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Il papa santo che scrisse
l'Ave Maria

S. PIO V
Michele Ghislieri

Nato a Bosco Marengo, in provincia di Alessandria, il 17.I.1504

Eletto papa il 7.I
e incoronato il 17.I.1566
Morto l'1.V.1572

Chi ebbe il controllo del conclave iniziato il 19 dicembre 1565 fu Carlo Borromeo: i 53 cardinali elettori rispettarono la clausura e teoricamente non subirono pressioni politiche, in linea con la rinnovata costituzione emanata da Pio IV. È l'aria della restaurazione cattolica che si fa sentire, e in questo senso le grandi nazioni restano fuori per ora, divise come sono nei conflitti religiosi interni; i porporati a Roma sono più o meno d'accordo sulla controriforma, ma quello che pone perplessità è il modo in cui attuarla. Restaurazione piena o linea conciliante? La prima ha la meglio e il Borromeo vede così eletto il 7 gennaio 1566 il proprio candidato, Michele Ghislieri, comunemente detto il cardinale Alessandrino, perché era nato presso Alessandria, a Bosco Marengo, il 17 gennaio 1504. Incoronato il giorno del compleanno, assunse il nome di Pio V.

Di umili origini, pascolava le pecore da bambino; poi il solito benestante amico di famiglia scopre il suo ingegno e lo fa entrare nel convento dei Domenicani a Voghera a 14 anni. Osserva la regola in tutto e per tutto, con esemplare zelo religioso, specialmente per quanto riguarda la povertà; delle elemosine tiene per sé lo stretto necessario, studia, si fa una cultura come teologo e a 24 anni riceve l'ordinazione sacerdotale.

Dopo l'ordinazione sacerdotale, bruciò tutte le tappe di un'eccezionale carriera: professore, priore del convento, superiore provinciale, inquisitore a Corno e a Bergamo, vescovo di Sutri e Nepi, cardinale, grande inquisitore...
Anche se è il confessore del governatore di Milano, non si concede lussi, viaggia a piedi col sacco in spalla; come priore in un convento mostra tutta la sua severità prendendo posizione per l'antica dottrina. È un prete duro e da Roma, appena istituita l'Inquisizione, gli arriva la nomina di inquisitore prima per Pavia poi per Corno; sono zone che scottano, ai confini con la Svizzera protestante, e Michele Ghislieri detta legge con ostinazione e zelo. Lo prendono a sassate, ma lui non demorde; di notte si sente più tranquillo nelle case dei contadini e cerca di sfuggire così a chi odia la sua "inquisizione". Un conte minaccia di farlo gettare in una fonte, risponde che sarà quel che Dio vuole.

Nel 1557 Paolo IV lo nomina cardinale e grande inquisitore a Roma; non assume l'incarico con superbia, anche se condanna con fermezza; e poi prega e fa lunghi digiuni. Il suo rigorismo appare sospetto e, sotto Pio IV, la Curia gli si oppone; è destituito dall'incarico e trasferito al vescovado di Mondovì, ma non raggiunge la sua sede. I briganti gli rubano i bagagli e ottiene il permesso di restare a Roma. È malato; lo affligge il mal della pietra e si nutre solo di latte d'asina; vive come un esule e da questo stato d'isolamento lo recupera Carlo Borromeo. Ma il papato non cambierà la sua indole: la restaurazione pontificia del rigorismo cattolico con lui è cosa fatta.

Già l'incoronazione si svolge in tono dimesso; le somme destinate ai festeggiamenti andranno ai poveri. Sotto gli abiti pontificali Pio V mantiene il rozzo saio domenicano; dorme su un pagliericcio e poche sono le ore di sonno. Avrebbe seguitato a praticare il digiuno con la stessa rigorosità insieme a tutti gli esercizi di pietà, pellegrinando spessissimo per le Sette Chiese di Roma: "il popolo era affascinato quando lo vedeva nelle processioni, a piedi scalzi ed a capo scoperto, con in volto la pura espressione di una pietà non finta, con la barba lunga, bianca come la neve", annota il Ranke, riportando notizie dei cronisti del tempo; "si pensava che non c'era mai stato un papa così devoto; si raccontava che il solo sguardo aveva convertito dei protestanti".

Pio V, ritratto di El Greco
Insomma era un papa "gagliardo", come ebbe a dire un suo biografo, e in lui sembrava personificato l'ideale di un papa religioso, nella messa al bando di ogni impegno militare; con la piena fede nel soprannaturale egli diceva che la Chiesa non aveva bisogno di cannoni e soldati. Le sue armi dovevano essere la preghiera, il digiuno e la Sacra Scrittura. È chiaro che poco contavano per lui le considerazioni politiche ed era proprio all'oscuro di affari di Stato; completamente estraneo al nepotismo, ai numerosi parenti accorsi a Roma con la speranza di qualche privilegio, Pio V disse che un parente del papa può considerarsi sufficientemente ricco se non conosce l'indigenza: dovette esser pregato a lungo dal Sacro Collegio perché, considerando che diceva sempre di non fidarsi di nessuno, nominasse almeno cardinale suo nipote, il domenicano Michele Borelli. Gli fu piuttosto vicino e non abusò del suo potere; diversamente un altro nipote, nominato comandante delle guardie di palazzo e governatore di Borgo, faceva il gradasso e il papa lo degradò, bandendolo dallo Stato della Chiesa.

Papa scomodo, come sono scomodi tutti i riformatori dei costumi
Tra le riforme in campo pastorale, da lui promosse sulla scia del concilio di Trento, ricordiamo l'obbligo di residenza per cardinali e vescovi (non voleva che bighellonassero dentro Roma), la clausura dei religiosi, il celibato e la santità di vita dei sacerdoti, le visite pastorali dei vescovi. 

Per clero e fedeli laici c'erano severe punizioni per la trasgressione della domenica e dei giorni festivi, nonché per la bestemmia e il concubinato: Pio V intende tutelare il sacro vincolo del matrimonio, con pubbliche fustigazioni per gli adulteri... 

Favorì l'incremento delle missioni, la correzione dei libri liturgici, la censura sulle pubblicazioni. Pubblicò i nuovi testi del Messale (1570), del Breviario (1568) e del catechismo romano. (Mess. Rom.).

 

Il suo rigorismo religioso lo portò a un "ripulisti" generale nella Curia e nella città di Roma senza guardare in faccia nessuno, da vero uomo della controriforma; annullato lo sfarzo della corte pontificia, eliminati i buffoni ancora esistenti sotto Pio IV, non si limitò a emanare disposizioni per la Curia e la vita cittadina, ma ne volle la rapida applicazione (vedi box a destra). 

Niente accattonaggio, ma grandi elargizioni ai poveri autentici, e niente Carnevale.

Le puttane, ovvero le cortigiane, in un primo tempo avrebbero dovuto sloggiare da Roma; quelle di basso rango obbedirono ma, sole e indifese, non appena fuori città furono aggredite e derubate di tutti i loro averi. Alcune, gettate nel Tevere, affogarono; altre morirono di stenti per la strada. Allora il papa ci ripensò e accondiscese alle intercessioni di ambasciatori e nobili, concedendo a quelle non ancora partite di restare, a condizione che vivessero in un quartiere riservato. Altrimenti era pronta la fustigazione e il bando.
Sembrava che Roma dovesse diventare un convento; ma era logico che si procedesse così, se restaurazione doveva essere. E l'Inquisizione riebbe il suo palazzo, visto che il popolo ne aveva distrutto la sede provvisoria alla morte di Paolo IV, con gli uffici, gli archivi e naturalmente le prigioni. La prima pietra fu gettata il 2 settembre 1566 e tre anni dopo i lavori erano conclusi: Pio V poteva con orgoglio far incidere sul grande portone in ferro l'iscrizione programmatica di quell'edificio e cioè affinché "haereticae pravitatis sectatores cautius coercerentur a fundamentis in augmentum catholicae religionis".

Per quanto riguarda l'urbanistica aprì nuove strade vicino all'Arco dei Pantani.

E il popolo, passati i primi momenti, non è più "affascinato" da quel papa "pio" che corregge con lo staffile il malcostume; ne ha terrore, perché chi non crede è perduto, chi non obbedisce o discute è già morto. Se Pio V sarà canonizzato da Clemente XI nel maggio del 1712, c'è chi non la pensa così e, secondo le parole del Giovagnoli, "lo relega fra Tamerlano e Domenico Guzman, nel luogo spettante ad uno dei più frenetici e sanguinari mostri che abbiano disonorato la razza umana". Pasquino sputa veleno in un'epigrafe affissa ad un latrina del Vaticano fatta costruire dal papa:

Pio V, avendo compassione
per tutto quel che si ha sullo stomaco 
eresse come opera nobile questo cacatoio.
Niccolò Franco è accusato di esserne l'autore e, nonostante sia difeso dal cardinale Morone, viene impiccato. Il poeta latino Antonio Paleario, sospettato di aver scritto i seguenti versi contro l'Inquisizione, finirà al rogo:
Quasi che fosse inverno,
brucia cristiani Pio siccome legna, 
per avvezzarsi al fuoco dell'inferno.
L'esempio del pontefice stimola vescovi e cardinali d'Italia a seguirlo su questa scia di sangue nelle diverse diocesi, Carlo Borromeo in testa; i sovrani danno una mano alla carneficina e Cosimo de' Medici riceve in premio il titolo di granduca. Il rappresentante della casa d'Asburgo, fedele controriformista, ci rimane male perché si sente superiore e sarà accontentato con il nuovo titolo di arciduca.

Ma Pio V non si ferma all'Italia, rivolge appelli oltre le Alpi per crociate e inquisizioni contro l'eresia e così a Filippo II scrive raccomandando, nei confronti degli eretici, di non "riconciliarsi mai: non mai pietà; sterminate chi si sottomette, e sterminate chi resiste; perseguitate a oltranza, uccidete, ardete, tutto vada a fuoco e a sangue purché sia vendicato il Signore; molto più che nemici suoi, sono nemici vostri".

E ancora, un antimilitare come lui inviò truppe in aiuto ai cattolici francesi e al loro capo, conte di Santa Fiora, impartì l'ordine "di non prendere prigioniero nessun ugonotto e di uccidere subito chiunque gli capitasse tra le mani", tanto che poi "si dolse del conte che non havesse il comandamento di lui osservato d'ammazzar subito qualunque heretico gli fosse venuto alle mani". Come dice il Giovagnoli, "s'inebriò" delle stragi di Cahors, di Tours, di Amiens, di Tolosa e al duca d'Alba mandò in premio il cappello e la spada benedetti. Qualcosa di patologico agiva in lui, e non era il Dio del perdono, non il Cristo filtrato da S. Paolo, ma il vendicativo Dio biblico, quello che guidava la sua mano e la sua mente.

Vittoria di Lepanto ... E nessuno più di lui poteva impegnarsi nella lotta agli infedeli Turchi; superò ogni ostacolo per vedere uniti Veneziani e Spagnoli, fornì navi e denaro. Con la sua autorità e col suo prestigio personale riuscì ad imporre una tregua nelle risse casalinghe degli Stati europei e a spingerli in "santa alleanza" per arginare la minacciosa avanzata dei Turchi. Il 7 ottobre del 1571 la flotta cristiana inflisse nelle acque di Lepanto una sconfitta definitiva a quella turca. Alla notizia della vittoria scoppiò in lacrime esclamando: "Ora dimetti il tuo servo in pace, Signore!" e ordinò di suonare le campane di Roma invitando i fedeli a ringraziare Dio per la vittoria ottenuta. A ricordo eterno di questo avvenimento fissò poi la festa di Nostra Signora della Vittoria al 7 ottobre, che Gregorio XIII avrebbe trasferito alla prima domenica dello stesso mese come festa della Madonna del Rosario.

Ma il suo perseguitare con furore sfrenato i protestanti nei paesi cattolici ebbe tragiche conseguenze in Inghilterra: Elisabetta fece la sua parte contro chi si opponeva alla Chiesa anglicana e Maria Stuarda fu imprigionata. La scomunica contro la sovrana inglese non avrebbe avuto altro risultato che una persecuzione ancor più violenta. Sangue chiama sangue, odio genera odio; e questo provocò Pio V in una scelta che sarà stata anche salutare per il futuro della Chiesa di Roma, ma fu deleteria per l'unità nel Cristo da lui tanto pregata.

Questo papa, santo per la Chiesa cattolica, visse con coscienza il suo dispotismo religioso e non resta altro che meravigliarsi con il Ranke: "Quale contraddizione nel fatto che la religione dell'innocenza e dell'umiltà, che la vera pietà, si facciano persecutrici!". Da questa contraddizione la morte liberò Pio V l'1 maggio 1572, a sessantotto anni; sepolto in un primo tempo in S. Pietro, fu poi trasferito da Sisto V in un mausoleo in S. Maria Maggiore.

Fu canonizzato nel 1712. Il nuovo calendario ha fissato la sua memoria il 30 aprile. Precedentemente veniva celebrata il 5 maggio.