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Caio Mario
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Documenti cronologici del sito riferiti a Caio Mario:
Caio Mario nasce all'incirca nel 156 a.C.
ad Arpino. Le sue origini
sono incerte, ma la sua grande disponibilità di denaro nella fase
culminante della sua carriera politica, fanno pensare che la sua famiglia
fosse particolarmente facoltosa, probabilmente una famiglia di proprietari
terrieri.
All'inizio la sua carriera politica fu sostenuta dalla famiglia
dei Metelli, ma più avanti le loro strade si separeranno in modo
netto, al punto che i Metelli diventeranno i nemici più irriducibili dello
stesso Mario.
Le sue origini provinciali, la mancanza di una discendenza nobile,
ne fanno inevitabilmente un cosiddetto uomo nuovo ("homo novus"),
costretto quindi a subire la diffidenza e l'ostilità dell'aristocrazia
senatoria.
Fino all'età di 50 anni, la carriera politica di Mario non è
degna di nota; al suo attivo c'era solo un elezione a Tribuno della
Plebe ed una bocciatura alle elezioni per il ruolo di Edile.
Come militare si era invece distinto nella campagna di
Spagna, condotta da Scipione Emiliano, conclusasi con la
conquista e la distruzione di Numazia.
Mario, all'età di 50 anni, si era sposato con la giovane
Giulia, la figlia di un nobile decaduto, Caio Giulio Cesare, ma pur
sempre nobile; un matrimonio che ebbe quindi un peso sulla carriera
politica di Mario, ma che fu senza dubbio anche un matrimonio
caratterizzato da un grande sentimento d'amore e rispetto tra i due
coniugi.
Durante la guerra di Numidia, aveva assunto il ruolo di
legato di Quinto Cecilio Metello, ma dopo due anni ne aveva
contestato i metodi e la strategia attendista, ottenendo l'appoggio
popolare necessario per sostituirlo nel ruolo di comandante.
Caio Mario eletto console nel 107 a.C., ottenne
l'agognato comando della guerra africana, scalzando proprio Cecilio
Metello, a cui comunque il Senato concesse il Trionfo e il titolo
di Numidico.
Catturato Giugurta (105 a.C.), anche grazie all'azione
diplomatica del suo luogotenente, Lucio Cornelio Silla, e conquistato
il Regno di Numidia, Mario divenne un vero eroe popolare, destinato a
diventare il primo uomo a Roma.
Mario operò in quegli anni una profonda riforma
dell'esercito, sia per quanto riguarda i criteri di
arruolamento, sia per quanto riguarda l'organizzazione
strategica.
Per il primo punto, Mario arrivò ad arruolare i capitecensi
(nullatenenti) offrendo loro una professione regolarmente retribuita;
trasformava così un esercito di leva, in un esercito di volontari
professionisti.
Per il secondo punto, Mario modificò quella che era l'unità
tattica di combattimento dell'esercito, passando dal manipolo,
composto da circa 150 soldati, alla coorte, composta all'incirca da
450 uomini; Mario conferiva, in questo modo, maggiore solidità alle sue
legioni in vista dello scontro con le schiere germaniche.
Subito dopo la guerra di Numidia, Roma doveva affrontare
un'altra emergenza: i Cimbri e i Teutoni, popolazioni germaniche
particolarmente aggressive che avevano iniziato un processo migratorio
verso il sud dell'Europa. Tutti i tentativi da parte Romana di arrestare
questo flusso migratorio avevano portato solo a grandi disfatte con
eserciti imponenti, distrutti dalla furia germanica e dall'incompetenza
dei loro comandanti.
Ora però Roma era convinta di aver nuovamente trovato un grande
generale, l'unico che avrebbe potuto salvarla dalla minaccia
germanica. Così, in barba alla costituzione, Mario nel 104 a.C.
venne eletto nuovamente Console e sempre a lui venne assegnato il
comando della guerra contro i germani.
Per l'intera durata della campagna, 5 anni, Mario venne eletto
ininterrottamente Console della Repubblica in aperta violazione dei
vincoli costituzionali.
La campagna si concluse, nell'anno 100 a.C., con la netta
vittoria delle truppe Romane e con l'annientamento delle due terribili
popolazioni germaniche dei Cimbri e dei Teutoni.
I Teutoni furono sconfitti presso Acquae Sextie (Aix En
Provence); 32.000 soldati Romani furono in grado di annientare oltre
100.000 guerrieri germanici.
I Cimbri furono sconfitti presso i Campi Raudi, una località nei
pressi di Ferrara (anche se alcune interpretazioni parlano di una
località nei pressi di Vercelli). Fu un'altra strage e le fonti
parlano di oltre 100.000 morti tra i guerrieri germanici. Questa vittoria
venne ottenuta in collaborazione con l'altro console di Roma, Quinto
Lutazio Catulo, un rappresentante dell'oligarchia senatoria.
Per evitare problemi Mario fu costretto a condividere il Trionfo
con il suo collega, ma il popolo Romano riconobbe un solo vincitore,
un solo eroe: Caio Mario, il primo uomo di Roma. La figura del
generale venne accostata addirittura a quelle di Romolo, fondatore
di Roma, e di Camillo, che aveva salvato Roma dall'invasione dei
Galli di Brenno.
Intanto la situazione politica nell'Urbe era particolarmente
agitata: due esponenti radicali, Lucio Apuleio Saturnino e Caio
Servilio Glaucia, che avevano stretto un patto di alleanza segreta con
lo stesso Mario, portavano avanti un programma di riforme
particolarmente audace, provocando la reazione degli ottimati. Lo
scontro tra le fazioni era particolarmente acceso sulle questioni agrarie:
Saturnino e Glaucia proponevano delle leggi che prevedevano la
distribuzione di terre in favore dei veterani di Mario.
Quando Glaucia si presentò al consolato, l'aristocrazia senatoria
gli oppose un candidato, Caio Memmio, che godeva di grande
prestigio tra il popolo Romano. Ma una mattina Caio Memmio venne trovato
morto e la responsabilità dell'omicidio cadde subito su Glaucia. In città
scoppiarono disordini e il Senato dichiarò lo stato d'emergenza; il
console Caio Mario venne incaricato di reprimere il tentativo
insurrezionale di Saturnino. A quel punto il generale di Arpino
dimenticò la sua vecchia alleanza con Saturninò e guidò le sue truppe
contro gli insorti. In poco tempo la rivolta fu domata, gli insorti,
compreso Saturnino, arrestati e successivamente uccisi da alcuni giovani
aristocratici.
Il voltafaccia di Mario lo rese inviso al popolo, che parteggiava
per gli insorti. Offeso dalla reazione popolare, Caio Mario partì per un
lungo viaggio in Asia.
Dopo pochi anni Roma precipitò in un'altra crisi: la mancata
concessione della cittadinanza Romana alle popolazioni italiche alleate,
provocò una guerra fratricida che prese il nome di bellum sociale (socii
in latino significa alleati). Le popolazioni dell'Italia
centro-meridionale, tra le quali Marsi e Sanniti, si erano
riunite in una confederazione che aveva assunto i connotati di un vero e
proprio stato indipendente, con una capitale Corfinum, che
provocatoriamente era stata ribattezzata Italia.
La guerra fu particolarmente violenta e provocò pesanti perdite in
entrambi gli schieramenti: anche Caio Mario, ritornato in patria, dovette
subire l'onta della sconfitta.
La guerra perse d'intensità quando il Senato di Roma (90 a.C.),
su proposta del Console
Lucio Giulio Cesare, decise di concedere la cittadinanza a tutti i popoli
italici che avessero rinunciato alla guerra.
I Sanniti non accettarono di arrendersi e solo due anni più
tardi vennero definitivamente sconfitti. A capo delle truppe
vittoriose, stavolta c'era Lucio Cornelio Silla, che si candidava a
sostituire l'ormai anziano Caio Mario nel ruolo di primo uomo a
Roma.
La rivalità tra i due era ormai evidente ed esplose in tutta
la sua drammaticità, quando si trattò di scegliere l'uomo che avrebbe
guidato la guerra contro Mitridate, Re del Ponto. Questo Re aveva
coalizzato le città della Grecia in una rivolta antiromana
che era costata la vita a 80.000 cittadini Romani.
Il comando venne concesso a Silla, anche grazie al sostegno
degli ottimati, sempre pronti a schierarsi contro il generale di
Arpino.
Ma i popolari erano pronti a reagire e quando Silla lasciò Roma per
aggregarsi alle sue truppe, utilizzarono il Tribuno della Plebe Publio
Sulpicio Rufo per invalidare il precedente provvedimento e per
assegnare il comando a Caio Mario.
Silla non era disposto a subire passivamente e a capo delle
sue legioni marciò su Roma. Arrivò in città senza incontrare grandi
ostacoli e qui assunse il controllo del potere dichiarando nemici
pubblici tutti i capi popolari tra i quali lo stesso Caio
Mario.
Insieme al figlio, Mario il giovane, il generale
riuscì a scappare recandosi in
Africa. Le fonti parlano di un sicario gallo che messo alle costole di
Mario, lo intercettò presso Minturno, dove il generale attendeva di
imbarcarsi per l'Africa, ma non ebbe il coraggio di
ucciderlo.
Quando Silla partì per l'Asia, lasciò in carica due nuovi consoli:
Lucio Cornelio Cinna, rappresentante dei popolari e Ottavio,
rappresentante degli ottimati. Lo scontro tra le fazioni riprese
cruento come sempre. Cinna inizialmente fu costretto a fuggire, ma non era
certo deciso ad arrendersi. Richiamò Mario e suo figlio e arruolò un
esercito di disperati, soprattutto schiavi.
Sembra che Mario si presentò in condizioni fisiche piuttosto
precarie, mostrando cicatrici su tutto il corpo, e abbigliato con dei
vestiti laceri. L'impressione di vedere così malridotto colui che era
stato considerato un salvatore della patria, provocò un sentimento di
favore nei suoi confronti che lo favorì nella spedizione verso
l'Urbe.
Appoggiato dal figlio, da Cinna, dal suo fedele luogotenente
Quinto Sertorio e da Gneo Papirio Carbone, eroe dalla guerra
sociale, Caio Mario arrivò a Roma e in poco tempo riuscì a
conquistarla, anche perché Ottavio si era dimostrato incapace di
organizzare una difesa.
La vendetta dei popolari nei confronti degli ottimati fu
spietata, Ottavio attese i suoi nemici restando seduto sul suo scranno
di senatore, rassegnato a morire.
Le teste dei Senatori venivano appese nel Foro cittadino e i corpi
dei cadaveri erano lasciate a marcire nelle strade.
Caio Mario, colui che era stato il salvatore di Roma, ora
contribuiva alla sua distruzione.
Questo suo comportamento lascia pensare che la sua età e il suo
stato fisico malandato, fossero alla base dell'accanimento e della
crudeltà con cui perseguì tutti coloro che avevano appoggiato
Silla.
Del resto il grande generale era ormai alla fine dei suoi
giorni.La morte giungerà nel gennaio dell'anno 86 a.C., poco
dopo la sua ennesima elezione alla carica di console.
Caio Mario era stato Console di Roma per ben 7 volte, a
compimento della profezia di una maga siriaca incontrata durante la guerra
Giugurtina; moriva lasciando alla storia questa immagine ambigua,
quella cioè di un grande eroe che prima di morire si trasformò in un
carnefice.
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