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DIALETTO ROMANESCO
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espressioni e modi di dire esclamazioni ed interiezioni

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  • 9 - i verbi

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    1. I VERBI

        Sono qui di seguito elencati i principali tempi verbali nella loro versione romanesca.
        Si tenga presente che nel lessico del popolano medio raramente ricorrono i tempi più "sofisticati", quali ad esempio i congiuntivi, e spesso esistono più forme diverse per una medesima inflessione verbale.

      • INFINITO
        Tutti i verbi della I e III coniugazione (...are e ...ire) perdono "...re", divenendo vocaboli tronchi:

        andare
        venire
        guardare
        parlare
        sentire

        andà
        venì
        guardà
        parlà
        sentì

        É invalso l'uso di scriverli con l'ultima lettera accentata, anziché con l'apostrofo, benché si tratti propriamente di un'elisione.

        Per i verbi della II coniugazione (...ere) la forma romanesca dipende da dove cade l'accento nel vocabolo italiano.

        • Se cade sulla penultima sillaba, si applica la stessa regola anzidetta:

          cadere
          volere
          godere
          sapere
          potere

          cadé
          volé
          godé
          sapé
          poté

        • Per i verbi con un accento sulla terzultima sillaba, il vocabolo romanesco perde "...re", mantenendo l'accento nella posizione originale:

          prendere
          credere
          cuocere
          ridere
          crescere

          prende
          crede
          còce (si noti come "uo" sia ridotto a "o")
          ride
          cresce

          In pochi casi lo stesso fenomeno si verifica anche per verbi del gruppo precedente, che hanno così due possibili forme:

          vedere
          sedere

          vede, ma anche vedé
          sede, ma anche sedé

        In ogni caso, l'ultima ...e o ...é ha sempre una pronuncia molto chiusa.

        Quando l'infinito del verbo è seguito dalle particelle pronominali ...mi, ...ti, ...lo, ...la, ...ci, ...vi, ...li, ...le, se il verbo in romanesco è tronco queste raddoppiano la consonante (si tengano a mente anche le contemporanee trasformazioni di ...mi in ...me, ...ti in ...te, ecc. già discusse in precedenza):

        tirarle
        sentirvi
        pagarci
        curarla
        sentirli
        parlarvi

        tiralle (cioè tirà + le con "l" raddoppiata)
        sentivve (sentì + ve con "v" raddoppiata)
        pagacce
        curalla
        sentilli
        parlavve

        Non c'è alcun raddoppio con la particella ...gli (che in romanesco traduce anche gli equivalenti italiani ...le e loro): resta infatti ...je, non raddoppiato graficamente, ma pronunciato con un suono un po' più marcato:

        dargli · darle · dar loro
        sentirgli
        pagarle
        curarle
        tenergli
        parlare loro

        daje
        sentije
        pagaje
        curaje
        teneje
        parlaje

        Nei verbi non tronchi il raddoppio delle particelle non avviene mai:

        prenderlo
        cuocerle
        crederle
        crescerlo
        prender loro

        prendelo
        còcele (il dittongo "uo" si accorcia in "o")
        credeje
        crescelo
        prendeje


        Quando la particella ci (in romanesco ce) è usata con qualsiasi infinito, raddoppia la "c" se tale inflessione del verbo è tronca (cascà, venì, vedé, ecc.):

        averci
        rubarci
        vestirci
        esserci
        mangiarci

        avecce
        rubbacce
        prènnece (infinito: prènne)
        vesticce essece (infinito: esse)
        maggnacce


      • PRESENTE
        Nei verbi regolari il presente non cambia di molto, seguendo semplicemente le regole fonetiche già discusse:

        salta
        vendo
        credi
        mangia
        prendete

        sarta (solo cambio di "l" con "r")
        venno (altro cambio fonetico: da "nd" a "nn")
        credi
        magna (o maggna)
        prendete

        Si hanno modifiche sostanziali solo per due persone:

        • La prima persona plurale si modella sempre su ...mo, assumendo la vocale tonica del corrispondente infinito:

          dormiamo
          cadiamo
          guardiamo
          sentiamo
          sediamo
          vogliamo

          dormìmo (dall'infinito dormire)
          cadémo (da cadere)
          guardàmo (da guardare)
          sentìmo (da sentire)
          sedémo (da sedere)
          volémo (da volere)

        • La terza persona plurale molto spesso cambia in ...eno per la gran parte dei verbi, indipendenemente dalla loro coniugazione:

          dormono
          cuciono
          guardano
          sentono
          prendono
          ridono

          dòrmeno
          cùceno
          guàrdeno
          sènteno
          prèndeno (si noti: il gruppo "nd" non cambia a "nn")
          rìdeno

          Tuttavia, altri verbi, specialmente quelli della II coniugazione del tipo potere, volere, ecc. hanno una terza persona plurale regolare: possono, vojono, ecc.

        Per i verbi irregolari, invece, il tempo presente ha qualche differenza in più.
        Sono qui di seguito menzionate solo le inflessioni che si discostano da quelle dell'italiano:

        • Essere:

          sono
          siamo
          siete

          so'
          sèmo
          séte

        • Avere:

          abbiamo

          avemo
    DIALETTO MODERNO
    Specialmente nei tempi composti, come verbo ausiliario, il romanesco moderno
    a volte contrae le inflessioni verbali del presente di avere, dando luogo alle
    seguenti forme:

    hai fatto
    abbiamo fatto
    avete fatto

    ha' fatto
    a'mo fatto ~ àmo fatto
    a'te fatto ~ àte fatto

    Tale contrazione non è costante, ma sta divenendo via via più frequente
    soprattutto nel linguaggio parlato.

    • Fare:

      faccio
      facciamo

      fo
      famo

    • Piacere:

      piacciono

      piàceno

    • Potere:

      possiamo
      possono

      potémo
      pònno

    • Venire:

      vieni
      viene
      veniamo
      vengono

      venghi (per assonanza con vengo)
      viè
      venìmo
      vengheno (come per i verbi regolari)

    • Per verbi come conoscere, uscire, ecc., nei quali la prima persona singolare esce in ...sco, anche la seconda singolare esce spesso in ...schi, per semplice assonanza con la prima persona:

      tu lo conosci
      quando esci da casa

      tu lo conoschi
      quanno eschi de casa (o quann'eschi de casa)

    • Il verbo "andare" alla prima persona plurale fa annamo, ma viene assai spesso eliso in 'namo (anche se non preceduto da altro suono), specialmente quando ha valore esortativo. Questa forma resta soggetta a tutte le altre regole fonetiche, quali il raddoppio enfatico della "n" iniziale, l'elisione della "o" finale quando seguita dalla preposizione a, ecc. ecc.

      andiamo?
      andiamo a casa
      allora andiamo?
      andiamo, che si fa tardi!

      annamo? oppure 'namo?
      annam'a ccasa o anche 'nam'a ccasa
      allora 'nnamo? (si noti il raddoppio di "n")
      annamo, che sse fa ttardi! o 'namo che sse fa ttardi!

      • FUTURO
        Non ci sono modifiche.
        Solo nel verbo andare il gruppo "..dr.." è sempre allungato in "..der..":

        andrò
        andremo
        andranno

        anderò
        anderemo
        anderanno

        Per lo stesso motivo, nel verbo potere si assiste spesso (ma non sempre) ad anologhe modifiche:

        potrò
        potremo
        potranno

        poterò
        poteremo
        poteranno


      • IMPERFETTO
        Non vi sono cambiamenti (ferme restando le regole generali), ma la prima persona plurale e, più di rado, la seconda plurale, in italiano solitamente ...vamo e ...vate, talora divengono ...mio, conservando entrambe le forme, regolare e non:

        andavamo
        rispondevamo
        tornavamo

        annavàmo (altra forma: annàmio)
        risponnevamo (altra forma: risponnémio)
        tornavamo (altra forma: tornàmio)

        Questa seconda forma in ...mio (molto usata da Cesare Pascarella) può essere assunta anche dalla terza persona plurale, ma abbastanza di rado.
        Inoltre, nel dialetto moderno la forma in ...mio è caduta in disuso anche per la prima persona plurale.
        Da segnalare, per il verbo "essere", la forma èrimo (corrispondente a eravamo), che anche in questo caso è andata perdendosi.


        CONSIDERAZIONI SULL'USO DI "CI"
        Davanti a verbi che cominciano per vocale, il pronome ci si lega graficamente alle inflessioni (tranne nei casi in cui ci ha valore riflessivo, vedi sotto):

        ci riesci?
        non ci andiamo
        ci riprova
        ci abitano
        lo fate di nuovo? (ci rifate?) [2]

        ciarièschi? [1]
        nun ciannàmo
        ciaripròva
        ciàbbiteno
        ciarifàte?

        [1] - Si tenga presente che in romanesco molti verbi esprimenti una reiterazione cominciano per a... (cfr. paragrafo sui verbi), per cui l'abbinamento di ci + verbo con vocale iniziale è più frequente di quanto si verifichi in italiano.
        [2] - In romanesco il verbo rifarci viene usato tanto nel senso generico di "fare qualcosa un'altra volta" che, soprattutto, nell'accezione più specifica di "reiterare un tentativo fallito", "esser recidivi nel commettere un fallo commesso", ecc.


        Se però ci è usato con valore riflessivo, davanti alla prima persona plurale si trasforma in se, subendo un'elisione se il verbo comincia per vocale, ma comunque non legandosi al verbo come accade con ce.
        Si presti attenzione al confronto fra i seguenti esempi:

        ci andate a prendere qualcosa?
        ci andiamo a comprare una birra?
        ci andiamo (andiamo lì)

        ci vedete?
        ci vediamo un film?
        ci vediamo anche al buio

        ciannate a pijà quarche ccosa?
        s'annàmo a comprà 'na bira [1]
        ciannàmo

        ce vedete?
        se vedemo un firme?
        ce vedemo puro ar buio
        [1] in romanesco arcaico sarebbe più corretto:  s'annàmo a crompà 'na birra.


      • PASSATO REMOTO
        La forma più comune in romanesco è in ...etti per la prima persona singolare e ...ette per la terza singolare, ma possono esistere altre forme diverse, senza una regola specifica. Va detto, comunque, che il romanesco non ama troppo il passato remoto, preferendogli il passato prossimo, spesso anche a sproposito:

        morì
        corse
        andai
        andò

        morette, morze
        corrette, corze (o corse, senza "s" enfatica)
        aggnedi, annai, annetti
        aggnede, annò, annette

        In molti altri casi, però, rimane la forma italiana: aspettò non cambia, come pure guardò, pensò (o penzò), ecc.
        La prima persona plurale, ...ammo, ...emmo o ...immo, cambia spesso in ...assimo, ...essimo, ...issimo:

        vedemmo
        andammo
        corremmo

        vedessimo
        andassimo
        corressimo

        Anche questa è una forma particolarmente frequente nei sonetti di Pascarella.

        La terza persona plurale in ...arono può cambiare in ...onno od ...orno, mentre ...irono diventa ...inno:

        andarono
        sparirono

        andonno, o andorno, o agnedero
        sparinno

        La forma in ...orno è arcaica, e la si trova soprattutto nel Meo Patacca di G.Berneri (1695):
             (IV - 67)

        Subbito le perzone si slargorno,
        Che già con Marco Pepe eran venute,
        E quelle ancor ch'a caso capitorno
        Da curiosità quì trattenute.
        Fecer l'istesso quelle, ch'arrivorno,
        Che da Meo queste cose havean sapute,
        El campo largo e libero si lassa,
        E in tel mezzo nisciun proprio ce passa.



      • CONGIUNTIVO PRESENTE
        In genere le persone che terminano in ...a cambiano a ...i, mentre ...ano diventa ...ino:

        possano
        abbiano
        venga

        pòssino, o pòzzino (con la "s" enfatizzata)
        abbino (sarebbe abbiino, ma ovviamente una delle "i" si perde)
        venghi


      • CONGIUNTIVO PASSATO
        Non è comunemente usato; la seconda persona plurale, che in italiano termina in ...aste, ...este, ...iste, diventa ...assivo, ...essivo, ...issivo:

        poteste
        mangiaste

        potéssivo
        magnàssivo


      • CONDIZIONALE
        La prima persona singolare (che in italiano termina in ...ei) in romanesco classico cambia in ...ia:

        io metterei
        io darei

        io metterìa
        io darìa

      DIALETTO MODERNO
      In tempi più recenti la prima persona singolare ...ia è cambiata in ...ebbe (come la terza persona singolare in italiano): io metterebbe (anziché io metterìa), io darebbe, ecc.


    • IMPERATIVO
      Per i verbi regolari, se la seconda persona singolare è seguita dalle particelle pronominali ...mi, ...ti, ...lo, ...la, ...ci, ...vi, ...li, ...le, la terzultima vocale del verbo solitamente si tramuta in "e" (laddove in italiano è sempre "a" o "i"):

      vendilo
      mettile
      cambiala
      sentile
      lavati
      guidalo

      véndelo (o vénnelo)
      méttele
      càmbiela
      sèntele
      làvete
      guìdelo

      Un altro cambio di vocale in "e" lo subisce spesso anche la prima persona plurale quando, usata con valore esortativo, si trova legata in fondo una particella pronominale (cfr. gli esempi senza particella):

      beviamo
      beviamoci mezzo litro di vino

      andiamo
      andiamoglielo a dire

      leviamoci di mezzo
      nascondiamolo qua sotto
      compriamole un gelato

      bevémo
      bevémese mezzo litro de vino

      annàmo
      annàmejelo a ddì

      levàmese de mezzo
      nasconnémelo qua ssotto
      compràmeje un gelato

      Si tenga presente che, come già detto, il dialetto romanesco non fa alcuna distinzione fra ...gli, ...le, loro: divengono tutti ...je (equivalente puro di ...gli).
      Dunque, scrivigli, scrivile e scrivi loro in romanesco divengono tutti e tre scriveje (cfr. anche sopra, INFINITO).

      Nel caso di forme riflessive, tanto l'italiano che il romanesco hanno la particella pronominale in fondo al verbo (ad esempio: vestiti! à vestete!; portami il giornale! à porteme er giornale!; guardalo! à guardelo!; e così via). Ma volgendole al negativo, mentre l'italiano ammette due forme, in romanesco si preferisce una delle due, cioè quella col pronome anteposto al verbo:

      non vestirti!
      non ti vestire!

      non portarmi il giornale!
      non mi portare il giornale!

      non guardarlo!
      non lo guardare!

      nun vestitte!  (poco usata)
      nun te vestì!
      nun portamme er giornale  (poco usata)
      nu' mme pòrtà er giornale
      nun guardallo!  (poco usata)
      nu' lo guardà!

      A tale riguardo, è utile confrontare in
      ELISIONI ED ACCORCIAMENTI le modifiche subite da nun quando è seguito dai pronomi me, lo e la.

      Anche i verbi irregolari in genere rispettano la forma imperativa italiana (con eventuali cambi per soli motivi fonetici); fra le poche eccezioni comunemente usate è vieni, che diventa viè, e le seconde persone del verbo essere, sii e siate, che diventano rispettivamente si' (elisione di una "i") oppure èssi, e séte:

      vieni qua, non farmi perder tempo!
      siate buoni, non fate tutta questa confusione
      sii gentile, prestami questo arnese


      viè cquà, nu mme fa pperde tempo!
      séte bboni, nun fate tutta sta caggnara
      si' ggentile, presteme st'arnese
      èssi ggentile, presteme st'arnese


    • PARTICIPIO PASSATO
      É molto importante, non già per l'uso fine a sé stesso quanto per il fatto di prendere parte ai tempi composti, in particolare al passato prossimo, che nel dialetto romanesco (soprattutto quello moderno) è il passato più comunemente usato.
      Non ci sono sostanziali modifiche, ad eccezione del verbo "andare", il cui participio passato è ito (con le rispettive forme femminile e plurali: ita, ite, iti), sebbene nel dialetto moderno tenda a divenire sempre più comune la forma regolare annàto (cioé andato):

      sono andato
      siete andate
      eri andata
      eravamo andati

      so' ito (forma moderna: so' annato)
      séte ite (forma moderna: séte annate)
      eri ita (forma moderna: eri annata)
      erimo iti (forma moderna: eravamo annati)

      Si segnalano anche sporadiche contrazioni: ad esempio, creduto può diventare créso.


    • GERUNDIO
      Il romanesco fa poco uso del gerundio, rendendone spesso il concetto con tempi narrativi, quasi delle perifrasi, per le quali viene fatto un uso enfatico della congiunzione che. Queste forme saranno successivamente trattate al paragrafo 10, NOTE DI SINTASSI.
      Per quanto riguarda le trasformazioni fonetiche subìte dalle vere forme di gerundio, di solito consistono nella trasformazione di ...ndo in ...nno, come già spiegato in SOSTITUZIONI DI LETTERE E GRUPPI, ma non essendo una norma rigorosa esistono entrambe le versioni:

      bevendo
      mangiandosi
      dormendo
      ridendo
      piangendo

      bevènno ma anche bevendo
      maggnànnose ma anche maggnàndose
      ridènno ma anche ridendo
      piaggnènno ma anche piaggnendo
      ariscallànno ma anche ariscallàndo





      FORME VERBALI RIFLESSIVE
      Nel formare il riflessivo (lavarsi, vestirsi, ecc.) il romanesco perde la "r", raddoppiando la "s" se il verbo ha l'infinito tronco. Si rammenti che il pronome riflessivo si in romanesco diventa se, come già detto in SOSTITUZIONI DI LETTERE E GRUPPI:

      pettinarsi
      sdraiarsi
      vestirsi
      lavarsi
      perdersi
      credersi
      tingersi

      pettinasse
      sdraiasse
      vestisse
      lavasse
      pèrdese
      crédese
      tìgnese (si noti il cambio di "ng" con "gn")

      Si tratta, cioè, dello stesso fenomeno già descritto per le particelle pronominali
      (cfr. sopra, INFINITO).




      VERBI CHE ESPRIMONO UNA REITERAZIONE
      (E ALTRI CAMBI)
      Ai verbi che esprimono una reiterazione, in genere inizianti per "ri..." (rivedere = vedere ancora; ricominciare = cominciare di nuovo; ecc.) accade spesso che in romanesco si anteponga una "a":

      riprendere
      ritornare
      riporre
      rimbalzare
      ritornare

      ariprende
      aritornà
      aripone (in quanto derivato dalla forma arcaica riponere)
      arimbarzà
      aritornà (ma anche semplicemente tornà)

      Ciò accade anche ad alcuni verbi che in italiano hanno un inizio foneticamente affine ("ri...", "re...", "ra...") ma che ciononostante non esprimono una reiterazione in senso stretto, o addirittura non la esprimono affatto:

      riconoscere
      raccontare
      raccogliere

      ariconosce
      ariccontà
      ariccoje


      Altri cambiamenti possono aversi nella stessa radice del verbo, ma in tal caso non sono classificabili, e sono legati ad origini diverse del vocabolo più che a semplici regole fonetiche:

      trasportare
      bere

      straportà
      beve (fa riferimento alla forma arcaica bevere)

      In tal caso, le inflessioni non subiscono modifiche particolari rispetto agli schemi già citati.





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