La guerra civile
(riferimento cronologico ....... 83 - 79 a.C.)

Argomenti principali:
Premessa
Silla entra a Roma
Silla dittatore "Felix"
Le proscrizioni
La persecuzione del giovane Cesare
I provvedimenti politici
Pompeo Magno
Silla si ritira a vita privata e muore

Premessa

Quando nell'anno 83 a.C., Silla sbarcò a Brindisi, Roma era sotto il controllo del governo dei popolari, i quali però avevano perso i loro principali rappresentanti e cioè il grande Caio Mario, stroncato da una polmonite, e Lucio Cornelio Cinna, morto in un agguato perpetrato dalle sue truppe che si erano rifiutate di imbarcarsi per la Grecia, dove lo stesso Cinna era intenzionato a scontrarsi con Silla.

A guidare i popolari contro Silla e gli ottimati restavano i Consoli Gneo Papirio Carbone e Caio Norbano, Mario il Giovane, il figlio del defunto Caio Mario, e Quinto Sertorio, un fedele legato del grande generale.

A questo gruppo di uomini era affidato il compito di organizzare la difesa di Roma e di contrastare il cammino di Silla, impegnato a risalire la penisola.

A fianco di Silla si schierarono invece Quinto Cecilio Metello Pio, figlio di Metello Numidico, Marco Licinio Crasso, un aristocratico ricco ed influente, e il giovane Gneo Pompeo, figlio di Gneo Pompeo Strabone, che arruolò un esercito privato nel Piceno, mettendolo al servizio di Lucio Cornelio Silla.

Silla entra a Roma

La marcia di Silla fu tanto lenta quanto inesorabile, vista la scarsa resistenza organizzata dai popolari; per arrivare a Roma, il futuro dittatore impiegò quasi due anni.

Nel novembre dell'anno 82 a.C., Lucio Cornelio Silla entrò a Roma, dopo due battaglie decisive sostenute e vinte dalle sue truppe.

La prima si svolse presso Sacriporto, nelle vicinanze di Preneste, con lo schieramento dei "populares" guidato da Mario il giovane, e con lo schieramento degli "optimates" guidato da uno dei legati di Silla, Quinto Lucrezio Ofella, un mariano pentito.

In questo battaglia, un'autentica disfatta per lo schieramento popolare, Mario il giovane perse la vita e la sua testa conficcata in un palo venne portata nell'accampamento di Silla.

La seconda decisiva battaglia venne invece condotta presso la porta Collina e anche qui la vittoria delle truppe sillane fu schiacciante e mise fine definitivamente alle speranze dei popolari. Nella battaglia di porta Collina persero la vita anche numerosi soldati sanniti che erano andati ad ingrossare le file dei popolari, forse per vendicarsi di quel Lucio Cornelio Silla che li aveva vinti nella guerra sociale.

Lucio Cornelio Silla, entrava quindi a Roma, inaugurando un nuovo periodo di terrore di cui furono vittime tutti coloro che a vario titolo avevano dimostrato le proprie simpatie per i popolari. Le ragioni della politica e del controllo del potere si mischiarono ai desideri di vendetta, in una spirale di violenza che durò per quasi due anni e che culminò con i provvedimenti di proscrizione attraverso i quali venivano liquidati i nemici, veri o presunti tali, dell'oligarchia senatoria.

I capi dello schieramento popolare subirono sorti diverse: Mario il giovane era stato ucciso nella battaglia di Preneste; Gneo Papirio Carbone fuggì in Sicilia, dove venne successivamente catturato e ucciso; Gneo Norbano cercò riparo a Rodi, dove si suicidò; Quinto Sertorio partì per la Spagna dove creò una sorta di stato indipendente che resistette per molti anni.

Silla dittatore "Felix"

Silla assunse la carica di dittatore, esercitando un potere assoluto che di fatto esautorava tutte le altre istituzioni repubblicane. Il nuovo padrone di Roma assunse anche il titolo di Felix (prediletto della dea fortuna), attribuendo così al suo ruolo una sorta di connotazione sacra.

Le proscrizioni

Il suo primo provvedimento da dittatore fu proprio quello terribile delle proscrizioni: ogni giorno veniva promulgata una lista di "nemici" da eliminare. I proscritti potevano essere uccisi da chiunque e le loro proprietà confiscate; i più fortunati si salvarono fuggendo in tempo, ma anche fuori di Roma potevano essere riconosciuti ed uccisi. La vendetta di Silla si estendeva anche alle loro famiglie che, oltre a perdere le proprietà, si vedevano privare dei diritti civili.

Il clima di odio e di violenza veniva alimentato dai premi elargiti a coloro che con le loro delazioni consentivano la cattura dei proscritti e a coloro che materialmente li uccidevano. Questo faceva sì che, per bramosia di denaro, molti normali cittadini si trasformassero in spietati assassini. Tra questi viene ricordato Lucio Catilina, il quale arrivò ad uccidere addirittura il proprio cognato, il pretore Mario Gratidiano.

Pene severe venivano comminate a tutti coloro che invece si rendevano responsabili di "favoreggiamento" nei confronti dei proscritti.

Appiano, nel suo "le guerre civili", parla di 40 senatori e 1600 cavalieri che furono oggetto del provvedimento di proscrizione, fornendo un quadro eloquente del clima di terrore che caratterizzò quel periodo; altre fonti aggiungono che nelle liste di proscrizione finirono anche 4700 cittadini Romani.

Appiano descrive anche il destino di questi sventurati:

"[...] Di costoro alcuni, colti alla sprovvista, vennero uccisi là dove erano stati sorpresi, in casa, per la via, nei templi; altri trasportati, sollevati, fino a Silla, furono gettati ai suoi piedi; altri vennero trascinati e calpestati, mentre nessuno degli spettatori osava dir verbo, per il terrore, di fronte a questi crimini. [...] Sulle tracce di chi fuggiva dalla città correvano, ricercando a ogni parte, degli inseguitori, che uccidevano quanti ne riuscivano a raggiungere [...]".

La persecuzione del giovane Cesare

Tra i perseguitati di Silla figura anche un certo Caio Giulio Cesare, la cui colpe erano quelle di essere il nipote di Caio Mario e di essere sposato con Cornelia, la figlia di Cinna. All'intimazione di ripudiare sua moglie, il giovane Cesare oppose un pericoloso e coraggioso rifiuto. L'intercessione di Mamerco Emilio, Aurelio Cotta, nonché delle vergini vestali, salvarono la vita a Cesare che comunque preferì allontanarsi da Roma per sfuggire al rischio di essere ucciso. Nel graziarlo, Silla pronunciò una frase che assunse un particolare significato, diventando quasi una profezia: "Guardatevi da quel giovinetto, in lui convivono molti Mario".

I provvedimenti "politici"

Silla operò anche per consolidare il potere dell'oligarchia senatoria limitando l'azione dei Tribuni della Plebe, i quali persero il diritto di veto e il diritto di presentare le proposte di legge ai comizi centuriati senza la preventiva autorizzazione del senato.

Silla si occupò anche di ristrutturare il Senato che venne portato da 300 a 600 senatori. Stranamente, i 300 nuovi senatori furono scelti tra il ceto dei cavalieri, quasi a voler generare una sorta di riconciliazione tra i ceti più potenti della società Romana.

Silla sembrava preoccupato di creare delle condizioni per cui a Roma, nel futuro,  non ci potesse essere un altro Mario o un altro Silla, un uomo cioè in grado di sfruttare il suo potere militare per porsi al di sopra delle istituzioni repubblicane.

In questo senso possono essere letti alcuni suoi provvedimenti, tra cui quello che estendeva il pomerium, il recinto sacro entro il quale nessun generale dotato di imperium e nessun esercito in armi potevano entrare, fino alla pianura padana ed in particolare al fiume Rubicone.

Anche il provvedimento che aumentava il numero di pretori e questori sembrava mirato a limitare il potere che si accentrava nelle loro mani.

Pompeo Magno

Alcuni episodi avvenuti in quegli anni in cui Silla esercitò la sua dittatura meritano di essere raccontati.

Il primo fu l'eliminazione di Quinto Lucrezio Ofella, l'eroe di Preneste, ucciso per un banale gesto di insubordinazione.

L'altro è rappresentato dalla sfida di Gneo Pompeo, che pretese la concessione del trionfo per i successi ottenuti in Sicilia e in Africa, dove fu inviato dal dittatore per contrastare le sacche di resistenza filo-mariane. Silla, pur manifestandosi contrario alla decisione, di fronte alle insistenze del giovane, concesse il trionfo al giovane Pompeo, concedendogli anche il titolo di Magnus che lo accostava all'immagine del grande condottiero greco: Alessandro Magno. Da quel momento Gneo Pompeo, diventò per la storia: Pompeo Magno.

Silla si ritira a vita privata e muore

Al culmine del suo potere, in modo quasi improvviso, Silla lasciò il potere e si ritirò a vita privata: era il 79 a.C..

Nessuno è in grado di determinare quali siano state le reali motivazioni che lo indussero a prendere questa repentina decisione. La voglia di godersi gli ultimi anni della vita, la malattia che lo portò in breve tempo alla morte oppure Valeria, la sua nuova fiamma di 25 anni.

Più realistica la possibilità che abbia deciso di cedere alle pressioni dell'aristocrazia senatoria, di cui era stato il paladino, che lo invitava a ripristinare la legalità repubblicana.

Silla, si ritirò nella sua villa di Cuma, dove morì nel 78 a.C., lasciando ai posteri una frase che ne descrisse l'intera esistenza: "Nessun amico mi rese servigio e nessun nemico mi rese offesa, che io non abbia ripagati in pieno".