![]() |
La invasioni germaniche:
riferimenti cronologici:
|
|
|
Argomenti principali:
Approssimativamente nel 120 a.C., due popolazioni provenienti dalla penisola scandinava, i Cimbri e i Teutoni, avevano dato il via a un processo migratorio verso sud e quindi verso i territori delle popolazioni celtiche che vivevano nell'odierna Germania. Le ragioni di questo processo migratorio non sono chiare, ma alcune fonti parlano di inondazioni marine che avevano reso inospitali le loro terre d'origine. Quello che è certo è che la migrazione fu imponente, forse mezzo milione di persone, cominciarono ad invadere le terre della Gallia, anche quelle che erano considerate sotto il protettorato Romano.
Alle invocazioni di aiuto dei Taurisici, Roma dovette rispondere inviando i suoi soldati sotto la guida del Console Gneo Carbone. Era il 113 a.C. (la guerra numidica non era ancora iniziata) quando il console arrivò in zona costringendo i Cimbri a ritirarsi e ad abbandonare le terre dei Taurisci. Ma Gneo Carbone non si accontentò del risultato ottenuto, frutto del carisma che il nome di Roma esercitava in tutto il mondo allora consociuto: volle strafare e decise di impartire una sonora lezione ai suoi nemici. Li inseguì e li sfidò in campo aperto, presso Noreia: fu una drammatica sconfitta per le truppe Romane. Carbone venne citato in giudizio per la sua incompetenza che aveva provocato la morte di tanti validi soldati, il cui reclutamento era diventato un serio problema. Roma dovette subire anche le forti proteste dei suoi alleati italici, stanchi di vedere annientati i propri giovani che servivano sotto le insegne Romane. Carbone preferì suicidarsi pur di evitare l'umiliazione della condanna. Ma la morte di Carbone non risolveva certo il problema dei Cimbri e dei Teutoni, il quale rinfrancati dalla vittoria ripresero a sciamare nei territori posti sotto il protettorato Romano; il prestigio della potenza Romana presso le popolazioni galliche era stato seriamente compromesso dalla pesante sconfitta. Le popolazioni celtiche ostili a Roma crescevano in numero e ai Cimbri e ai Teutoni si univano gli elvetici Tigurini. Roma sembrava incapace di reagire e nuove sconfitte andavano a peggiorare il quadro della situazione. Nel 109 a.C. il console Marco Giunio Silvano fu sconfitto nella valle del Rodano. Nel 107 a.C. il console Cassio Longino, dopo alcuni successi iniziali, venne travolto presso Bordeaux: anche lui perse la vita nella pesante sconfitta. La situazione sembrava precipitare ed ormai l'invasione dell'Italia da parte dei germani sembrava un destino ineluttabile. Nella mente dei Romani tornavano gli incubi dell'invasione della città ad opera dei Galli Senoni, guidati da Brenno: una paura atavica legata ad un evento avvenuto quasi 3 secoli prima. Nel 106 a.C. il comando venne affidato al console aristocratico Quinto Servilio Cepione, il quale riuscì a riprendere il controllo su Tolosa per poi muoversi incontro ai Cimbri i quali scendevano verso sud seguendo la valle del Rodano. Durante il suo soggiorno a Tolosa, Cepione aveva recuperato il favoloso carico d'oro appartenuto ai "Volci Tettosagi". Il convoglio che trasportava a Roma questa grande quantità d'oro venne attaccato da un gruppo di briganti che eliminò la scorta e si impadronì del prezioso carico. Si sospettò che a guidare questi briganti fosse stato proprio Quinto Servilio Cepione che in questo modo si impossessò "dell'oro di Tolosa", lasciando l'erario a bocca asciutta. Nel 105 a.C. venne inviato in zona, come rinforzo, il nuovo console Gneo Mallio Massimo, un esponente della Plebe, quello che veniva definito un "uomo nuovo". I due comandanti, divisi profondamente dalla loro estrazione sociale, non riuscirono a stabilire alcuna forma di dialogo e di collaborazione presentandosi divisi incontro al terribile nemico. La divisione era facilmente percettibile, considerando che i due eserciti erano accampati uno sulla riva occidentale del Rodano, l'altro sulla riva orientale: nessuno dei due comandanti voleva accondiscendere ad attraversare il fiume per riunire le due metà dell'esercito Romano. L'atteggiamento più irritante era quello dell'aristocratico Cepione, infatti, considerando che i Cimbri si trovavano sulla riva orientale del Rodano, sarebbe stato più logico che fosse proprio lui a spostare l'accampamento sull'altra riva del fiume. I due comandanti non seppero neanche approfittare di una lunga pausa dovuta alle trattative che si svilupparono tra i Cimbri e una delegazione del Senato Romano: i Cimbri infatti chiedevano a Roma di concedere loro il diritto di stanziarsi su quelle terre. E così quando la trattativa fallì e si arrivò allo scontro, i due eserciti si fecero trovare ancora divisi. Schiacciati contro il Rodano i soldati Romani furono completamente annientati dai Celti. La battaglia si svolse presso Aurasio (oggi Orange) nel 105 a.C. e vide la morte di ben 80.000 soldati che combattevano sotto le insegne di Roma. La loro morte venne giustamente attibuita alla stupidità dei due comandanti i quali vennero processati e condannati. Quinto Servilio Cepione venne esiliato e i suoi beni furono confiscati; nessuno poté comunque confiscargli l'oro di Tolosa che rese più accettabile il suo esilio. Per salvare i destini di Roma serviva una grande comandante: e chi se non quel Caio Mario che aveva appena trionfato in Numidia ?
E così nel 104 a.C., Mario venne eletto nuovamente console e incaricato di comandare la spedizione contro i Cimbri e dei Teutoni. Per poter allestire un corpo di spedizione adeguato Caio Mario ottenne un decreto da parte del Senato che liberava tutti i "capite censi" italici che negli anni erano stati ridotti in schiavitù a causa della miseria e del conseguente indebitamento. Gli stessi venivano poi reclutati per far parte del grande esercito di Roma. Con la collaborazione di Publio Rutilio Rufo, Mario riuscì quindi ad allestire un nuovo corpo di spedizione composto prevalentemente da nullatenenti senza alcuna esperienza militare; i due reclutarono addirittura dei gladiatori da utilizzare per insegnare alle giovani reclute le tecniche del combattimento corpo a corpo. In ogni caso il tempo giocava a favore di Caio Mario, infatti appena arrivato nella Gallia Transalpina il comandante Romano apprese che le terribili popolazioni celtiche si erano divise; e mentre i Cimbri si erano recati verso la penisola Iberica, i Teutoni si muovevano nel territorio gallico dedicandosi all'arte del saccheggio; per adesso non sembravano avere intenzione di recarsi in Italia e neanche di invadere la Gallia Narbonese, diventata Provincia Romana alcuni anni prima. C'era quindi tutto il tempo necessario per sottoporre i soldati a un intenso programma di addestramento. Per mantenere i soldati attivi e concentrati Mario li utilizzò anche per realizzare una serie di opere pubbliche imponenti tra le quali si ricorda la "fossa mariana", un grande canale navigabile tra il Rodano e il Mar Mediterraneo. Con Mario c'era anche il legato Lucio Cornelio Silla.
Nel 103 a.C., mentre le truppe Romane attendevano i Germani nei loro accampamenti, a Caio Mario venne rinnovato il consolato. Era la prima volta che questo accadeva nella storia di Roma e dimostrava tutto il potere che Mario era in grado di esercitare sul popolo. La reiterazione del consolato, fatto assolutamente anticostituzionale, andava ben al di là delle reali esigenze legate alla guerra con i Germani. Infatti il Senato avrebbe potuto rinnovare il comando al generale Romano senza dover rinnovargli il mandato consolare. Nel 102 a.C., Mario tornò a Roma per ottenere una nuova elezione alla carica di console; in assenza dei Germani anche il suo carisma cominciava a scemare nel popolo Romano che si dimostrava particolarmente volubile. Ma mentre il generale si trovava in città venne a sapere che i Cimbri stavano tornando indietro dalla penisola Iberica e che si sarebbero presto ricompattati con i Teutoni e quindi ripartì per la Gallia Narbonese, con in tasca la terza elezione consecutiva al consolato. I Cimbri e i Teutoni si erano riuniti nella Gallia del Nord, e con loro c'erano anche i Tigurini, gli Aduatici e gli Ambroni. Per invadere la penisola italica adottarono una strategia che forse fu determinante per la loro sconfitta: si divisero in tre tronconi con l'intento di penetrare nella penisola da tre punti diversi. I Teutoni insieme agli Ambroni, sotto il comando del Re Teutoboco, discesero per la valle del Rodano andando incontro alle truppe comandate da Caio Mario. I Cimbri avrebbero preso la via del Brennero, dove avrebbero trovato le truppe al comando di Quinto Lutazio Catulo, l'altro console per quell'anno. I Tigurini sarebbero penetrati da Oriente, per dirigersi verso Aquileia. Ma torniamo all'accampamento di Caio Mario, nella zona di Acquae Sextie, dove risedevano 32.000 soldati, i quali erano chiamati a fronteggiare e a respingere un'orda di guerrieri il cui numero era almeno tre volte superiore. Questi soldati avrebbero dovuto dimostrare l'efficacia degli oltre due anni di addestramento e soprattutto la superiorità dell'organizzazione militare Romana. Non fu comunque facile per loro mantenere la calma e la disciplina quando più di 100.000 guerrieri celti si presentarono davanti al loro accampamento sfidandoli e provocandoli al combattimento. In questa sorta di sfida a distanza si racconta che i barbari provocassero continuamente i soldati Romani chiedendogli se avessero qualcosa da dire alle loro mogli, visto che loro, i Teutoni, l'avrebbero raggiunte di lì a poco. Si racconta anche uno di loro sfidò addirittura Caio Mario, il quale gli mandò a dire che se era stanco di vivere poteva anche suicidarsi. Stanco della provocazione, il generale mandò infine uno dei suoi gladiatori a sfidare l'intraprendente guerriero. Comunque l'atteggiamento di Mario non cambiò, mantenne disciplinatamente i suoi uomini nell'accampamento, lasciando quindi sfilare le truppe nemiche che proseguivano il loro cammino verso l'Italia. La sfilata durò per ben sei giorni, dopodiché Mario fece uscire i suoi uomini e utilizzando delle scorciatoie prima affiancò e poi superò i nemici per porsi di fronte alla loro avanguardia costituita dagli Ambroni. Mario si era scelto una posizione favorevole, sopra un'altura che dominava la valle dell'Arc. Il primo scontro fu quasi casuale: tutto prese il via quando un gruppo di soldati Romani addetti al rifornimento d'acqua si scontrarono inaspettatamente con un gruppo di guerrieri nemici intenti ad attraversare un fiume. La posizione favorevole e la maggiore predisposizione allo scontro permisero ai Romani di prevalere e di provocare una strage tra i germani. A quel punto Mario riorganizzò le sue truppe e solo due giorni dopo si decise ad attaccare, dopo aver inviato un contingente di 3000 uomini dietro le linee nemiche. Partendo da una posizione più elevata ebbe gioco facile con il nemico spingendolo ancora più a valle sotto i colpi della cavalleria e dei giavellotti. Una volta arrivati a valle, già decimati, i guerrieri nemici si trovarono di fronte il contingente di 3000 uomini che completò la strage. Di vera strage si trattò, morirono più di 100.000 guerrieri nemici, e morirono anche le loro mogli che, in virtù di un legame indissolubile che li legava ai propri uomini, decisero di suicidarsi non prima di aver eliminato i loro figli. Uno dei pochi superstiti fu proprio il Re Teutoboco che però fu catturato e condotto a Roma in catene. Per molti anni nella zona di Acquae Sextie (oggi Aix-En-Provence) rimasero i segni della strage; La valle dove i cadaveri dei Teutoni e degli Amborni rimasero a marcire venne chiamata i "campi putridi". Dopo aver eliminato il pericolo Teutoni, Mario e il suo esercito, tornarono nella penisola italica per andare a dar man forte all'altro console Quinto Lutazio Catulo che era stato inviato a bloccare l'invasione dei Cimbri, i quali erano penetrati nella penisola attraverso il Brennero. Catulo aveva tentato di fermare l'avanzata dei Cimbri presso il fiume Adige. Aveva occupato entrambe le rive che aveva fatto collegare da un ponte. Sulla riva sinistra aveva posizionato un accampamento di legionari, mentre sulla riva destra aveva costruito un'imponente fortezza. Con questa suddivisione delle truppe, Catulo aveva concesso un'opportunità ai suoi nemici, che gli stessi avevano colto immediatamente: distruggere il ponte avrebbe significato dividere le truppe Romane per poi attaccarle separatamente. I Cimbri riempirono il fiume di tronchi d'albero e sfruttando la corrente crearono un forte pressione sui piloni del ponte che cedettero, dando ragione alla loro tattica. Poi attaccarono le truppe rimaste sulla riva sinistra del ponte ottenendo un facile successo. I Cimbri erano favoriti dalla conformazione del terreno che permetteva esclusivamente il combattimento corpo a corpo rispetto al quale le legioni Romane non erano molto addestrate. Vista la mal parata Quinto Lutazio Catulo si era ritirato verso il sud ponendosi dietro la linea di difesa naturale rappresentata dal Po. Qui aveva atteso l'arrivo di Mario e dei suoi legionari. Una volta ottenuto il ricongiungimento dei due eserciti, il controllo degli stessi passò nelle mani di Mario che cercò subito lo scontro campale con i Germani che avevano invaso la pianura padana. La battaglia si svolse presso i Campi Raudii, che per alcuni si trovavano nel Vercellese, ma che verosimilmente si trovavano nella zona di Ferrara, presso il delta del Po. L'esercito Romano si era schierato posizionando sulle ali, Mario e i suoi uomini, e al centro dello schieramento, le truppe guidata da Catulo e Silla. Di fronte all'esercito Romano un imponente schieramento nemico, comandato dal Re Beorice, il quale aveva tentato di risolvere la questione sfidando a duello Caio Mario. Lo scontro fu particolarmente cruento e inizialmente non così favorevole ai Romani, i quali però grazie alla grinta di Caio Mario, che guidò personalmente l'assalto decisivo, si trasformò in un altro successo per le legioni e in un'altra strage per i guerrieri nemici. A favore di Roma aveva giocato non solo la grinta di Caio Mario, ma anche la sua sagacia che gli aveva fatto scegliere ancora una volta la migliore posizione, lasciando ai suoi avversari quella più svantaggiata: in questo caso non si trattava di una questione di altitudine, ma una questione di sole e di vento che ostacolavano la vista e il respiro dei guerrieri Cimbri, accecati dai raggi solari e sommersi dalla polvere che si alzava sul campo di battaglia e che il vento spingeva sui loro schieramenti. Le fonti parlano di oltre 100.000 morti tra i Germani, ma anche di tanti prigionieri destinati alla schiavitù. Anche in questo caso si racconta del suicidio di massa delle donne e soprattutto della strage dei loro figli che loro stesse uccisero prima di suicidarsi. Era il 101 a.C., Caio Mario rientrava a Roma da trionfatore, anche se i legionari di Quinto Lutazio Catulo rivendicavano il merito della vittoria. La loro rivendicazione veniva enfatizzata dagli aristocratici, con a capo i Metelli, che preferivano il nobile Catulo al plebeo Caio Mario. Il grande generale Romano per evitare problemi accettò di dividere i meriti con il suo collega Quinto Lutazio Catulo, sfilando al suo fianco nel corteo trionfale. In ogni caso il popolo non vedeva che un eroe e cioè Caio Mario che veniva definito il terzo fondatore di Roma, dopo Romolo e sopratutto dopo Camillo che aveva salvato Roma dall'invasione gallica del 390 a.C. Dietro i due consoli sfilava Lucio Cornelio Silla i cui rapporti con Mario, caratterizzati da una reciproca gelosia, degradavano sempre di più. Presto le loro strade si sarebbero separate in modo netto, creando una situazione di conflittualità che avrebbe degenerato in una drammatica guerra civile. Infine i Tigurini, i quali, una volta appreso il destino dei Cimbri e dei Teutoni, preferirono abbandonare il progetto di invadere l'Italia e tornarsene nelle loro terre. |