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introduzione al DIALETTO ROMANESCO |
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- NOTE GENERALI DI SINTASSI
Benché la sintassi del romanesco ricalchi ampiamente quella italiana, esistono delle forme più o meno tipicamente dialettali, tutt'ora in uso anche nel dialetto parlato.
- "ESSERE" E "STARE"
Il romanesco non fa quasi mai uso di essere, esserci o esservi per indicare lo stato in luogo (è a casa; siete in strada; c'è una novità ecc.), preferendogli stare e stacce (cioè starci, starvi):
dove sei?
sono qui !
a quest'ora siamo a letto
c'era un ragazzo davanti al negozio
c'è niente per me?
vi sono due lettere
ando' stai? (o 'ndò stai, cfr. dietro)
sto qui !
a st'ora stamo a lletto
ce stava u' regazzo davanti ar negozzio
ce sta gnente pe mme?
ce stanno du' lettere
- USO DI "AVERCI"
Il verbo avere viene comunemente enfatizzato mediante l'apposizione della particella ci (opportunamente romanizzata in ce):
ho
hai
ha
abbiamo
avete
hanno
ciò (contrazione di "ce ho" )
ciai
cià
ciavemo
ciavéte
ciànno
Si può notare come la particella ci rimane legata al verbo, per rendere il suono un tutt'uno, anche dal punto di vista grafico.
DIALETTO MODERNOIn tempi più recenti, l'uso di "ci" con "avere" viene spesso reso graficamente elidendo la "-i" della particella e mantenendo il verbo nella sua forma originale:
ho
abbiamo
hanno
c'ho (anziché ciò)
c'avemo (anziché ciavemo)
c'hanno (anziché ciànno)
È tuttavia evidente come il risultato grafico appaia assai meno efficace, quasi slegato, e soprattutto poco aderente alla verace pronuncia romana.
- SULL'USO DI "CHE"
I - USO DI "CHE" CON CONGIUNZIONI E AVVERBI
Le congiunzioni quando e mentre, e l'avverbio dove, in romanesco vengono spesso rafforzate dalla congiunzione che, puramente enfatica (si tengano anche presenti le modificazioni di dove, già descritte nel paragrafo ELISIONI E ACCORCIAMENTI):
dove c'è vento
quando c'è la luna piena
mentre ero lì
al bar dove lavora Giuseppe
dove che cce sta vvento
quanno che cc'è la luna piena
mentre che stavo lì
ar bare 'ndove che cce lavora Peppe
II - USO DI "CHE" PER INTRODURRE FRASI INTERROGATIVE
È comunissimo, soprattutto nel dialetto parlato ma anche in quello scritto (non essendovi fra queste due forme quasi alcuna differenza, come invece accade in molte lingue ufficiali), introdurre una frase interrogativa con la congiunzione enfatica "che" (salvo, ovviamente, usare quella ancora più enfatica ahò, già discussa a proposito del VOCATIVO):
sai dov'è questo posto?
viene il suo amico?
ce n'è ancora?
è quella la fermata del tram?
che ssai 'ndo sta 'sto posto?
che viene l'amico suo?
che cce ne sta ancora?
che è quella la fermata der tranve?
Ovviamente, se la frase interrogativa si apre già con perché, quando, dove, come, ecc... il che viene omesso:
sai dov'è il cinema?
dov'è il cinema?
guadagna molto?
quanto guadagna?
che ssai 'ndo sta er cinema?
'ndo sta er cinema?
che guadaggna tanto? (anche che guadambia...)
quanto gguadaggna? (idem)
- FORME USATE COME GERUNDIO
Come gìà accennato nel paragrafo sui verbi, in romanesco il gerundio viene spesso reso con altre forme: così a seconda dei casi, facendo può diventare a ffà, oppure mentre [che] fò o mentre [che] sto a ffà. Il che in parentesi quadre è enfatico, e può essere usato oppure omesso.
Per frasi causali, invece, è usata la forma siccome [che] fò (siccome [che] sto a ffà):
mi sta venendo fame
stava ancora piovendo
sono caduto salendo le scale
dolendogli il piede, restò a casa
piacendomi i dolci, li mangio spesso
me sta a vvenì ffame
stava ancora a ppiove
so' ccascato mentre che salivo le scale
siccome che je doleva er piede, è restato a ccasa
siccome che me piàceno li dorci, li maggno spesso
- USO DI "DICO" E "DICE" NEL DISCORSO DIRETTO
Il dialetto romanesco parlato fa grande uso del discorso diretto, sempre introdotto da dico (che introduce una frase pronunciata da chi sta parlando) e dice (che introduce una frase pronunciata da altri). Si tratta di vere e proprie interiezioni: infatti non vengono inserite solo all'inizio della frase riportata, come ad introdurre un virgolettato, ma ripetute numerose volte nell'ambito del discorso, anche quando per comprendere il testo che segue non ve ne sarebbe assolutamente bisogno.
Un esempio:Dico: - A ch'ora parte 'sto treno - dico - che devo ancora da fà er bijetto, - dico - nun vorei arivà ttardi. -Da ciò si evince chiaramente che in uno stesso periodo l'interiezione dico o dice può essere ripetuta tre, quattro, o anche più volte.
Dice: - Nu' lo so - dice - perché cià ggià mezz'ora de ritardo - dice - e ppo' partì in quarziasi momento. -
Si noti che la pronuncia del "primo" dico o dice, cioè quello che apre effettivamente il successivo discorso diretto, tende ad avere un suono leggermente prolungato (dicooo..., diceee...), come a voler creare un'impercettibile effetto di sospensione prima di riportare il proprio o altrui discorso, catturando meglio l'attenzione dell'ascoltatore.
Da questo punto di vista, infatti, i successivi dico e dice, pronunciati più rapidamente, servono anche a scandire i tempi narrativi, quasi come segni d'interpunzione inseriti tra ogni frase.
In conlusione, vale la pena ricordare come alcune fra le voci dialettali più esilaranti sono quelli che derivano da convinzioni errate del popolino circa l'origine o il significato dei singoli vocaboli.
Qualche classico esempio. Il volgo romano diceva moseo anziché museo, perché era convinto che derivasse da "Mosè", non certo da "musa". E chiamava il più noto anfiteatro di Roma Culiseo perchè, come ci tramanda G.G.Belli,...
Sti cosi tonni com'er culo, a Roma,
Se sò sempre chiamati Culisei.Questi fabbricati tondi come il culo, a Roma,
Si sono sempre chiamati Culisei.
da "Li battesimi de l'anticaje", 22 giugno 1834
E a Roma la zanzara si è sempre chiamata zampana; il perché di questo nome lo si evince da un altro sonetto di Belli:
da "Le zampane", 2 aprile 1846
Be', se dirà zanzare pe le stampe;
Ma sso' zampane: eppoi, santa Lucia!,
Nun je le vedi lì ttante de zampe?Beh, si dirà "zanzare" nei testi stampati;
Ma sono "zampane": e poi, santa Lucia!,
Non vedi lì che hanno tanto di zampe?