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DIALETTO ROMANESCO
glossario
espressioni e modi di dire esclamazioni ed interiezioni

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  • 10 - note generali di sintassi
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    1. NOTE GENERALI DI SINTASSI

      Benché la sintassi del romanesco ricalchi ampiamente quella italiana, esistono delle forme più o meno tipicamente dialettali, tutt'ora in uso anche nel dialetto parlato.


      • "ESSERE" E "STARE"

        Il romanesco non fa quasi mai uso di essere, esserci o esservi per indicare lo stato in luogo (è a casa; siete in strada; c'è una novità ecc.), preferendogli stare e stacce (cioè starci, starvi):

        dove sei?
        sono qui !
        a quest'ora siamo a letto
        c'era un ragazzo davanti al negozio
        c'è niente per me?
        vi sono due lettere

        ando' stai? (o 'ndò stai, cfr. dietro)
        sto qui !
        a st'ora stamo a lletto
        ce stava u' regazzo davanti ar negozzio
        ce sta gnente pe mme?
        ce stanno du' lettere


      • USO DI "AVERCI"

        Il verbo avere viene comunemente enfatizzato mediante l'apposizione della particella ci (opportunamente romanizzata in ce):

        ho
        hai
        ha
        abbiamo
        avete
        hanno

        ciò (contrazione di "ce ho" )
        ciai
        cià
        ciavemo
        ciavéte
        ciànno

        Si può notare come la particella ci rimane legata al verbo, per rendere il suono un tutt'uno, anche dal punto di vista grafico.


    DIALETTO MODERNO
    In tempi più recenti, l'uso di "ci" con "avere" viene spesso reso graficamente elidendo la "-i" della particella e mantenendo il verbo nella sua forma originale:

    ho
    abbiamo
    hanno

    c'ho (anziché ciò)
    c'avemo (anziché ciavemo)
    c'hanno (anziché ciànno)

    È tuttavia evidente come il risultato grafico appaia assai meno efficace, quasi slegato, e soprattutto poco aderente alla verace pronuncia romana.


      • SULL'USO DI "CHE"

        I - USO DI "CHE" CON CONGIUNZIONI E AVVERBI

        Le congiunzioni quando e mentre, e l'avverbio dove, in romanesco vengono spesso rafforzate dalla congiunzione che, puramente enfatica (si tengano anche presenti le modificazioni di dove, già descritte nel paragrafo
        ELISIONI E ACCORCIAMENTI):

        dove c'è vento
        quando c'è la luna piena
        mentre ero lì
        al bar dove lavora Giuseppe

        dove che cce sta vvento
        quanno che cc'è la luna piena
        mentre che stavo lì
        ar bare 'ndove che cce lavora Peppe


        II - USO DI "CHE" PER INTRODURRE FRASI INTERROGATIVE

        È comunissimo, soprattutto nel dialetto parlato ma anche in quello scritto (non essendovi fra queste due forme quasi alcuna differenza, come invece accade in molte lingue ufficiali), introdurre una frase interrogativa con la congiunzione enfatica "che" (salvo, ovviamente, usare quella ancora più enfatica ahò, già discussa a proposito del VOCATIVO):

        sai dov'è questo posto?
        viene il suo amico?
        ce n'è ancora?
        è quella la fermata del tram?

        che ssai 'ndo sta 'sto posto?
        che viene l'amico suo?
        che cce ne sta ancora?
        che è quella la fermata der tranve?

        Ovviamente, se la frase interrogativa si apre già con perché, quando, dove, come, ecc... il che viene omesso:

        sai dov'è il cinema?
        dov'è il cinema?
        guadagna molto?
        quanto guadagna?

        che ssai 'ndo sta er cinema?
        'ndo sta er cinema?
        che guadaggna tanto? (anche che guadambia...)
        quanto gguadaggna? (idem)


      • FORME USATE COME GERUNDIO

        Come gìà accennato nel paragrafo sui verbi, in romanesco il gerundio viene spesso reso con altre forme: così a seconda dei casi, facendo può diventare a ffà, oppure mentre [che] fò o mentre [che] sto a ffà. Il che in parentesi quadre è enfatico, e può essere usato oppure omesso.
        Per frasi causali, invece, è usata la forma siccome [che] fò (siccome [che] sto a ffà):

        mi sta venendo fame
        stava ancora piovendo
        sono caduto salendo le scale
        dolendogli il piede, restò a casa
        piacendomi i dolci, li mangio spesso

        me sta a vvenì ffame
        stava ancora a ppiove
        so' ccascato mentre che salivo le scale
        siccome che je doleva er piede, è restato a ccasa
        siccome che me piàceno li dorci, li maggno spesso


      • USO DI "DICO" E "DICE" NEL DISCORSO DIRETTO

        Il dialetto romanesco parlato fa grande uso del discorso diretto, sempre introdotto da dico (che introduce una frase pronunciata da chi sta parlando) e dice (che introduce una frase pronunciata da altri). Si tratta di vere e proprie interiezioni: infatti non vengono inserite solo all'inizio della frase riportata, come ad introdurre un virgolettato, ma ripetute numerose volte nell'ambito del discorso, anche quando per comprendere il testo che segue non ve ne sarebbe assolutamente bisogno.
        Un esempio:
        Dico: - A ch'ora parte 'sto treno - dico - che devo ancora da fà er bijetto, - dico - nun vorei arivà ttardi. -
        Dice: - Nu' lo so - dice - perché cià ggià mezz'ora de ritardo - dice - e ppo' partì in quarziasi momento. -
        Da ciò si evince chiaramente che in uno stesso periodo l'interiezione dico o dice può essere ripetuta tre, quattro, o anche più volte.
        Si noti che la pronuncia del "primo" dico o dice, cioè quello che apre effettivamente il successivo discorso diretto, tende ad avere un suono leggermente prolungato (dicooo..., diceee...), come a voler creare un'impercettibile effetto di sospensione prima di riportare il proprio o altrui discorso, catturando meglio l'attenzione dell'ascoltatore.
        Da questo punto di vista, infatti, i successivi dico e dice, pronunciati più rapidamente, servono anche a scandire i tempi narrativi, quasi come segni d'interpunzione inseriti tra ogni frase.





    In conlusione, vale la pena ricordare come alcune fra le voci dialettali più esilaranti sono quelli che derivano da convinzioni errate del popolino circa l'origine o il significato dei singoli vocaboli.
    Qualche classico esempio. Il volgo romano diceva moseo anziché museo, perché era convinto che derivasse da "Mosè", non certo da "musa". E chiamava il più noto anfiteatro di Roma Culiseo perchè, come ci tramanda G.G.Belli,...

    Sti cosi tonni com'er culo, a Roma,
    Se sò sempre chiamati Culisei.

    Questi fabbricati tondi come il culo, a Roma,
    Si sono sempre chiamati Culisei.

    da "Li battesimi de l'anticaje", 22 giugno 1834


    E a Roma la zanzara si è sempre chiamata zampana; il perché di questo nome lo si evince da un altro sonetto di Belli:

    Be', se dirà zanzare pe le stampe;
    Ma sso' zampane: eppoi, santa Lucia!,
    Nun je le vedi lì ttante de zampe?


    Beh, si dirà "zanzare" nei testi stampati;
    Ma sono "zampane": e poi, santa Lucia!,
    Non vedi lì che hanno tanto di zampe?

    da "Le zampane", 2 aprile 1846




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