ciò che riguarda la sua carriera politica, cominciò sotto l'ala protettrice di Caio Mario; Silla infatti, in qualità di questore, prese parte alla guerra numidica e in questo scenario fu addirittura decisivo per la cattura del Re Giugurta e quindi per la conclusione della guerra stessa. Fu proprio Silla a condurre delle trattative diplomatiche segrete con il suocero di Giugurta, Re Bocco di Mauritania,convincendolo a tradire suo genero e a consegnarlo alle truppe Romane. Era il 105 a.C., quando Mario e Silla tornarono a Roma, portando con loro Giugurta che venne fatto sfilare in catene nel conseguente corteo trionfale. Mario, anche grazie all'abilità di Silla, scalava le vette del potere e conquistava l'ammirazione del popolo. Silla cominciava invece a covare sentimenti di invidia e di rivalità nei confronti del grande generale; rivalità che negli anni assumerà contorni drammatici. In ogni caso la collaborazione militare tra i due uomini andò avanti ancora: Silla prese infatti parte, in qualità di legato di Mario, alla grande campagna contro i Cimbri e i Teutoni, le terribili popolazioni germaniche che, dopo aver annientato un gran numero di legioni Romane, sembravano destinate a ripetere le gesta dei Galli Senoni, che secoli prima, sotto la guida di Brenno, avevano conquistato Roma. La campagna si concluse nel 102 a.C. con una grande vittoria da parte delle truppe Romane e con l'annientamento totale delle due popolazioni germaniche: i Teutoni vennero sconfitti presso Acquae Sextie (Aix-En-Provence), mentre i Cimbri furono sconfitti presso i Campi Raudi (vicino Ferrara). In questa seconda battaglia si mise in mostra l'abilità militare di Silla, ma ancora una volta la soddisfazione di sfilare nel carro trionfale spettava al grande Mario, anche se il generalissimo fu costretto a condividere il trionfo con l'altro console, Quinto Lutazio Catulo. In ogni caso la figura di Silla restava ancora nell'ombra. Due anni più tardi (100 a.C.) Silla prese parte all'azione di repressione, guidata dal console Caio Mario, del tentativo insurrezionale dei "popolari" Saturnino e Glaucia: i rivoltosi furono arrestati ed imprigionati nella Curia in attesa di processo. Silla, incaricato della loro sicurezza, chiuse probabilmente un occhio di fronte all'azione di un gruppo di giovani aristocratici, che arrivò ad uccidere i prigionieri. Lucio Cornelio Silla stava sempre di più convergendo verso la fazione degli "ottimati", che vedevano in lui l'uomo da contrapporre allo strapotere personale di Mario. Il "bellum sociale", la guerra fratricida che oppose Roma ad alcune popolazioni italiche che rivendicavano il diritto alla cittadinanza Romana, fu la vera occasione che Silla attendeva per dimostrare le proprie capacità di comando e per conquistarsi sul campo il prestigio di cui aveva bisogno. In questo senso approfittò anche dell'inevitabile declino di Mario dovuto anche all'incedere dell'età; proprio in questa guerra, il grande generale dovette conoscere l'onta della sconfitta. Silla invece uscì vincitore da questo conflitto, fu infatti proprio lui nell'anno 88 a.C., a sconfiggere definitivamente i Sanniti, l'unico popolo che non aveva rinunciato alla guerra nonostante la concessione della cittadinanza votata due anni prima dal Senato Romano, su proposta del Console Lucio Giulio Cesare.
Ora Silla era diventato il cavallo di razza su cui gli aristocratici potevano finalmente puntare. Fu proprio a Silla che gli "ottimati" riuscirono a far assegnare il comando della guerra contro Mitridate VI, Re del Ponto. Il monarca aveva coalizzato le città della Grecia in una rivolta antiromana che aveva provocato la morte di 80.000 cittadini di Roma i quali vivevano ed operavano nei domini asiatici dell'Urbe. Il generale prese subito la via di Nola dove si ricongiunse con le sue truppe, quelle stesse truppe con cui aveva appena finito di dirimere la questione sannitica. La lontananza di Silla, incoraggiò la reazione dei popolari, i quali si sentivano danneggiati dalla decisione presa. A guidare questa reazione fu il Tribuno della Plebe Publio Sulpicio Rufo, il quale presentò all'assemblea popolare la proposta di revocare il comando conferito a Silla per assegnarlo a Caio Mario; l'assemblea approvò e la proposta si trasformò in legge. Silla non era disposto ad accettare tale decisione in modo passivo e a lasciarsi sottrarre quel ruolo che aveva conquistato a fatica. E così interruppe i preparativi della spedizione asiatica e prese la via di Roma. Dietro di lui marciava quello che doveva essere l'esercito di Roma, ma che in quel momento si comportava come l'esercito personale di Lucio Cornelio Silla. Entrato a Roma, Silla si comportò da autentico dittatore, dichiarò nemici pubblici sia Caio Mario, il quale fuggì in Africa, e Publio Sulpicio Rufo, che invece venne catturato e ucciso grazie al tradimento di un suo schiavo. Silla aveva fretta di partire per l'Asia e quindi tentò di normalizzare velocemente la situazione facendo eleggere due nuovi consoli: il popolare Lucio Cornelio Cinna e Ottavio. Ma una volta che Silla lasciò il suolo italiano, lo scontro tra le due fazioni riprese violento; Cinna richiamò Mario e insieme ripresero il controllo di Roma utilizzando un esercito composto in gran parte di schiavi. Si creò un regime caratterizzato dalla vendette dei popolari, di cui furono vittime gli aristocratici che si erano schierati con Silla. La moglie dello stesso Silla, Cecilia Metella, riuscì a fuggire e a raggiungere il marito in Asia. Silla intanto in Grecia, mieteva successi e riconquistava la città di Atene. Ma il generale non doveva solo guardarsi dal Re del Ponto e dai suoi generali: da Roma era giunto in Asia, alla guida di 5 legioni, Lucio Valerio Flacco, Console del nuovo governo popolare, con l'incarico di destituire Silla dal comando. Ma quando i due comandanti si incontrarono, Lucio Valerio Flacco, rinunciò al suo incarico. Per questa sua debolezza venne ucciso dai suoi stessi soldati, guidati da un suo luogotenente, Caio Flavio Fimbria. Silla comprese che doveva trovare un metodo rapido per liberarsi del problema Mitridate, per rivolgere quindi le sue attenzioni nei confronti di Fimbria e poi nei confronti di Roma e dell'attuale governo popolare, orfano di Caio Mario morto all'età di 70 anni per cause naturali. Così Silla si accordò con il monarca asiatico, trattando una pace che riportava la situazione a prima della rivolta antiromana. Era l'anno 85 a.C., quando Silla, ottenuto il trattato di pace, si gettava contro le legioni di Fimbria. Di fronte all'assalto delle esperte legioni sillane, le legioni comandate da Fimbria si arresero senza combattere. Rimasto solo, il giovane legato preferì suicidarsi secondo l'usanza Romana e cioè gettando il suo corpo sopra la spada. Silla si preparò al rientro in Italia, saccheggiando la Grecia e ottenendo così quelle risorse finanziare necessarie per condurre la nuova marcia su Roma. Nell'anno 83 a.C., Silla alla guida delle sue legioni, sbarcò a Brindisi e cominciò la sua lenta risalita verso Roma. Con lui, Metello Pio, figlio di Metello Numidico, Crasso, un ricco aristocratico, e Gneo Pompeo, il giovane figlio di Pompeo Strabone, il quale aveva arruolato un esercito privato e lo aveva messo a disposizione di Silla. I popolari, dopo la morte di Cinna, ucciso dai suoi stessi soldati, erano guidati dai Consoli Gneo Papirio Carbone e Caio Norbano e da Mario il giovane, figlio del defunto Caio Mario. Nell'anno 82 a.C., dopo la decisiva battaglia di Porta Collina, Silla entrava a Roma assumendo il controllo del potere e consacrandosi dittatore; si fece addirittura assegnare dal Senato di Roma, il titolo di Felix, che conferiva al suo potere una sorta di valore sacro. La reazione di Silla nei confronti dei popolari fu spietata e si concretizzò attraverso le liste di proscrizione. Coloro che venivano citati in queste liste perdevano tutti i diritti civili e potevano essere uccisi da chiunque, mentre i loro beni venivano confiscati. Nelle mire di Silla finì anche il giovane Caio Giulio Cesare che si era rifiutato di ripudiare la giovane moglie Cornelia, figlia del defunto Cinna. L'intercessione di Mamerco Emilio, Aurelio Cotta, nonché delle vergini vestali, salvarono la vita a Cesare che comunque preferì allontanarsi da Roma per sfuggire al rischio di essere ucciso. Nel graziarlo, Silla pronunciò una frase che assunse un particolare significato, diventando quasi una profezia: "Guardatevi da quel giovinetto distinto, in lui convivono molti Mario". Durante la sua dittatura, Silla prese numerosi provvedimenti legislativi, tutti rivolti a consolidare il potere dell'aristocrazia senatoria e di contro a ridurre il potere del popolo, svuotando ed indebolendo la posizione dei Tribuni della Plebe, ai quali veniva tolto il diritto di veto e la possibilità di proporre delle leggi, senza l'autorizzazione del Senato. Con la riforma del Senato, portato da 300 a 600 membri, attraverso la cooptazione di 300 cavalieri, Silla voleva creare una nuova coesione tra gli strati più potenti della società Romana: i nobili e i ricchi. Quando la sua figura sembrava ormai assimilata a quella di un monarca assoluto, Silla sorprese tutti e abbandonò il potere, ritirandosi a vita privata. Le ragioni di questa sua scelta non sono chiare: forse l'effetto della grave malattia alla pelle che lo portò alla morte nel giro di un anno, forse la voglia di godersi la vita al fianco di Valeria, la sua quinta moglie. Più realistica la possibilità che abbia deciso di cedere alle pressioni dell'aristocrazia senatoria, di cui era stato il paladino, che lo invitava a ripristinare la legalità repubblicana. Resta il fatto che nel 79 a.C., Silla si ritirò nella sua villa di Cuma, dove morì appena un anno dopo, all'età di 60 anni. Vicino a lui c'era la ventenne Valeria che il dittatore aveva conosciuto in modo casuale, ma della quale si era perdutamente invaghito; durante una manifestazione pubblica, la donna aveva toccato la toga del dittatore dicendo: "Spero che un po' della tua fortuna possa ricadere su di me". I suoi funerali, organizzati dai rappresentanti dell'oligarchia senatoria e in particolare dal console Marco Lutazio Catulo, furono particolarmente sfarzosi e come tali lasciarono un segno indelebile nella mente dei Romani.
Nel 78 a.C. usciva quindi di scena un uomo che con le sue azioni aveva segnato per sempre la vita della Repubblica, indirizzandola decisamente verso l'inevitabile declino. Gli ultimi provvedimenti del dittatore sembravano essere proprio rivolti ad evitare che nella storia di Roma potesse ripresentarsi un personaggio come lui, un personaggio che a causa delle sue smodate ambizioni e dalla totale assenza di scrupoli, potesse farsi gioco delle istituzioni repubblicane. In questo senso vanno considerati i provvedimenti che limitavano il potere dei pretori e dei questori e quelli che allargavano i confini entro i quali nessun uomo in armi potesse impunemente penetrare. Un sorta di pentimento dell'ultima ora, un testamento politico che non servirà praticamente a niente. Caio Mario prima e Lucio Cornelio Silla poi, avevano tracciato una strada, quella che altri uomini avrebbero percorso in modo deciso, trasformando in pochi anni la Repubblica di Roma in un Impero. |