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Saturnino, Glaucia
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Argomenti principali:
Mario e la questione agraria Lucio Apuleio Saturnino Caio Servilio Glaucia Caio Memmio I disordini e la repressione L'esilio volontario di Mario I successi di Mario sul fronte germanico avevano accresciuto la sua popolarità nei confronti dei cittadini Romani che vedevano in lui un grande condottiero e forse qualcosa di più, anche in virtù di quel consolato rinnovato ad oltranza. Ma più cresceva il sostegno popolare, più cresceva la reazione aristocratica nei confronti "dell'homo novus", una reazione che andava sempre più organizzandosi e cercava di porre sulla strada di Mario, ostacoli in grado di minare il suo potere. Il tentativo di assegnare a Quinto Lutazio Catulo i meriti della vittoria contro i Cimbri era stato solo il primo tentativo, ma la vera battaglia si sarebbe giocata su altri fronti: la nuova elezione, la sesta, al consolato, il comando delle guerra contro Mitridate, Re del Ponto, e soprattutto la concessione di terre ai veterani di Mario. Caio Mario aveva stretto un patto di ferro con i suoi legionari, sottoposti a campagne di guerra particolarmente dure, dove le battaglie vere e proprie, venivano intervallate da intensi periodi di addestramento e soprattutto di duro lavoro con la realizzazione di grandi opere pubbliche. I "muli di Mario", così venivano chiamati questi indomiti legionari, che durante i trasferimenti si caricavano sulle spalle gran parte del carico necessario per il loro sostentamento. Tanta fedeltà doveva essere ricompensata e quindi, Mario, aveva bisogno del sostegno popolare per far approvare leggi agrarie che, sul modello delle leggi gracchiane, concedessero parte delle terre conquistate ai suoi veterani. Se in quel momento Caio Mario avesse sfruttato il suo potere personale e si fosse schierato in modo deciso con il partito popolare, probabilmente avrebbe sbaragliato senza tanta difficoltà i suoi avversari diventando a tutti gli effetti un monarca assoluto. Ma "l'homo novus", non era pronto per questo salto e forse nella sua psicologia non aveva rinunciato al vero sogno della sua vita: essere finalmente accettato come un esponente dell'aristocrazia senatoria. E così per ottenere quanto necessario, ma senza esporsi troppo, Mario manteneva contatti segreti con esponenti radicali del partito popolare, i quali, in cambio del sostegno economico del generale, una volta ottenute la carica di Tribuni, lo ripagavano presentando leggi "ad hoc". Uno di questi personaggi era Lucio Apuleio Saturnino, il cui astio contro l'aristocrazia senatoria covava da quando era stato costretto ad abbandonare la carica di questore, in un momento di forte instabilità dei prezzi, sostituito nella carica dal "princeps senatus" Marco Emilio Scauro. I suoi rapporti con Caio Mario risalivano al 103 a.C., quando il generale aveva finanziato la sua candidatura all'elezione a Tribuno della Plebe in cambio del sostegno popolare per il rinnovo della carica consolare. L'altro era Caio Servilio Glaucia, giudicato dallo stesso Mario un ottimo legislatore. Entrambi erano entrati in netto contrasto con l'aristocrazia senatoria, e in particolare con il circolo dei Metelli, tanto che Metello Numidico, in qualità di Censore, aveva fatto di tutto per espellerli dal Senato. Nella loro funzione di legislatori, avevano approvato leggi frumentarie per la distribuzione di frumento ai cittadini, la legge contro i pirati, che rafforzava il potere di Marco Antonio, la legge sui tribunali, che ridava il controllo degli stessi alla classe dei cavalieri. Ottenuto nuovamente l'incarico di Tribuno della Plebe nel 100 a.C., Saturnino si preparava a far approvare un vasto programma di colonizzazione e distribuzione di terre da assegnare ai veterani, ma i suoi atteggiamenti sempre più radicali lo allontanavano dal suo protettore, quel Caio Mario che avrebbe sicuramente ricevuto il maggior privilegio da queste leggi. Mario tentennava, preoccupato delle continue violazioni alla costituzione Romana messi in atto dall'esponente popolare ed in questo modo favoriva indirettamente la reazione aristocratica. Quinto Cecilio Metello, il Numidico, si rifiutò di votare una delle leggi agrarie proposte da Saturnino e approvate dall'Assemblea della Plebe. Per questo atto, pagò una pesante multa e se ne andò in esilio volontario. In fatto di incostituzionalità Glaucia, che era stato Tribuno nel 101 a.C. e Pretore nell'anno 100 a.C., non era da meno, tanto che aveva deciso di candidarsi a Console per l'anno 99 a.C., senza averne i titoli. Per contrastare la sua candidatura, gli aristocratici avevano agito "di fino", candidandogli in opposizione un altro personaggio che vantava un grande prestigio nelle fila popolari: Caio Memmio, un personaggio che nel 111 a.C., in qualità di Tribuno della Plebe, aveva denunciato lo scandalo d'Africa e costretto il Senato a dichiarare la guerra contro Giugurta. Questa candidatura rischiava di compromettere il piano di Saturnino e Glaucia, deludendo le ambizioni di quest'ultimo, ma Caio Memmio venne trovato cadavere davanti alla sua casa, ucciso in un agguato. Tutti pensarono subito a Glaucia, come responsabile dell'omicidio, il quale si rese subito irreperibile. Nel Foro si scatenarono disordini tra le opposte fazioni, con Saturnino in prima fila a guidare la fazione popolare. Il Senato promulgò lo stato di emergenza ordinando proprio al Console Caio Mario di reprimere il movimento popolare. Mario, dopo un momento di incertezza, prese decisamente l'iniziativa, liberando il Foro e costringendo i ribelli a rifugiarsi nel tempio di Giove Capitolino, sul Campidoglio. L'assedio non durò molto, i ribelli, rimasti senza cibo e senza acqua, si arresero; molti di loro furono accusati di tradimento e gettati dalla Rupe Tarpeia, mentre i capi della rivolta tra cui Saturnino, vennero rinchiusi nella Curia, sede del Senato, in attesa del processo. Qui vennero uccisi da parte di un gruppo di aristocratici che scoprirono il tetto della Curia, lanciando le tegole sulla testa dei malcapitati: Saturnino e i suoi complici morirono in pochi istanti. Forse questa autentica esecuzione sommaria, era stata favorita dallo stesso Silla, incaricato della sicurezza dei prigionieri, e anche Mario non sembrò esente da colpe. Alcuni giorni dopo anche Glaucia fu trovato morto, suicida. Con il suo atteggiamento ambiguo e con la repressione degli uomini di Saturnino, Mario perse di colpo il favore popolare, senza peraltro recuperare considerazione nell'aristocrazia senatoria, che stava pian piano individuando in Lucio Cornelio Silla, il cavallo da contrapporre al generale d'Arpino. Ma la cosa che preoccupava più Caio Mario erano i fischi dei suoi concittadini che non gli perdonavano l'azione contro i ribelli. Infastidito da questo atteggiamento Caio Mario decise di abbandonare l'Italia per rifugiarsi all'estero, con un lungo viaggio che lo portò in Cappadocia e in Galizia, fino ai confini dell'Asia. |