S. Prassede
Rione Monti, via di S. Prassede
CHIESE MEDIEVALI torna alla pagina iniziale delle CHIESE DI ROMA

Questa chiesa ricchissima di opere d’arte può essere quasi definita una sintesi dell’arte medievale in Roma: normalmente vi si accede dal portale laterale aperto sull’omonima strada, ma l’ingresso principale, aperto in genere nelle festività, si affaccia a una quota assai più bassa su via di S. Martino ai Monti, laterale di Via Merulana. 

Prassede, secondo la leggenda, insieme alla sorella Pudenziana, cui è dedicata la vicina chiesa di questo nome, era la figlia del senatore cristiano Pudente, martirizzata con la sorella dopo che aveva devotamente raccolto con una spugna e versato in un pozzo il sangue dei cristiani uccisi.

Un Titulus Praxedis è testimoniato da un epitaffio del 491, ma né le indagini storiografiche né gli scavi archeologici hanno finora permesso di determinare l'esatta posizione del Titulus, che fu rinnovato e arricchito da papa Adriano I (772-795) e da papa Leone III (802-806).
Pasquale I (817-824), temendo un crollo di questo edificio primitivo, riedificò completamente la chiesa affiancandole anche un monastero affidato a monaci greci e trasferendovi dalle catacombe le reliquie di duemila martiri.

Nel 1198 papa Innocenzo III (1198-1216) assegnò la chiesa ai monaci Vallombrosani, che ancora oggi ne hanno la custodia. È in questo periodo che si realizzano i tre arconi trasversali, portati da sei pilastri che inglobano altrettante colonne, per consolidare la struttura. Nel XIII secolo viene costruito il campanile elevandolo direttamente sui muri perimetrali del braccio sinistro del transetto e chiudendolo con un quarto lato. Per cancellare forse la conseguente asimmetria, pochi anni dopo fu creata nel braccio destro del transetto la Cappella del Crocifisso.
Importanti interventi sulla chiesa furono condotti dal card. Borromeo, titolare della basilica nel 1564, dal card. Alessandro de' Medici, titolare dal 1594 al 1600 (poi papa Leone XI), e dal cardinale Ludovico Pico della Mirandola (1728-1731) che sistemò la chiesa nelle forme attuali, trasformando il presbiterio e la cripta.

(Per vedere come appariva a Giuseppe Vasi alla metà del '700 clicca QUI)

Dopo il 1870 il convento fu distrutto e sostituito da una scuola. Alla prima metà del sec. XX è invece da ascrivere il rifacimento della pavimentazione in stile neocosmatesco (1918). Un ulteriore intervento di restauro si ebbe nel 1937-1938.

Visita

L'ingresso principale, su via di S. Martino ai Monti, è preceduto da un protiro romanico del XII secolo, composto da una volta a botte impostata su mensole marmoree sostenute da due colonne in granito con capitelli ionici e basi costituite da capitelli tuscanici rovesciati (il capitello di destra è romano, quello di sinistra è una copia medioevale; le basi sono del sec. IX); ma soffocato in età moderna dagli edifici settecenteschi adiacenti, fino alla costruzione ottocentesca di una loggetta al di sopra di esso. Dal protiro, tramite una doppia rampa di scale che supera il forte dislivello, rielaborata nel 1575, si entra nel cortile delimitato da una serie di edifici, costruiti nel corso del tempo sull'originario quadriportico: si possono vedere, inglobati nella parete sinistra, resti di un colonnato ad arcate. Sul cortile prospetta l'attuale facciata in laterizi, frutto dei restauri del 1938: nel corso di questo intervento sono state recuperate anche due delle tre finestre primitive a doppia ghiera di mattoni celate dall'intonaco. La facciata nella parte alta era ornata a mosaico: piccoli brani sono rintracciabili nella prima finestra a sinistra.

L’interno, a tre navate, conserva ancora leggibile l’aspetto altomedievale, nonostante che nel XII secolo, per rinforzare la navata, tre colonne per parte siano state inglobate in pilastri che sorreggono arconi trasversali. Il pavimento in stile cosmatesco risale a un restauro moderno, e un disco di porfido al suo centro copre il pozzo dove S. Prassede avrebbe riversato il sangue dei martiri; le decorazioni ad affresco della navata risalgono agli ultimi anni del XVI secolo.

Nella seconda cappella destra (Cesi), tele e affreschi opera di Ciro Ferri e del Borgognone.

Segue il solenne ingresso al Sacello di san Zenone, considerato il più importante monumento di arte bizantina in Roma, eretto da papa Pasquale I come mausoleo per la madre Teodora. La cappella è un raro esempio altomedioevale di oratorio annesso a una basilica, con colonne angolari e volta a crociera, ispirato a modelli classici.  In origine al sacello di S. Zenone doveva corrispondere sul lato opposto della chiesa una cappella analoga dedicata a S. Giovanni: ma di essa si è persa ogni traccia (un caso analogo di cappelle corrispondenti del sec. IX è invece sopravvissuto nella chiesa dei Ss. Quattro Coronati).

Si accede al Sacello di S. Zenone per un portale inquadrato da due colonne di marmo nero, con capitelli e basi eseguiti appositamente a imitazione di quelli antichi, colonne su cui poggia una bella architrave di spoglio sormontata da un’urna del IV secolo; anche gli stipiti della porta sono accuratamente lavorati. Tutti gli elementi architettonici che costituiscono l'ingresso e articolano l'interno della cappella di s. Zenone sono di riutilizzo. La decorazione musiva esterna è composta di due serie concentriche di clipei: nella prima troviamo al centro la Madonna con il Bambino fra s. Valentino e s. Zenone e a seguire quattro sante per lato. Nella seconda serie sono rappresentati Cristo con i dodici apostoli. Negli angoli in alto sempre entro clipei sono raffigurati Mosè ed Elia; nei riquadri in basso, eseguiti nel sec. XIX, sono ritratti due papi (forse Pasquale I e il suo successore Eugenio II).
Mosaico della cappella di San ZenoneAll'interno, come anticipato sopra, sono collocate negli angoli quattro colonne con capitelli dorati che non hanno una funzione portante ma costituiscono un'ideale piedistallo per gli angeli rappresentati nella volta che sostengono un clipeo con il Cristo.

Il pavimento, splendido esempio di opus sectile a marmi policromi, è antico
Nella parete di controfacciata è rappresentata l'Etimasia, con il trono di Cristo vuoto e ai lati s. Pietro e s. Paolo.
Sulla parete di destra, in alto, sono raffigurate S. Agnese, S. Pudenziana e S. Prassede, a figura intera; nell'intradosso dell'arco, è rappresentato Cristo seguito da un' angelo che discende agli inferi per liberare Adamo ed Eva; dietro è visibile la Morte incatenata. La decorazione della nicchia sottostante è divisa in due parti: nel registro superiore è rappresentato l'Agnello sul monte con i cervi che si dissetano ai quattro fiumi, mentre in quello inferiore sono raffigurate a mezzo busto la Vergine, S. Prassede, S. Pudenziana e Teodora (madre di Pasquale I e definita «Episcopa») con il nimbo quadrato, segno dei viventi. 

Sulla parete dell'altare, nella parte alta, vi è una Deesis rappresentata dalle figure della Vergine e di S. Giovanni Battista come intercessori per l'umanità ai piedi del Cristo Giudice qui simboleggiato dalla luce che entra dalla finestra. L'intradosso dell'arco è decorato con spire vegetali che includono fiori e animali. Nel fondo della nicchia è narrato l'episodio della Trasfigurazione: sono presenti Gesù con Mosè ed Elia nella mandorla e gli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo. Sopra la mensa d'altare una coppia di colonnine in alabastro strigilate con capitelli ionici e architrave inquadrano un'edicola lignea del XVII sec. che definisce, a sua volta, un'absidiola decorata a mosaico e datata alla seconda metà del sec. XIII; in essa sono rappresentati la Vergine con il Bambino, S. Prassede e S. Pudenziana.

Sulla parete di sinistra sono infine raffigurati i ss. Giovanni Andrea e Giacomo. Sul fondo del sottostante passaggio in una lunetta, è raffigurato Cristo benedicente tra s. Valentino e s. Zenone.

Il vano a destra del sacello è dedicato alla Sacra Colonna, visibile, attraverso una grata, anche dalla navata laterale. Originariamente tale colonna era collocata nel sacello di s. Zenone, dove rimase dal 1223 al 1699, quando fu collocata dove ancor oggi si trova. La colonna fu portata a Roma nel 1223 dal cardinal Giovanni Colonna, titolare della basilica e legato apostolico in Siria durante la quinta crociata. Una bella lapide murata a sinistra dell'ingresso della cappella di S. Zenone ne ricorda l'impresa. Tradizionalmente è ritenuta la colonna del pretorio di Pilato alla quale Cristo fu legato per essere flagellato ed è sempre stata oggetto di particolare devozione da parte dei fedeli.

Usciti dalla cappella, sul terzo pilastro, busto del vescovo G.B. Santoni, ritenuto la prima opera del Bernini, in età di sedici anni 1614. 

(SISTEMARE) Di fronte alla cappella, fra due colonne, si trova la Tomba dello speziale Giovanni Montopoli (XIII secolo)  sulla lastra è raffigurato il defunto con l'abbigliamento tipico del pellegrino. Sulla parete di controfacciata è invece posta in terra la Tomba di Giovanni Carbone, morto a Roma il 24 settembre 1388. Nella cappella di fronte, monumento funebre, opera di Andrea Bregno (???)

La cappella a destra dell’abside occupa la parte terminale del transetto del IX secolo, poi modificato, e conserva preziosi marmi antichi e medievali, oltre a un bel monumento duecentesco di stile arnolfiano. 

L’insieme costituito da arco trionfale, arco absidale e catino costituisce una delle principali fonti per la Storia dell'Arte altomedioevale. La decorazione del catino absidale, divisa in due parti, riprende il programma iconografico dei mosaici della basilica dei SS. Cosma e Damiano (VI secolo). Nella parte superiore, al centro, è rappresentato in piedi Cristo con il braccio destro alzato e con la mano sinistra che stringe il rotolo. sopra, la mano del Padre, emergendo da una nuvola, gli impone la corona. A sinistra sono raffigurati Pasquale I (nell'atto di presentare a Cristo il modellino della chiesa), s. Paolo e s. Prassede; a destra s. Pietro, s. Pudenziana, e un diacono (identificato con s. Zenone o con s. Ciriaco). I sette personaggi sono racchiusi in uno spazio delimitato da due palme: su quella di sinistra è rappresentata la fenice. Al centro della parte inferiore del catino absidale, su uno sfondo dorato, è rappresentato l' Agnello, sopra una piccola altura da cui sgorgano i quattro fiumi del Paradiso. Ai lati dodici agnelli, rappresentanti gli apostoli, escono a sinistra da Betlemme e a destra da Gerusalemme. Sotto la conca absidale è posta l'iscrizione in esametri:

+ Emicat aula piae variis decorata metallis / pontificis svmmi stvdio / Paschalis alumni / plurima scorum subter haec moenia ponit / + Praxedis dno super aethra placentis honore / sedis apostolicae passim qui corpora condens / fretus ut his limen mereatur adire polorum.


Al centro dell'arco absidale, all'interno di un medaglione blu, è rappresentato l'Agnello seduto sul trono gemmato, sotto il quale si trova il Libro dei sette sigilli. Ai lati del trono, i sette candelabri (che rappresentano la totalità delle Chiese), quattro angeli, i simboli dei quattro evangelisti (Leone-Marco, Uomo-Matteo, Giovanni-Aquila, Luca-Toro) e i ventiquattro vegliardi divisi in due gruppi di dodici e disposti su tre file. L'intradosso dell'arco è decorato con un motivo floreale. Al centro dell'arco trionfale un recinto gemmato con torri idealizza la Gerusalemme celeste. Al suo interno, in alto, Cristo con la mano sinistra tiene il rotolo, mentre con la destra benedice. Ai suoi lati ha due angeli; sotto sono rappresentati Maria, s. Giovanni Battista, s. Prassede e una schiera di santi. Alle due estremità, sono ritratti Mosè ed Elia. Le porte della città sono aperte e sono custodite da due angeli. Fuori delle mura si accalcano i centoquarantaquattromila salvati che vogliono essere ammessi alla città celeste. Il gruppo di destra è preceduto dagli apostoli Pietro e Paolo. Nel registro inferiore dell'arcone è raffigurata una moltitudine di personaggi in piedi che agitano le palme, Purtroppo questa sezione del mosaico è stata in parte distrutta da Carlo Borromeo per realizzare i poggioli con i reliquiari (sec. XVI).

Il ciborio sopra l’altar maggiore, che con la sua mole occlude parzialmente la vista del mosaico absidale, è del 1730 e reimpiega quattro splendide colonne di porfido rosso del precedente ciborio di Pasquale I. 

Dal presbiterio si accede alla cripta, che fu trasformata fra il 1728 ed il 1734: era originariamente semianulare con due ingressi laterali dal transetto. L'apertura di questa camera portò alla luce due preziosi sarcofagi contenenti, secondo l'iscrizione, le spoglie di s. Prassede e di s. Pudenziana. L'importanza di tale ritrovamento impose la creazione di una cappella, a metà di un corridoio che unisce la parte semianulare con la navata centrale. In fondo a questo corridoio è stato collocato un altare abbellito con un paliotto cosmatesco proveniente dall'antico altare maggiore. La soprastante immagine ad affresco, molto rovinata, è una copia settecentesca di quella che si trovava nella camera delle reliquie distrutta. Rappresenta la Vergine incinta che indica il bambino con la mano sinistra; ai lati le ss. Prassede e Pudenziana. La zona più antica, cioè quella semianulare, è ancora interamente rivestita da lastre marmoree di varia provenienza.

Una scaletta collega il corridoio destro della cripta alla Cappella del Crocifisso. L'attuale sistemazione si deve ad Antonio Muñoz e fu realizzata nel 1927 con l'idea di creare una raccolta dei reperti rinvenuti durante i lavori del 1918. Il Muñoz ipotizzò che le grandi lastre marmoree, ora murate lungo le pareti della cappella, dovessero costituire nella primitiva basilica carolingia la schola cantorum. Notevole è la Tomba del cardinale Pantaleone Anchier, titolare della basilica dal 1262 al 1286. L'epigrafe a caratteri gotici soprastante il monumento rammenta la data del 1° novembre 1286, giorno del suo assassinio avvenuto proprio in questa cappella. Secondo un'antica tradizione, il grande Crocifisso di legno dipinto (sec. XIV) avrebbe parlato a s. Brigida (1303-1373); è stato restaurato nel 1998.
Fuori della cappella, incorniciata da un'edicola marmorea, è posta la Madonna della Salute (sec. XIII), un piccolo affresco rappresentante la Madonna a mezza figura con il Bambino benedicente su di uno sfondo rosso. Proseguendo lungo la navatella, sul primo pilastro è murata un'epigrafe del sec. IX che riporta i nomi dei martiri le cui reliquie furono trasportate qui da Pasquale I. Originariamente si trovava nei pressi del presbiterio; fu murata su questo pilastro dal card. Borromeo. La grande lastra molto frammentata si compone di due parti: quella superiore è una copia, mentre quella inferiore è originale. Sul medesimo pilastro è raffigurata ad affresco una Crocifissione con s. Giovanni e la Madonna: è opera di scuola romana, databile fra il XIII e il XIV secolo.

All’estremità della navata sinistra, il vano un tempo parte del transetto, è, come ricordato sopra, la base del campanile dell’XI secolo, difficilmente visibile all’esterno, che conserva alcuni vivaci affreschi con scene di martirio, risalenti al IX secolo.

La sagrestia è un ambiente notevole, che conserva alcuni preziosi reliquari, oltre a diversi quadri: Flagellazione, di Giulio Romano, Deposizione, di Giovanni de’ Vecchi, San Giovanni Gualberto, del Borgognone. 

Nella navata sinistra, la quarta cappella, del Sacramento, è realizzazione moderna del 1933, la terza, Olgiati, fu costruita da Martino Longhi il Vecchio alla fine del Cinquecento, ed è decorata da affreschi del Cavalier d’Arpino. All’altare, Cristo e la Veronica, di Federico Zuccari.

 

Usciti dalla chiesa, vale la pena percorrere la via di S. Martino ai Monti, ultimo tratto della salita al colle Esquilino del Clivus Suburanus, di antichissima origine, che è stretto tra due file di interessanti case sette e ottocentesche; un’epigrafe al n. 20a ricorda che in una casa sorta in quel sito abitò a lungo il pittore Domenico Zampieri detto il Domenichino.