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PIO IV
Giovan Angelo de' Medici

Nato a Milano il 31.III.1499

Eletto papa il 25.XII.1559
e consacrato il 6.I.1660
Morto il 9.XII.1565

Un papa che fu veramente "pio"

I disordini verificatisi a Roma dopo la morte di Paolo IV ritardarono l'apertura del conclave, che si ebbe solo il 5 settembre 1559: sarebbe durato quasi quattro mesi. Vi parteciparono 48 cardinali, fra i quali era anche il Morone, liberato da Castel S. Angelo, e Carlo Carafa richiamato dall'esilio per volontà del Sacro Collegio.

Anche in questa circostanza la clausura fu poco osservata, con intrighi e compromessi politici che avevano via libera attraverso un buco praticato nel muro della cappella Sistina; si attenuarono solo quando Filippo II, tramite il suo ambasciatore, fece sapere ai conclavisti che non avrebbe posto più il suo veto ad alcuna candidatura. Si venne così ad un accordo tra cardinali francesi e spagnoli nella persona del cardinale Giovan Angelo de' Medici, che fu eletto per acclamazione il giorno di Natale del 1559.

I Romani accolsero con entusiasmo la sua nomina, convinti di tornare all'epoca d'oro di Leone X; ma Giovan Angelo non era neanche parente alla lontana della famiglia di quel pontefice. Era nato a Milano il 31 marzo 1499 da una famiglia di umili condizioni che aveva acquistato una certa dignità e ricchezza perché il fratello maggiore di Giovan Angelo, Gian Giacomo, con una brillante carriera militare aveva raggiunto il titolo di marchese di Marignano e sposato una Orsini, cognata del cardinale Farnese. Sulla sua scia Giovan Angelo era diventato protonotaro apostolico al servizio dei Farnese e svolse le funzioni di commissario generale delle truppe pontificie, ausiliarie di quelle imperiali nella guerra contro la lega di Smalcalda.
Paolo III lo aveva creato cardinale, ma non andando d'accordo con la rigida posizione di Paolo IV e la sua opposizione alla riapertura del concilio di Trento, Giovan Angelo si era allontanato dalla Curia, tornando a Roma solo in occasione del conclave. Fu incoronato il 6 gennaio 1560 e assunse il nome di Pio IV.

L'entusiasmo dei Romani in gran parte avrebbe trovato rispondenza nell'animo mite del nuovo pontefice che, tra i primi decreti emanati, accordò il perdono per gli eccessi sacrileghi a cui i cittadini si erano abbandonati dopo la morte di Paolo IV. Nello stesso tempo egli restrinse al campo originale la competenza dell'Inquisizione, biasimandone con franchezza la durezza delle sentenze. Non avrebbe quasi mai presenziato alle sedute di quel tribunale; era convinto che la vera riforma doveva venire fuori dal concilio di Trento, che era intenzionato a riaprire nel consenso di tutti gli Stati cristiani.

A questo scopo riprese le relazioni con l'imperatore Ferdinando I, riconoscendone valida l'elezione, e il re di Spagna Filippo II, deciso ad accantonare qualsiasi motivo di contrasto preesistente; e annunciò al mondo con una bolla del 29 novembre 1560 la continuazione del concilio per la Pasqua dell'anno dopo. La prima adunanza dell'assemblea si ebbe però soltanto il 18 gennaio del 1562.

Riapertura del Concilio di Trento

I lavori procedettero attraverso numerosi ostacoli e difficoltà, specialmente per la presentazione in pieno concilio di un libello di riforma da parte di Ferdinando I che, mentre insisteva perché si discutesse la riforma prima di trattare i problemi dogmatici, raccomandava con urgenza la concessione della comunione sotto le due specie e il matrimonio dei sacerdoti, considerato quest'ultimo un punto fondamentale per evitare una rottura definitiva con i protestanti. Quando poi Ferdinando stabilì di spostare la sua corte ad Innsbruck per essere più vicino a Trento, circondandosi di un gran numero di teologi che lo consigliassero sui problemi affrontati nel concilio, questo sembrò entrare veramente in crisi. Soprattutto il fatto che a quei teologi "imperiali" si unissero il cardinale di Guisa, presentatore di una serie di richieste francesi assai simili a quelle di Ferdinando I, e il conte de Luna, rappresentante di Filippo II, dette l'impressione che da quelle consultazioni prendesse corpo un concilio collaterale a quello di Trento. C'era il pericolo di un ulteriore scisma.

Il papa riparò alla situazione inviando a Trento come presidente l'abile cardinale Morone, con l'incarico preciso di stringere i tempi e concludere sui punti dogmatici; Morone riuscì a convincere l'imperatore sul leale comportamento del papa e a proseguire nell'approvazione dei dogmi, come punti fondamentali per l'elaborazione della riforma, la cui discussione sarebbe stata più complessa. Si ebbe così il decreto dell'ordine sacerdotale, del matrimonio, del purgatorio, della venerazione dei santi e delle indulgenze, che potevano essere concesse solo dalla Chiesa di Roma. Fu riconosciuta infine la superiorità del papa all'assemblea conciliare; null'altro fu discusso per una "apertura" ai protestanti. Il 4 dicembre 1563 veniva chiuso definitivamente il concilio di Trento che, se era nato con l'idea da parte di alcuni riformisti di porre limiti alla potenza del romano pontefice, non riuscì assolutamente in questo. Essa anzi ne risultò rafforzata; tutte le decisioni conciliari dovevano avere oltretutto l'approvazione di Pio IV per entrare in vigore. Ciò che avvenne con la bolla Benedictus Deus del 26 gennaio 1564.

I sovrani europei non posero alcuna difficoltà all'accettazione dei decreti, ma questo non significava che sarebbero entrati in vigore. D'altronde non c'era più alternativa per i protestanti: o accettare o respingere, o dentro o fuori della Chiesa di Roma. La quale indiscutibilmente con questo concilio, importantissimo per il suo futuro quanto a prestigio e disciplina, non fece che riconoscere i suoi limiti, finendo per respingere "da sé con infiniti anatemi il protestantesimo", come nota il Ranke; se "nel cattolicesimo antecedente il concilio era contenuto un elemento del protestantesimo, ora esso fu definitivamente espulso". Fu una scelta irreversibile; si rinunciò a riportare l'unità della fede, dividendo il cristianesimo in una serie di Chiese separate da Roma che si sarebbero moltiplicate nei secoli. Ma la Chiesa.di Roma e il papato ne uscirono rafforzati e ciò costituì una grossa conquista politica. Amara la conclusione che se ne doveva trarre, come sentenziava Pasquino in un dialogo col suo "collega" Marfono:


MARFORIO
Dopo tanto scalpore
che s'è levato a Trento, 
Pasquin, che s'è concluso? 

PASQUINO
Come piacque al Signore, 
restammo al Mille e cento: 
tutto secondo l'uso.

MARFORIO
Ma, dunque, la Riforma? 

PASQUINO
Zitto, pare che dorma.

Condanna dei Carafa

Forse il pontificato di Pio IV era nato sotto una cattiva stella; durante la lunga sede vacante il fratello di Carlo Carafa, il duca Giovanni di Paliano, aveva fatto strangolare la moglie per adulterio e ucciso personalmente il suo presunto amante. Una volta papa, Pio IV si decise ad agire contro i nipoti del suo predecessore per stroncare definitivamente quella famiglia corrotta; li fece innanzitutto arrestare in massa e affidò poi l'inchiesta ad una commissione di cardinali tutti nemici dei Carafa, ad eccezione del Ghislieri, il futuro Pio V, che fu per questo motivo assegnato al vescovado di Mondovì. Così il processo fu in pratica una farsa che si risolse in una condanna a morte per i principali imputati, tra cui il cardinale Carlo e il duca Giovanni; il giovane cardinale Alfonso alla fine ottenne la grazia. Pio V avrebbe ordinato una revisione del processo con l'annullamento della sentenza e la restituzione ai Carafa dei loro beni.
Non si pensi che Pio IV con il suo processo avesse sentenziato indirettamente una condanna del nepotismo; egli stesso batté la solita strada in barba alla invocata riforma, che ormai "dormiva", ed elevò alle alte cariche laiche ed ecclesiastiche dello Stato pontificio i numerosi nipoti che gli venivano dalle altre famiglie a lui imparentate; Serbelloni, Hohenems e Borromeo. Ma i favori maggiori furono per questi ultimi, tra i quali eccelse Carlo, il grande santo della diocesi milanese, elevato alla porpora cardinalizia e divenuto poi uomo di fiducia del pontefice.

Carlo Borromeo

Carlo Borromeo fu il suggeritore della restaurazione cattolica e Pio IV si convinse che, nonostante la vita principesca con cui voleva contraddistinguere il papato, la linea rigida scaturita automaticamente dal concilio doveva essere da allora in poi la bandiera della Chiesa di Roma; a cominciare dall'elezione del suo capo. Si ricordò di quel "buco nel muro" del conclave, dei colloqui tranquilli tra ambasciatori di sovrani e cardinali, e si rese conto che in questo campo principalmente gli elettori dovevano essere educati ad una disciplina conclavista, rifiutando ogni rapporto con l'esterno. A questo badò l'organizzazione in un quadro organico della massa dei materiali legislativi esistenti sull'elezione papale con la costituzione De eligendis del 1562.

I Romani, dopo i primi entusiasmi, non trovarono poi grandi soddisfazioni dalla sua gestione amministrativa; la mitezza e la magnanimità di Pio IV non concessero loro granché. Il fasto che attuò principescamente investì peraltro indirettamente la sua persona; fu tutto a vantaggio dei parenti e della corte. Data la solita difficile situazione finanziaria, dovette ricorrere però a nuovi tributi che aumentarono ovviamente il malumore tra la popolazione con manifestazioni di piazza, di fronte alle quali il papa pensò a un certo momento anche di abbandonare Roma e trasferirsi a Bologna. Non lo fece, anche se motivi ne ebbe per aver paura di finire assassinato.

Nel 1564 fu scoperta anche una congiura progettata da un esaltato, Benedetto Accolti, figlio di un cardinale esiliato a suo tempo da Pio III. Questo invasato andava predicando certe sue idee intrise di fanatismo religioso, per cui sognava la riunificazione di tutte le Chiese sotto una sorta di papa Angelico, da lui stesso impersonato; il folle piano prevedeva innanzitutto l'eliminazione del mondano Pio IV. Riuscì a riunire intorno a sé alcuni seguaci che finirono con lui sul patibolo nel gennaio del 1565.

Pio IV non lesinò comunque le spese per rinnovare la tradizione che vedeva nel papa un promotore delle arti: da questo punto di vista Roma ottenne numerosi benefici con la costruzione di molte opere pubbliche. Michelangelo trasformò le Terme di Diocleziano nella basilica di S. Maria degli Angeli , rafforzò le mura attorno al Vaticano e aprì tra quelle a oriente la nuova porta che prese il nome di Porta Pia; sorsero anche Borgo Pio, il quartiere tra il Vaticano e Castel S. Angelo, e la residenza estiva di villa Pia, ovvero il Casino di Pio IV che Pirro Ligorio costruì nei giardini del Vaticano, ricca di splendidi mosaici.

L'avvenimento più mondano della Roma di questo pontefice fu senz'altro il matrimonio tra Ortensia Borromeo, nipote di Carlo, e Annibale Altemps, nominato conte dall'imperatore e signore di Gallarate da Filippo II; il papa non volle essere da meno e dette in dote ad Ortensia 100.000 scudi, che il successore Pio V avrebbe fatto in tempo a dimezzare, non essendo stata ancora versata la somma per intero alla sua morte. Le feste raggiunsero il loro culmine in un celebre torneo combattuto nel teatro del Belvedere il 5 marzo 1565, ricordato da numerosi cronisti del tempo, come l'Alveri e il Crescimbeni; vi parteciparono una ventina tra i più celebri cavalieri italiani e spagnoli davanti a circa seimila spettatori.
Il clou si raggiunse la sera, quando "in un momento si accesero moltissimi lumi in diverse lumiere per tutti gli archi, accomodate con maestria artefiziata, e, dopo un breve spazio, cominciarono a suonare tutte le trombe"; la festa si concluse con un banchetto di oltre mille coperti, in barba ai poveri della città, alla fine del quale "per l'intermedio di molti balli e sinfonie, di varie musiche che si fecero, fu pubblicata la sentenza dei giudici" e la sposa premiò i cavalieri.

Pio IV, per quanto amante del fasto, non tenne nulla per sé e negli ultimi mesi di vita si riaccattivò un po' l'animo dei cittadini donando molto ai poveri. Tenne sempre una condotta esemplare dal punto di vista della morale ecclesiastica e fu profondamente "pio". Carlo Borromeo gli fu vicino nel periodo finale del pontificato, anche a livello esecutivo, quando il pontefice cominciò a risentire delle dure e rigide penitenze a cui si sottoponeva; era presente al suo capezzale, quando morì il 9 dicembre 1565. Fu sepolto in S. Maria degli Angeli.

 


Puoi trovare il suo stemma su Porta Pia

e tra le incisioni di Filippo Juvarra.
Pur non essendo membro della famiglia fiorentina de' Medici, Cosimo de' Medici gli concesse di usare il suo stemma di famiglia: Pio IV prese allora l'abitudine di aggiungere al cognome l'aggettivo "Mediolanensis" per specificare che non era dei Medici di Firenze


Palazzo fatto costruire da PIO IV in Milano per la propria famiglia
Stampa del Dal Re nel Codice Trivulziano n. 1871