38.

SIRICIO

Romano
Papa dal 15 dicembre 384
al 26 novembre 399

Siricio, figlio di Tiburzio, romano, era stato diacono sotto Liberio e Damaso: fu eletto papa in una data imprecisata tra il 15, 22 o 29 di cembre del 384, non senza qualche opposizione da parte dei seguaci di Ursino. Ne abbiamo testimonianza in una lettera dell'imperatore Valentiniano Il al suo prefetto Piniano: "Salve carissimo Piniano! Che il popolo in Roma sia unito ed elegga un ottimo sacerdote, lo riteniamo un fatto degno del popolo romano e ci rallegriamo che sia avvenuto ai nostri giorni. Per questo, considerando che fu scelto Siricio, vescovo molto virtuoso, a presiedere al sacerdozio quando l'improbo Ursino era acclamato, con il nostro beneplacito e la nostra gioia vogliamo che Siricio resti al suo posto di vescovo. Carissimo e dolcissimo Piniano, è certamente gran segno di innocenza e saggezza che sia stato eletto per acclamazione e siano stati rifiutati gli altri". Girolamo non lo stimava molto, ma bisogna tener conto che lui era apertamente critico con il clero romano in genere, e quindi il suo giudizio è probabile che manchi di equità.

In linea di massima Siricio dovette subito sentirsi impegnato nella linea segnata da Damaso, se due mesi dopo la sua elezione, 1'11 febbraio del 385 scriveva al vescovo Imerio di Tarragona una lettera che viene considerata la prima "decretale" della storia, cioè la prima lettera scritta da un vescovo di Roma che superi il tono del semplice ammonimento o dell'amorevole istruzione e assuma il carattere di una legge. In questa lettera risalta lo stile "del monarca assoluto che accumula recise espressioni di comando o di divieto con tono ampolloso e patetico, senza addurre i motivi giuridici degli ordini dell'autorità, la cui volontà è legge che non abbisogna di altre giustificazioni", come nota il Seppelt, riportando un giudizio del Getzeny. Questa prima "decretale" era in pratica una risposta a delle questioni sottoposte da Imerio a Damaso, che nel frattempo era morto prima di potergli rispondere. "Le risposte di Siricio ai quesiti di Imerio", osserva ancora il Seppelt, "sono in forma di veri e propri ordini sulla forma delle lettere imperiali; esse non soltanto espongono ed inculcano il vigente diritto ecclesiastico, ma decidono i casi dubbi e creano un nuovo giure. Le domande di Imerio concernevano in particolare varie questioni di disciplina ecclesiastica, che Siricio autorevolmente risolve mettendo in rilievo che egli aveva la cura di tutte le Chiese e sopportava il peso di quelle che erano oppresse, "o piuttosto lo sopporta sempre l'apostolo Pietro" ."
Nel 386 un concilio a Roma affermava una volta di più il primato del vescovo di Roma sugli altri. Una data importante nella storia del cristianesimo quella del 386, perché registra anche la conversione di S. Agostino, battezzato l'anno dopo da S. Ambrogio; vescovo di Ippona dal 397, sarà uno dei più grandi Padri della Chiesa latina. A Roma arrivò dall'Oriente in quegli anni il monachesimo in una forma di esagerato ascetismo; in realtà poi, inseriti nella vita di una grande città come Roma, i monaci condussero un'esistenza disordinata, abbandonati come erano a se stessi, senza regole precise. Tra di loro ebbe i suoi anni di celebrità un certo Gioviniano, che dopo aver vissuto a fondo il monachesimo con digiuni e macerazioni, riversò la propria esistenza in una dottrina personalissima all'insegna della dissolutezza. Nessuna differenza c'era per lui tra castità e lussuria: il vero cristiano non compie mai un peccato, se ha profondamente assimilato il senso del battesimo. Di qui tutto diventava lecito.
Ebbe contro, in scritti rimasti famosi nella letteratura cristiana di quegli anni, S. Ambrogio e S. Girolamo; condannato come eretico anche da Siricio fu espulso dalla comunità con i suoi seguaci.
Siricio seguitò l'attività edilizia incrementata da Damaso: fece ulteriori lavori nelle chiese di S. Clemente e di S. Pudenziana e, soprattutto, ricostruì su nuove strutture la basilica di S. Paolo, come ricorda una scritta su una colonna di cipollino conservata sotto il portico settentrionale: "Siricius episcopus tota mente devotus".

Morì il 26 novembre del 399 e fu sepolto probabilmente nel cimitero di Priscilla, finché Pasquale II ne trasferì le reliquie a S. Prassede.