Gregorio, probabilmente nato nel 540, apparteneva all'antica famiglia degli Anici che
aveva già dato un papa alla Chiesa nella persona di Felice III. Suo padre si chiamava
Gordiano e la madre Silvia; possedevano un palazzo sull'Aventino nei pressi di S. Saba.
Due zie paterne, Tarsilia ed Emiliana, si erano fatte suore.
Il nobile giovane era destinato alla carriera politica e ricevette a questo scopo
un'istruzione esemplare che doveva avviarlo al raggiungimento della più alta carica
statale; nel 572 divenne, infatti, con nomina dell'imperatore Giustino II, prefetto di
Roma. Era in pratica il supremo funzionario civile della vecchia capitale imperiale,
con specifiche funzioni amministrative e giuridiche.
Ma Gregorio non era soddisfatto di questa carica, ne doveva essere addirittura
"disgustato" secondo il Gregorovius, proprio per lo "squallore politico di Roma"; e così
troncò la sua brillante carriera politica per dedicarsi alla vita monastica secondo
la regola di S. Benedetto. "Colui che era solito percorrere in vesti di seta ingemmate le
vie della città", nota Gregorio di Tours, "prese la tonaca e consacrò se stesso al servizio
del Signore".
Egli infatti impiegò tutte le ricchezze del suo casato nella fondazione di conventi;
il primo sorse all'interno del suo palazzo, sul Clivus Scauri, e si trattò di un
chiostro dedicato all'apostolo Andrea, ancora esistente accanto alla chiesa di S. Gregorio.
Altri sei ne fondò in Sicilia, dove la sua famiglia aveva ricchi possedimenti.
Gregorio conduceva un'esistenza fatta esclusivamente di preghiera e solitudine, sotto
la guida del pio abate Valentino; si sottoponeva a frequenti digiuni e sua madre
provvedeva ogni giorno a inviargli qualche pasto frugale, come ricorda l'iscrizione
all'entrata della Cella Nova presso S. Saba:
HINC COTIDIE PIA MATER MITTEBAT
AD CLIVUM SCAURI SCUTELLUM LEGUMlNUM
Pochi comunque furono gli anni trascorsi da Gregorio nel suo monastero; era allora papa
Pelagio II che ritenne opportuno mettere a disposizione dell'amministrazione della Chiesa quel monaco che aveva acquisita tanta esperienza al servizio dello Stato. E lo consacrò diacono, facendolo entrare nel ristretto numero dei sette diaconi che amministravano le sette regioni ecclesiastiche della città; ma lo scopo di Pelagio era un altro, quello di inviare Gregorio a Costantinopoli per chiedere aiuti sostanziosi all'imperatore contro i Longobardi.
Fu così che nel 579, in veste di apocrisario, Gregorio si trasferì a Bisanzio; vi sarebbe rimasto fino al 586. Là si conquistò l'amicizia di alcuni membri della corte e di influenti personaggi, come Costantina, figlia dell'imperatore Tiberio, Teoctista e suo fratello Maurizio, che salì al trono nell'agosto del 582. Essenzialmente "Bisanzio fu per lui scuola di politica e di lotte teologiche", come osserva il Saba; "il pallido monaco latino, in mezzo al lusso della corte bizantina, appariva strano rappresentante di una civiltà e di una fede che a Costantinopoli non esercitavano più alcun potente fascino".
Gregorio supplicò insistentemente Maurizio perché provvedesse alle necessità di Roma, che ormai non aveva neanche un generale imperiale, e nel 584 ottenne l'invio di un dux di nome Gregorio e del magister militum Castorio, che liberarono la città e pattuirono col nemico una tregua triennale. Senonché la tregua non fu rispettata e Pelagio II insistette presso il suo nunzio perché supplicasse nuovamente l'imperatore: "Noi saremo condannati allo sterminio, se Dio non toccherà il cuore del piissimo imperatore", scriveva tra l'altro il papa. Ma Gregorio non ottenne ulteriori concessioni; dovette tristemente rendersi conto che Bisanzio non aveva più alcun interesse per Roma, la cui salvezza ormai andava ricercata altrove. È comprensibile che comunque il papa abbia giudicato il suo apocrisario inadatto a continuare a ricoprire quell'incarico così irto di difficoltà. Lo richiamò a Roma, sostituendolo con l'arcidiacono Lorenzo, e Gregorio presumibilmente fu ben lieto di tornare alla sua vita monastica; rientrò infatti nella cella del monastero di S. Andrea, votato com'era a vivere in povertà e frugalità, pronto a sottoporsi alle dure penitenze come quella di dormire sulla nuda pietra con un masso o un gradino come guanciale.
Erano anni tristi ed oscuri per l'Italia; oltre alle stragi compiute dai Longobardi, si registravano le devastazioni causate dalla violenza degli elementi. "Si abbatterono sul Veneto, sulla Liguria e su altre regioni italiane piogge torrenziali: dal tempo di Noè non si ricordava un diluvio simile", segnala Paolo Diacono; "i campi e i poderi si trasformarono in pantani, e uomini e animali morirono in gran numero." Anche il Tevere nel 589 fu in piena e allagò una parte della città; "tale fu la violenza della piena", annota Gregorio di Tours, "che gli antichi edifici crollarono e persino i granai della Chiesa furono travolti e distrutti". Si trattava evidentemente dell'antica Annona urbis situata sulla ripa greca del fiume.
La conseguenza fu una terribile epidemia di peste che decimò la città; il 7 febbraio del
590 ne era vittima Pelagio II. La situazione così drammatica imponeva l'immediata elezione del nuovo papa; la scelta cadde all'unanimità su Gregorio, ma l'umile monaco si oppose con tutti i mezzi per sottrarsi alla dignità che gli si voleva concedere. Spedì immediatamente una lettera all'imperatore Maurizio esortandolo a non concedere la sua approvazione, ma quella lettera non arrivò a destinazione; fu sostituita dal prefetto di Roma Germano con un'altra nella quale si raccomandava invece caldamente la conferma di un'elezione così opportuna.
In attesa della risposta Gregorio non volle assumere incarichi amministrativi, che furono svolti da una specie di triumvirato costituito da un arciprete, un arcidiacono e un primicerio, cioè un notaio. Ma Gregorio non si tirò indietro nell'assistenza tutta religiosa alla comunità con sacre funzioni e preghiere; in una predica tenuta il 29 agosto in S. Sabina esortò i fedeli alla penitenza perché riponessero in Dio ogni speranza, pregandolo con tutto il cuore, e organizzò una grande processione durata tre giorni, ricordata con precisione dal Gregorovius sulla base delle cronache di Paolo Diacono e Gregorio di Tours.
"La processione fu ordinata nel modo seguente: il popolo fu diviso per età e per condizione sociale in sette gruppi, ognuno dei quali doveva riunirsi in una chiesa diversa e di lì recarsi solennemente fino a S. Maria Maggiore; i chierici mossero da Ss. Cosma e Damiano insieme ai preti della sesta regione; gli abati con i loro monaci, da Ss. Gervasio e Protasio insieme a quelli della quarta, e le badesse, con tutte le monache e i parroci della prima regione, da Ss. Marcellino e Pietro. I bambini partirono da Ss. Giovanni e Paolo al Celio con i preti della seconda regione, i laici con quelli della settima da S. Stefano al Celio, le vedove con quelli della quinta da S. Eufemia e da ultimo tutte le donne sposate mossero da S. Clemente insieme ai preti della terza regione." Fu un corteo funebre di inni su Roma moribonda in mezzo alla peste che "accompagnava il corteo e falciava gli uomini facendoli stramazzare al suolo senza vita; ma, all'improvviso, una visione soprannaturale pose termine alle litanie e al contagio. Mentre Gregorio, alla testa della processione, attraversava il
ponte che conduce a S.
Pietro, il popolo vide librarsi nell'aria sopra la mole Adriana l'arcangelo Michele
che, davanti agli occhi attoniti dei fedeli, rinfoderò la sua spada fiammeggiante come per significare che la pestilenza era
finita".
Proprio in conseguenza di questa leggenda
il mausoleo di Adriano mutò
nome in quello di Castel Sant'Angelo; nel secolo VIII fu costruita sulla sua sommità la cappella
dedicata a S. Michele e ancor oggi la terrazza è dominata dalla bella statua in bronzo dell'angelo che rinfodera la spada, ottava della serie, che
Benedetto XIV fece eseguire nel 1753 dallo scultore
tedesco Peter Werschaffelt. A proposito di questa statua il Gregorovius sottolinea che
"l'angelo che ripone la spada dovrebbe simboleggiare il compito più nobile del sacerdozio,
quello di svolgere nel mondo un'opera di pace. Purtroppo però esso non si addice ai papi, i quali spesso
usurparono anche il potere della spada";
è un'osservazione polemica, fatta da un protestante, ma che risulta quanto mai vera.
Alla fine di quella grande processione giunse finalmente da Costantinopoli la conferma imperiale
all'elezione di Gregorio; egli rinnovò i suoi timori di fronte all'alta missione che gli veniva affidata. Cercò addirittura scampo nella fuga, secondo quanto tramanda una leggenda del IX secolo; partito segretamente da Roma con alcuni mercanti, si nascose infatti tra i boschi della Sabina. Ma i Romani si mossero alla sua ricerca e una colomba fiammeggiante, nel simbolo dello Spirito Santo, ovvero una colonna di luce svelò loro il suo rifugio; e l'eletto fu condotto in trionfo fino a S. Pietro ove venne consacrato papa il3 settembre del 590.
È straordinario come Gregorio si dichiari addirittura profondamente triste nell'occasione: "nulla
desiderando su questa terra e nulla temendo, mi sembrava di stare come sulla cima di un'alta montagna;
ma ora il turbine di questa prova mi ha tratto in basso, sono trascinato dalla corrente dei problemi e battuto dalla tempesta". La Chiesa è un relitto alla deriva, la "barca di Pietro" va riassestata perché riprenda la rotta segnata da Cristo, e Gregorio è uno di quei papi che non vedono nella sede pontificia il "potere" ma la guida per una redenzione cristiana dell'umanità, convinto oltretutto com'era della prossima fine del mondo. E così, come osserva il Seppelt, nella sua "riluttanza ad accedere alla sede di San Pietro non si dovrà però scorgere solamente quella modestia convenzionale, che si ha modo di notare in innumerevoli elezioni di vescovi nel Medio Evo, non sempre sincera. La tristezza di Gregorio e la sua scarsa condiscendenza ad accettare l'importantissima carica erano dovute essenzialmente al dover abbandonare definitivamente la vita di solitudine del monastero, in un'epoca piena di sconvolgimenti che
sembrava preannunziasse prossima la fine del mondo; i sentimenti di Gregorio erano senza dubbio radicati
profondamente e rispondevano alla natura del suo animo, che già una volta gli aveva imposto di rinunziare
repentinamente ad una brillante carriera civile".
Gregorio per prima cosa "ripulisce" la corte pontificia, allontanando molti laici e diaconi, che
erano sempre stati la fonte della simonia operante nella sede episcopale di Roma, e dando incarichi ai monaci
benedettini che gli assicurarono la purezza dei sentimenti religiosi. Dopo di che si dedica in pieno alla sua
città che, secondo un passo di una sua predica, è "oppressa da uno smisurato dolore, si spopola di cittadini;
assalita dal nemico, non è più che un cumulo di macerie". Ma mentre pronuncia quella che è stata
definita "l'orazione funebre di Roma", contemporaneamente corre ai ripari: il re longobardo Agilulfo
nel 593 toglie l'assedio in cambio dell'assicurazione di un pagamento annuo di cinquecento libbre d'oro
e concede un armistizio.
A Bisanzio si mormora; il comportamento non è stato dignitoso. Gregorio scriverà all'imperatrice Costanza
una lettera esemplare a giustificazione: "Sono ormai ventisette anni che viviamo in questa città circondati
dai Longobardi. Non è qui il caso di elencare le somme di denaro che quotidianamente la Chiesa ha dovuto pagare perché fosse concesso ai Romani di poter vivere. In parole povere basti dire che i piissimi imperatori hanno in Ravenna, presso il primo esercito d'Italia, il loro sacellario che provvede alle spese necessarie ogni giorno; qui a Roma il loro sacellario sono io. E senza contare che questa Chiesa deve anche sostenere chierici, monasteri, poveri e popolo".
È chiaro che il papato con questo suo comportamento si sostituisce a uno "Stato" fatiscente qual
era quello bizantino di allora in
Italia: in una città in cui il Senato in pratica non esiste più, il papa diventa il capo tacitamente
riconosciuto, ma il campo d'azione in prospettiva potrebbe ampliarsi alla penisola. L'imperatore Maurizio lo accusa di incapacità diplomatica; Gregorio accetta con umiltà l'accusa rivolta alla sua persona, ma risponde con fermezza e dignità in difesa della "sua terra", l'Italia. La realtà è che "spinto dalle necessità, Gregorio aveva dovuto assolvere compiti più importanti di quelli che gli spettavano in qualità di vescovo di Roma", osserva il Seppelt, e infatti "aveva dovuto risolvere problemi economici e politici" in veste non di esarca bizantino, senatore o principe, ma di "console di Dio".
Risolse insomma un problema senza la pretesa di farlo col prestigio di un politico, ma certo con quella
realista di un cittadino che, pur devoto all'imperatore, voleva la pace del "suo paese"; e questa pace la ottenne nel 598 con l'aiuto del nuovo esarca Callinico che probabilmente si rese conto che "non si poteva fermare lo sviluppo e l'evoluzione della situazione che spingeva Roma e l'Italia a rendersi indipendenti, quando, abbandonate dall'imperatore, nel momento della più impellente necessità, e sprovviste di mezzi sufficienti alle proprie esigenze" secondo le parole del Seppelt "dovevano osare il passo importante, sotto la guida del papa".
E Gregorio assume così di propria iniziativa, secondo uno spirito tutto evangelico, la direzione delle
sorti d'Italia.
La Chiesa diventa allora come un immenso asilo: mette a disposizione dei bisognosi i propri beni.
Il papa infatti all'inizio di ogni mese fa dispensare grano, abiti e denaro: in pratica i possedimenti ecclesiastici, frutto delle donazioni di privati, vengono amministrati non per il potere di diaconi e vescovi, ma per il benessere della gente. Gregorio non vuole che "la borsa della Chiesa si sporchi con vergognosi guadagni", come egli tende a sottolineare.
Se è vero dunque che i possedimenti "dell'apostolo Pietro" nel territorio di Roma si accrescono,
si diramano nell' Ager romanus fino alla Sabina, alla Tuscia e altre province più lontane, venendo a dar corpo a quel potere temporale che sarà la storia stessa del papato, è indiscutibile che "l'opera di Gregorio I non è tuttavia indirizzata al rafforzamento dell'autorità politica della Chiesa sul ducato romano, conseguenza oggettiva dell'insufficienza del potere imperiale più che risultato di un programma o di un'azione politica del pontefice", come acutamente chiarisce Rosario Villari. "Dominato dall'idea della fine del mondo", chiarisce ancora il Villari, "Gregorio non ha programmi di potere; aspira anzi in conformità con la sua vocazione monacale al distacco dal mondo, a convertire il maggior numero di non credenti, a riformare la Chiesa per renderla più attiva e capace dI svolgere in pieno questo compito urgente".
In tal senso va appunto ricordata l'intensa attività da lui rivolta alla cristianizzazione
degli Anglosassoni e dei Longobardi, presso i quali trovò l'appoggio di Teodolinda, moglie di Autari e poi di Agilulfo, già convertita al cattolicesimo, anche se poi la conversione di questo popolo, preparata da Gregorio, si completerà solo nel 653 con
Martino I.
Per merito di Gregorio I si concretizzò in definitiva l'opera di evangelizzazione di tante popolazioni diverse e si affermò in Europa una identica concezione di vita religiosa e civile, la cristiano-romana, base della civiltà occidentale; e non è azzardato dichiarare, come fa Carmelo Bonanno, che "Gregorio voleva un'Europa compatta e unita nella
fede e nella legge, nella libertà e nel rispetto della persona umana".
Per questo carattere fondamentalmente religioso della personalità di Gregorio, è logico che egli
rivolse speciale attenzione all'ordinamento del culto. Ne fanno testo il suo "messale", ovvero il Sacramentarium Gregorianum che riformò il culto della messa, e la nuova redazione del libro dei canti, l'Antiphonarius; il cosiddetto "canto gregoriano" ricorda ancora oggi questa sua opera nell'ordinamento musicale ecclesiastico, che comportò anche l'ampliamento della Schola cantorum della città. '
Lo stesso spirito evangelico ispirò ovviamente i suoi scritti, tra cui vanno segnalati
il Liber Regulae Pastoralis, che dettava le norme di una corretta vita ecclesiastica, e i Dialogi nei quali Gregorio volle narrare quelle leggende che potevano accrescere la gloria dei santi italiani del suo tempo, dando inizio a quella letteratura agiografica che caratterizzò poi tanta "cultura" italiana specialmente a certi livelli popolari. Quest'opera fu però aspramente criticata perché scritta appunto con uno stile "estremamente adatto a convincere l'animo infantile di popoli ancora tanto rozzi", come osserva il Gregorovius, e determinante per consacrare tutta una serie di superstizioni proprio all'ombra
dell'autorità di un così illustre pontefice.
È forse l'unico neo nella figura di questo grande papa; esso va collegato al culto delle reliquie che in quegli anni prese sempre più consistenza. All'imperatrice Costantina che gli chiedeva un frammento del corpo di S. Paolo, rispose che toccare i corpi dei santi o anche soltanto sfiorarli con lo sguardo era un peccato mortale; infatti uno degli addetti ai lavori di modifica della tomba dell'apostolo, avendo toccato alcune ossa, era morto improvvisamente. Comunque la confortava, assicurandole l'invio di alcuni frammenti della miracolosa tela del sepolcro di S. Lorenzo dotata di virtù magnetiche o di un pezzo della catena di S. Pietro, se mai si fosse riusciti a staccarlo.
"A questo culto", ricorda il Gregorovius, "si riconnettono tutte le altre superstizioni di quel
tempo: apparizioni di Maria e di Pietro, risurrezioni di morti, profumo dei corpi, aureola di santi
e apparizioni del demonio; credenze queste, ben radicate nell'animo dei fedeli." E certamente fa meraviglia "che a tali fantasticherie desse credito anche un uomo come Gregorio".
Del resto, con tante leggende che questo grande papa aveva contribuito a far circolare, finì egli stesso per diventare oggetto di leggenda, come quella secondo la quale richiamò in vita le ceneri di
Traiano per purificarne l'anima col battesimo e, morto
di nuovo, Traiano poté volare in cielo con la sua anima. Dante ricorda questa credenza popolare nel Paradiso (XX, 106-117):
... l'una dello 'nferni, u' non si riede
già mai a buon voler, tornò all'ossa;
e ciò di viva spene fu mercede;
di viva spene, che mise la possa
ne' prieghi fatti a Dio per suscitarla,
sì che potesse sua voglia essere mossa.
L'anima gloriosa onde si parla,
tornata nella carne, in che fu poco,
credette in lui che potea aiutarla;
e credendo s'accese in tanto foco
di vero amor, ch'alla morte seconda
fu degna di venire in questo gioco.
L'iconografia tradizionale ha poi rappresentato questo papa, fornito di così molteplici
qualità da meritare il titolo di "Magno", con la colomba dello Spirito Santo
all'orecchio destro, ispiratrice della sua santa opera. Lo ricorda il Belli
in un famoso sonetto, Un papa antico:
C'è stato un certo Papa San Grigorio
Che ssapeva parlà rosso e tturchino,
Che conosceva ogni sorte de vino,
E quant'anime stanno in purgatorio.
Distingueva chi aveva er zostenzorio,
L'ova cor pelo e l'ova cor purcino:
Capiva er tempo, e tte spiegava inzino
L'indovinelli de Monte-citorio.
Profetizzava er don de le petecchie:
Sapeva indovinà la confessione,
E scoprì l'anni de le donne vecchie.
E sti belli segreti in concrusione
le l'annava a ssoffià ttutti a l'orecchie,
Azzeccàtece chi? ... bravi! un piccione.
Una fama di taumaturgo lo accompagnò nella voce popolare, con un trucco che il
mestiere comportava, come allora il Belli ironizza in due strofe di un altro sonetto, Le resie:
Va spargenno pe Roma un framasone
Ch'er papa san Grigorio tammaturco
Era un furbo e un maestro de finzione.
E pprotenne quell'anima de turco
Che in ne l'orecchia pe chiamà er piccione
Ce se metteva un vago de granturco.
Ma leggende e superstizioni a parte, Gregorio Magno impersonò veramente una santa figura di pontefice, quale doveva essere secondo il suo stesso ideale: "Il vero pastore delle anime è puro nel suo pensiero, intemerato nell'agire, sapiente nel silenzio, utile nella parola; s'avvicina ad ognuno con carità e compassione; sopra tutti s'innalza per il suo rapporto con Dio; con umiltà si associa a coloro che operano il bene, ma si leva con zelo di giustizia contro i vizi dei peccatori; nelle occupazioni esteriori non trascura la sollecitudine delle cose dell'anima, non abbandona la cura dei negozi esterni".
E fu veramente servus servorum Dei come amò definirsi e come poi in seguito non sempre altrettanto degnamente amarono fare i suoi successori. "Nessun altro comprese come lui la grandezza della sua missione e la sostenne con altrettanto zelo e valore", secondo il Gregorovius: "un'anima così sublime e generosa come la sua mai più sedette sulla cattedra di S. Pietro". È un giudizio che mi sento però di dover allargare a qualcun altro e, ad esempio, in epoca moderna, a Benedetto XIV e Giovanni XXIII.
Gregorio Magno morì a Roma il 12 marzo del 604 e fu sepolto in S. Pietro; l'iscrizione sulla lapide lo definì consul Dei.
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