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img src=Paolo-IV.jpg title="Paolo IV (Da Platina)">

PAOLO IV
Gian Pietro Carafa

Nato a S. Angelo alla Scala,
presso Avellino, nel 1476

Eletto papa il 23.V
e consacrato il 26.V.1555
Morto il 18.VIII.1559

Il conclave
Il successore di Marcello II venne fuori da un conclave di due settimane vissute nel contrasto tra il partito filoimperiale e quello filofrancese; il 23 maggio 1555 fu eletto il cardinale Gian Pietro Carafa in barba a Carlo V. Gli era infatti notoriamente avverso, ma a nulla valse che l'imperatore, tramite il suo ambasciatore, avesse fatto conoscere ai conclavisti il personale veto a quella candidatura; si racconta anche che al cardinale spagnolo Francisco Mendoza, che lo invitava a non illudersi, perché Carlo non lo voleva, il Carafa rispondesse: "L'imperatore non potrà impedire che, se Dio mi vuole pontefice, io non lo sia; anzi, così sarò più contento, perché dovrò questa dignità solamente a Dio". Fu eletto per acclamazione.

Vita
Gian Pietro Carafa, nato a S. Angelo della Scala, presso Avellino, nel 1476, era notoriamente avverso alla Spagna, forse perché aveva vissuto da giovane alla corte del re Ferdinando, svolgendo l'ufficio di cappellano maggiore e facendo parte del consiglio del re, e aveva conosciuto a fondo certa mentalità dominatrice connaturata a quel popolo. Giulio II lo aveva nominato vescovo di Chieti, manifestando però tutto il proprio risentimento alla dominazione degli Spagnoli da lui definiti, secondo l'ambasciatore veneto Navagero, "eretici, scismatici e maledetti da Dio, semi di Giudei e di Mori, feccia del mondo, deplorando la miseria d'Italia che fosse astretta a servire gente così abiecta e così vile". Pesavano su questo giudizio le amare esperienze del sacco di Roma; l'ostentato cattolicesimo di Carlo V gli pareva sospetto.

C'era in lui uno spirito pseudonazionalista, in senso tutto rinascimentale, che non l'avrebbe mai abbandonato, connesso ad una inflessibile severità e durezza nel temperamento e nella concezione del cristianesimo. Aveva fondato con Gaetano da Thiene l'Ordine dei Teatini ed una volta elevato alla porpora cardinalizia da Paolo III era stato l'anima dell'Inquisizione romana, dandole quell'impronta di rigidità che il suo pontificato avrebbe accentuato.

Papa
La sua nomina fu salutata con entusiasmo dal partito riformatore, che vedeva in lui il realizzatore ideale della fede unitaria nel mondo occidentale con la riapertura del concilio, ma avrebbe dovuto ricredersi; il Carafa da papa si sarebbe lasciato prendere dalla cieca passione politica a tutto scapito dell'unità dell'Europa in Cristo.

L'incoronazione di Paolo IV, che fu il nome assunto dal Carafa, avvenuta il 26 maggio, restaurò la pompa di anni addietro; la corte si rivestì dello sfarzo proprio dei principi, l'oro e l'argento tornò sulla tavola pontificia, nonostante il papa fosse personalmente dedito a lunghi digiuni da asceta. Ma quella che egli ricercava era la formalità, l'aspetto esteriore, lo stile ridondante che imponesse immediatamente il rispetto alla persona del sovrano pontefice; come egli ebbe a dire, re ed imperatori dovevano prender posto ai suoi piedi e ascoltare le sue sentenze come scolari davanti ad un maestro.

Il papa-re emergeva nella figura di chi oltretutto non può sbagliare, col tono di superbia e sicumera di chi si ostentava a "duce", mentre "vagheggiava un ideale grande e nobile; liberare l'Italia e il papato dalla opprimente preponderanza spagnola", come scriveva il Castiglioni durante il ventennio fascista su questo papa, sottolineando con orgoglio come egli "mirava a stringere in un fascio (sic!) tutti i principi d'Italia contro la Spagna" e ricordando che, di fronte al venir meno della sognata coalizione patriottica dei sovrani italiani, "con fierezza d'animo protestava, senza perdersi d'animo quel pontefice nazionalista: "Qualunque sia il sentimento degli altri, io voglio servire alla mia patria; se la mia voce non è ascoltata, mi consolerà almeno l'idea di averla elevata per una così nobile causa e penserò che un giorno si dirà che un italiano, un vecchio che ha un piede nella tomba, a cui non dovrebbe restare altro che riposarsi e piangere le sue colpe, aveva l'anima piena di questo glorioso disegno"".

Tutto cominciò quando Carlo V abdicò lasciando il trono di Spagna al figlio Filippo II e l'autorità imperiale a suo fratello Ferdinando I. Questi fu riconosciuto subito imperatore dai principi elettori, senza che ovviamente il papa fosse consultato, come invece questi avrebbe desiderato, rispolverando vecchi, superati e contestati diritti pontifici di assenso alla nomina. Paolo IV se la legò al dito, anche perché Ferdinando s'impegnò con i protestanti a tener fede alle decisioni della pace religiosa di Augusta decretata da Carlo V prima di lasciare il trono. Questa significava la rinuncia ad una fede unica nell'ambito dell'impero e quindi il crollo di ogni possibile ulteriore tentativo di unione in sede di riapertura del concilio di Trento.

Paolo IV dichiarò in concistoro che l'abdicazione di Carlo V non era valida e quindi inesistente la successione di Ferdinando I; ma non chiese l'appoggio dei cardinali in questa lotta antimperiale, convinto di essere lui, da solo, il liberatore dell'Italia. Si fidò esclusivamente dei parenti che non avrebbero oscurato la sua figura di "duce" e così s'impelagò anch'egli, riconosciuto come l'anima di una riforma rigorosa, in un nepotismo senza scrupoli.

Appare gratuito giustificare questo nepotismo di Paolo IV, adducendo motivi di stampo patriottico, perché il fatto che egli abbia costituito possedimenti per i nipoti con territori ecclesiastici, che abbia innalzato un soldato alla direzione degli affari religiosi, che abbia compiuto atti di guerra e versato del sangue è pur sempre lontano dallo spirito puro del cristianesimo. L'etichetta patriottica è una maschera che nasconde ragioni ecclesiastico-personali.

E così, sconsideratamente, seguì i consigli del parente preferito, il nipote Carlo Carafa, un condottiero spregiudicato elevato alla porpora pochi giorni dopo l'incoronazione e che ebbe lo zio-papa in mano, rigirandolo come volle. E dire che Paolo IV sapeva bene di che tempra fosse, perché motu proprio lo assolse, una volta cardinale, dai delitti della sregolata vita laica e lo fece segretario di Stato. Fu lui che acuì la tensione esistente con Ferdinando I e Filippo II, prendendo spunto dalla cattura di due galere francesi nel porto di Civitavecchia da parte di Carlo Sforza, legato all'imperatore; fece credere allo zio che in connessione con quel blitz fosse stata organizzata in Roma una congiura contro di lui, favorita dagli "imperiali", le cui trame erano tenute dal cardinale di Santa Fiora Ascanio Sforza. A riprova Carlo Carafa presentò delle lettere indirizzate all'imperatore e da lui intercettate, nelle quali il cardinale si dispiaceva di non aver potuto impedire l'elezione di Paolo IV. Fu subito rinchiuso in Castel S. Angelo con il suo segretario; nello stesso tempo venivano confiscate le terre degli "imperiali" Colonna e assegnate al fratello di Carlo, Giovanni, che otteneva il titolo di duca di Paliano. Il 15 dicembre 1555 il papa firmava infine un trattato di alleanza militare con la Francia, che s'impegnava a mettere a disposizione della Chiesa un esercito di 12.000 uomini.

A sentire Paolo IV, che era molto logorroico e non sapeva mai tenere a freno la lingua, in dichiarazioni prive di strategia politica, egli si rivolgeva alla Francia per opportunità perché Francesi e Spagnoli "sono barbari tutti e due e saria bene che stessero a casa loro e non fosse in Italia altra lingua che la nostra; però gli Spagnoli tengono come la gramigna, ove si attaccano, a differenza dei Francesi, che non ci stariano se ci fossero legati". Insomma, a suo tempo avrebbe potuto sbarazzarsi anche dei Francesi. Ma la Spagna prevenne l'iniziativa pontificia e da Napoli il duca d'Alba nel settembre 1556 entrò nello Stato della Chiesa: l'esercito franco-pontificio non ottenne i successi sperati anche perché le forze francesi furono richiamate in patria perché servivano per la grande battaglia di San Quintino. Nella battaglia che ebbe luogo presso Paliano nella Campagna Romana le truppe del papa subirono una rotta; la fortezza di Ostia fu occupata; il duca arrivò alle porte di Roma e si temette un nuovo saccheggio; grazie alla mediazione di Venezia si arrivò al trattato di pace di Cave il 12 settembre 1557. Paolo IV fu costretto a riconoscere Filippo II come un re cattolico ed ubbidiente, proprio per rimangiarsi le accuse di scismatico ed eretico lanciate a suo tempo contro il sovrano e suo padre Carlo V, e a rinunciare all'alleanza con la Francia, dichiarando la neutralità della Chiesa.

Questo il risultato del nepotismo e della politica pseudopatriottica di Paolo IV: piuttosto magro, senza contare che le voci sulla condotta immorale del cardinale Carlo seguitarono a circolare in Curia e il cardinale di Lorena giunse ad accusare i parenti del papa di omosessualità, "quel peccato così abbominevole in cui non fassi alcuna distinzione di sesso mascolino e femminino".

Per Paolo IV fu un colpo; sdegno e amarezza riempirono il suo animo e, come nota il Ranke, "gli si aprirono allora gli occhi, poco a poco, anche sul biasimevole comportamento dei suoi parenti: si liberò di loro con impetuoso senso di giustizia dopo un conflitto interiore; da quel momento tornò ai suoi antichi propositi di riforma: incominciò a governare come si era supposto che avrebbe fatto subito dall'inizio: promosse ora la riforma dello Stato, e soprattutto della Chiesa, con la stessa passione con la quale finora aveva promosso le ostilità e la guerra". Nel concistoro del 27 gennaio 1559 pubblicamente condannò il comportamento dei nipoti, chiamando a testimone Dio che non aveva mai saputo nulla e che era stato ingannato da loro: "Nunc dicendum et scribendum", concluse, "Pontifieatus anno primo" dalla espulsione dei nipoti, anno di pontificato che sarebbe però anche stato l'ultimo. Carlo restò con la sua dignità cardinalizia, ma fu mandato in esilio.

Dai tempi della pace di Cave, dunque, Paolo IV si era dedicato di nuovo con tutte le sue forze alla riforma, ma un papa-duce come lui non poteva credere al concilio; non pensava seriamente a riaprirlo. La riforma doveva venire direttamente da Roma, cominciando con l'estirpare "l'eresia simoniaca" in seno alla Curia e affidando più ampi poteri all'Inquisizione, la cui competenza era originariamente circoscritta alle questioni di fede. Questo tribunale operò allora con spietata severità, secondo le direttive del pontefice, che spesso presenziava alle sedute. Come annota il Ranke, Paolo IV gli "attribuì il crudele diritto di applicare la tortura indicata in genere con il subdolo termine di "rigoroso esame"", anche solo "per costringere a comunicare i nomi dei complici. Non teneva alcun conto della posizione sociale delle persone; trascinò di fronte a questo tribunale i più illustri baroni. Fece gettare in carcere cardinali come Morone e Foscherari, dei quali in un primo tempo ci si era serviti persino per esaminare il contenuto dei libri importanti, per esempio degli esercizi spirituali di Ignazio, perché ora gli erano venuti dei dubbi sulla loro ortodossia".

La crescente diffidenza del papa diventava patologica, e lo dimostrano questi ultimi provvedimenti, che sarebbero stati infatti abrogati dal successore; e con questa animosa preoccupazione di conservare la purezza della fede si spiegano, ma non si giustificano, anche le dure misure da lui prese contro gli ebrei. Questi, a Roma e in altre città dello Stato pontificio, furono rinchiusi in ghetti e come segno distintivo dovevano portare un cappello giallo. Nel 1559 fu pubblicato il primo Index Librorum Prohibitorum, così severo che Pio IV lo avrebbe "riformato".

Da questa rigidità all'insegna del fanatismo più bieco sarebbe derivata la "controriforma"; Paolo IV aveva dato in questo senso, pur col suo carattere squilibrato che lo aveva trascinato un po' all'avventura dietro i parenti, una lezione emerita per il rafforzamento della Chiesa di Roma al suo interno, lezione che principalmente Pio V avrebbe fatto sua.

E così s'illuse anche di rimettere le cose a posto nei confronti dei conclavi, che da qualche tempo erano in verità "aperti", con simonie latenti in varie forme di regalie e pressioni politiche; la bolla Cum secundum Apostolorum del 16 dicembre 1558 proibì ogni genere di trattativa sulla elezione di un pontefice fuori conclave. Ma non sarebbe valsa a nulla.

Gli ultimi mesi di vita, trascorsi sulla scia della sconvolgente scoperta del perverso comportamento dei suoi nipoti, furono concepiti da Paolo IV come un'espiazione per riparare quelle colpe; si racconta che si trascinava da un altare all'altro di S. Pietro, raccogliendosi in preghiera. Anche nei giorni precedenti la sua morte mantenne il severissimo digiuno di penitenza che si era imposto e rifiutò quel poco di cibo consigliatogli dai medici per tenersi in vita. I Romani non ci credevano e, in linea con la malalingua di un cronista suo contemporaneo, che invece assicurava come il papa più che mangiare bevesse molto vino "possente e gagliardo, nero e tanto spesso che si potria tagliare col coltello", lo prendevano in giro con queste battute tra le due celebri "statue parlanti" di Roma:

PASQUINO
Accidenti, che vino forte c'è in questa carafa! 
MARFORIO
Ti sbagli; è aceto.

Morì il 18 agosto 1559 e Roma piombò nel caos; l'odio accumulato contro il duro governo del papa si scatenò in un furore di distruzione. L'edificio dell'Inquisizione fu dato alle fiamme, la statua di marmo di Paolo IV in Campidoglio venne demolita; la testa spezzata e trascinata per le strade finì nel Tevere. Numerose le "pasquinate", come la seguente:

Carafa in odio al diavolo e al cielo è qui sepolto
col putrido cadavere; lo spirto Erebo ha accolto.
Odiò la pace in terra, la prece ci contese,
ruinò la chiesa e il popolo, uomini e cielo offese;
infido amico, supplice ver l'oste a lui nefasta.
Di più vuoi tu saperne? Fu papa e tanto basta. 
Il cadavere di Paolo IV fu sepolto di nascosto nei sotterranei del Vaticano per essere sottratto alle ire del popolo, finché Pio V non gli dette degna sepoltura in S. Maria sopra Minerva. Tra tanti stemmi che andarono distrutti solo uno, in Assisi, si conservò: sulla bella Fonte Marcella
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