74.

MARTINO I, santo

di Todi
Papa dal 5 luglio 649
al 16 settembre 655

Un grande papa che accettò l'esilio e il martirio
in difesa dell'ortodossia della fede
e non si compromise politicamente

Nato a Todi e già nunzio apostolico a Costantinopoli, Martino I fu consacrato papa nel luglio del 649 ancor prima che arrivasse la conferma imperiale, perché in quel momento l'esarcato era vacante. Venendo meno a certe regole, la sua elezione poteva considerarsi illegale, e comunque il comportamento del clero romano suonava come aperta sfida all'imperatore Costante II.
Il papa peraltro entrò subito in campo con grande risolutezza contro la Chiesa d'Oriente: indisse un concilio, aperto in Laterano il 5 ottobre del 649, al quale parteciparono 150 vescovi per discutere l'editto di Costante II, il Typus, con cui si ordinava a tutta la cristianità il silenzio sulla questione dell'unicità o meno della volontà di Cristo. Il concilio condannò non solo il Typus, ma anche l'Ectesi e qualsiasi scritto favorevole all'eresia monotelita; era sottintesa la condanna dello stesso imperatore che voleva tappare la bocca alla Chiesa su questioni propriamente teologiche.
Ma Costante II era già passato al contrattacco; nominato il nuovo esarca nella figura di Olimpio, lo mandò in Italia con il fine precipuo di far sottoscrivere il Typus non solo ai vescovi, ma a tutta la cittadinanza e arrestare il papa se questi si fosse opposto. Olimpio giunse a Roma durante il concilio, ma trovò un ostacolo nella milizia cittadina che non si mostrò disposta a seguirlo. In questa circostanza, come nota il Gregorovius, scopriamo "per la prima volta l'esistenza di un vero e proprio esercito organizzato sotto forma di milizia e composto dai cittadini più illustri e dai possidenti della città. Esso riceveva di tanto in tanto un sussidio da Costantinopoli, ma era nella sua essenza nazionale e romano. Senza la sua adesione il piano dell'esarca sarebbe stato inattuabile". E così fu.
Olimpio allora tentò un'altra carta, come racconta il Liber pontificalis e
"parve rinunziare ipocritamente ai suoi perversi disegni. Un giorno in cui il pontefice celebrava solennemente la messa nella basilica della Santa Madre di Dio sempre Vergine, oggi nota sotto il nome di Santa Maria ad Presepe", ovvero S. Maria Maggiore, "l'esarca si presentò alla comunione; aveva ordinato al suo scudiero di restargli accanto e uccidere il papa quando questi si fosse avvicinato per comunicarlo con l'ostia santa. Ma quel Dio onnipotente, che protegge i suoi servi fedeli e li salva da ogni pericolo, rese lo scudiero improvvisamente cieco così che non riuscì a vedere il pontefice quando questi, tenendo il sacramento eucaristico in mano, si avvicinava all'esarca per dargli il bacio di pace.
Lo scudiero affermò poi, sotto giuramento, che questa improvvisa cecità evitò l'orrore di vedere il sangue innocente sparso durante la celebrazione dei sacri misteri e lo spaventevole delitto che avrebbe costernato la Chiesa di Dio.
L'esarca Olimpio, vedendo che la mano di Dio proteggeva Martino, santissimo papa, gli disse quali ordini avesse avuti, fece pace con lui e partì da Roma col suo esercito per combattere in Sicilia i Saraceni che si erano impadroniti dell'isola
".

E l'esarca morì in questa vana impresa.
L'imperatore inviò un nuovo esarca, Teodoro Calliope, con l'ordine preciso di arrestare il papa. Egli entrò in Roma il 15 giugno del 653 alla testa delle truppe ravennati; il papa, non potendo muoversi dal Laterano perché malato di gotta, secondo gli obblighi del cerimoniale, gli inviò alcuni rappresentanti del clero che gli resero omaggio nel palazzo dei Cesari. L'esarca finse di essere addolorato per la malattia del papa e dichiarò che il giorno dopo sarebbe andato egli stesso a fargli visita; mostrava insomma la più grande gentilezza, simulando di essere latore di una rinnovata amicizia da parte dell'imperatore. In realtà la sua tattica tendeva ad eludere eventuali scontri con la milizia romana al momento dell'attuazione del suo progetto. A questo scopo, essendo il giorno dopo domenica, volle premunirsi anche contro risentimenti del popolo che in quel giorno festivo si sarebbe radunato intorno al Laterano. Rinviò l'incontro al lunedì.
Teodoro Calliope mise in atto il suo blitz; innanzitutto fece sapere a Martino di temere che il Laterano fosse difeso dalla milizia in assetto di guerra, mentre lui era venuto con intenzioni pacifiche. Il papa, fiducioso e ingenuo, gli concesse di perquisire tutti gli ambienti; eseguita questa operazione, l'esarca circondò il palazzo con le truppe ed entrò con il suo seguito. Si avvicinò al papa, che giaceva su un letto davanti all'altare maggiore della basilica attorniato dal clero, e mutato decisamente il suo comportamento, con arroganza consegnò ai presenti un decreto imperiale che ordinava la deposizione di Martino I, accusato di aver usurpato il seggio pontificio senza attendere la conferma di Costante Il, e ne imponeva il trasferimento a Costantinopoli per essere giudicato.
Il clero si risentì, ma le truppe ebbero presto la meglio, probabilmente senza spargimento di sangue: tagliarono con le spade le candele che illuminavano la chiesa, afferrarono il papa e lo trascinarono nel palazzo dei Cesari.
L'esarca gli assicurò che avrebbe potuto condurre con sé chiunque fosse stato di suo gradimento, e molti del seguito consegnarono ai soldati le loro cose per il viaggio; il papa non reagì, ed il suo comportamento fu veramente esemplare nell'accettazione di quanto intuiva che lo aspettava a Bisanzio. Avrebbe potuto far sollevare il popolo, aizzare la milizia cittadina, provocare una guerra civile; non lo fece, evidentemente perché l'azione di Teodoro Calliope fu molto rapida. Ma forse non volle neanche, proprio per evitare spargimento di sangue.
L'esarca comunque accelerò i tempi; la notte del 19 giugno fece caricare il papa sulla nave ancorata al Tevere, concedendo gli solo il seguito di sei servitori. Chiuse le porte della città, temendo che le altre persone di fiducia del papa in predicato di partire con lui avessero nel frattempo mobilitato la milizia e il popolo, e fece vela verso Porto.
Da lì iniziò il lungo viaggio che toccò capo Miseno e raggiunse diverse isole, tra cui Nasso, ove ci fu una sosta di quasi un anno; un viaggio straziante, perché il papa soffriva di dissenteria e non gli fu mai permesso di scendere a terra. Viaggiava in pratica come prigioniero. Invano sacerdoti e fedeli dei vari punti di attracco vennero a rendergli omaggio e a portargli doni; quest'ultimi finirono tutti nelle tasche dei suoi carcerieri. E fu solo l'inizio di un martirio.
Quando arrivò a Costantinopoli il 17 settembre del 654, da più di un mese Roma aveva un altro papa, consacrato per volere di Costante Il: Eugenio I. Martino non ricevette a Bisanzio ovviamente gli onori riservati a tanti suoi predecessori; egli era considerato ormai un vescovo qualunque. Fu subito chiuso in carcere, senza possibilità di parlare con chiunque; solo tre mesi dopo il suo arrivo, iniziò il processo per alto tradimento, che fu chiaramente una farsa, anche se dalle tragiche conseguenze.
Martino I voleva impostare una sua difesa affrontando questioni di fede, per le quali riteneva che fosse oggetto di infondate accuse; il prefetto Troilo gli impose il silenzio, facendogli presente che il processo era istituito per delitto contro lo Stato. Egli era accusato di aver convinto l'esarca Olimpio a ribellarsi all'imperatore e di aver chiamato i Saraceni in Sicilia per aiutarlo nella sua impresa contro Bisanzio. Martino replicò: "In Olimpio ho abbracciato il mio nemico redento; ai Saraceni ho dato denaro per riscattare i cristiani abbandonati dall'imperatore; come pontefice ho sostenuto la fede contro il Typus".
Ma la sentenza era già stata stabilita; la morte. Nell'attesa dell'esecuzione della pena capitale, gli furono riservate altre sofferenze. Trasportato nel cortile pubblico su una sedia, dal momento che l'infermità gli proibiva di camminare e reggersi in piedi, gli furono strappati il pallio episcopale e il mantello; mezzo nudo nel freddo pungente, carico di catene, fu trascinato per la città fino al carcere.
Il patriarca monotelita Paolo, malato anche lui e in fin di vita, venuto a conoscenza dall'imperatore del trattamento che il papa stava subendo, ebbe evidentemente un rimorso di coscienza e pregò Costante II di mutare la pena di morte in quella dell'esilio. L'imperatore esaudì questa richiesta non cambiando parere anche quando, morto Paolo e rieletto patriarca l'eretico Pirro, Martino I si rifiutò di togliere l'anatema lanciato contro quest'ultimo dal suo predecessore Teodoro I.
Martino I restò in carcere fino al marzo del 655; fu inviato in esilio nel Chersoneso, ridotto ormai agli stenti, abbandonato da tutti e specialmente, cosa che più lo rattristò, dal clero romano, che, da quando aveva un nuovo papa, non si era più occupato di lui. Martino sperava nel suo intimo che, secondo la tradizione, durante la sua assenza avrebbero amministrato la sede di Roma un arcidiacono, un arciprete e un primicerio; invece il clero romano ebbe paura e, come osserva il Saba, "è difficile scusarne la debolezza e l'inconsiderazione. Quando Eugenio fu eletto, ancora il papa non era stato barbaramente spogliato del pallio pontificale. Egli rappresentava la Chiesa nelle miserie, nelle sciagure, nelle torture di un esilio nobilmente sopportato. Il clero di Roma non era alla sua altezza". E l'Annuario pontificio li considera regnanti contemporaneamente!
Commoventi le lettere scritte da Martino a quei pochi amici di Costantinopoli; si lamenta che la Chiesa romana non gli fornisca neanche i viveri, pur essendo in grado di poterlo fare; ma prega ugualmente Dio perché fortifichi la sua Chiesa nella fede legittima e guidi il suo sostituto contro le eresie.

Il 16 settembre del 655 Martino I morì nel suo esilio, solo, senza amici; la sua salma in un primo tempo fu tumulata a Bisanzio nella chiesa della Vergine di Blacherna. Più tardi fu traslata a Roma e probabilmente sepolta nella chiesa dei Ss. Silvestro e Martino.