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Nel Rione IV, Campo Marzio, sorgeva un tempo
la chiesa di Sant'Ivo dei Bretoni, costruita verso la metà del '400 in sostituzione di una
più antica (del XII secolo) intitolata a Sant'Andrea de Marmorariis ovvero de Mortarariis.
Callisto III aveva concesso la nuova chiesa ai Bretoni, che all'epoca costituivano una nazione autonoma
rispetto al regno di Francia. Anche questa come altre (vedi oltre) aveva annessi un ospizio ed un ospedale,
istituiti nel 1511 da Giulio II a beneficio dei pellegrini di Bretagna. Attorno al 1575, però,
Gregorio XIII affidò la gestione dell'ospedale alla nazione francese; il nosocomio divenne
così una dipendenza della vicina chiesa di San Luigi (vedi oltre, ospedale di San Ludovico). La chiesa
di Sant'Ivo fu demolita nella seconda metà dell'800 e nel 1878 fu ricostruita sul lato opposto di vicolo
della Campana, dove si trova tutt'ora. L'unica targa di proprietà superstite che attesti il possesso
da parte di Sant'Ivo dei Bretoni (qui a sinistra) reca lo stemma di Bretagna, con dieci ermellini.
Il testo sotto lo stemma, invece, documenta un tipo di contratto che nel medioevo era piuttosto comune,
rimanendo in uso anche per diversi secoli dopo: l'enfiteusi. Consisteva nella cessione di una
proprietà (in questo caso l'immobile) a tempo indeterminato e comunque non inferiore a dieci anni,
dietro pagamento di una tassa annuale. Sotto enfiteusi, il titolare del contratto poteva usufruire
dell'immobile e disporne a proprio piacimento, praticamente come se ne fosse l'effettivo proprietario.
Versando in un'unica volta un certo numero prestabilito di annualità, poteva riscattare la proprietà ed
entrarne in possesso a tutti gli effetti. Viceversa, qualora l'annualità non fosse stata versata,
l'immobile sarebbe tornato in mano al proprietario. |
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Arciconfraternita del Gonfalone Il nome Gonfalone apparve alla metà del XIV secolo, quando quattro piccoli sodalizi si riunirono in un'unica entità; quello maggiore era detto Raccomandati di Madonna Santa Maria ed era stato fondato nel 1246 con sede in Santa Maria Maggiore. Il nome assunto dalla confraternita risultante dalla fusione era Raccomandati del Gonfalone. Alcuni sostengono che tragga origine da un episodio storico: attorno al 1350 il nobile Luca Savelli, di parte guelfa, si era impadronito del potere temporale e aveva cacciato da Roma il vicario papale (la più alta autorità pontificia in città, essendo quello il periodo dei papi avignonesi). Ma il popolo, unitosi sotto il gonfalone dei Raccomandati di Madonna Santa Maria, si ribellò all'autorità del Savelli, che finì per cedere il potere ad un altro reggente, scelto dagli stessi confratelli del sodalizio. Più verosimilmente, il nome potrebbe derivare dall'uso nelle processioni, da parte dei confratelli, di portare il gonfalone del papa, per sottolinearne l'autorità su Roma, nonostante il pontifice all'epoca risiedesse ufficialmente in Francia. | |
| Nella seconda metà del '400 l'antica sede di Santa Maria Maggiore fu trasferita a Santa Lucia Vecchia, chiesa situata sulla riva orientale del Tevere, nel rione Regola. Qui i Raccomandati si fusero con un'ulteriore sodalizio locale e nel 1486 ricevettero da Innocenzo VIII l'approvazione pontificia, divenendo Confraternita del Gonfalone. Nello stesso anno, a causa delle continue alluvioni fluviali, la loro sede venne ancora spostata a Santa Lucia Nuova (sui Monti Parioli, a nord della città), continuando a fondersi con altri sodalizi minori e crescendo quindi d'importanza. È tra la fine del '400 e la prima metà del '500 che la Confraternita si distingue per un'attività molto particolare: mettere in atto rappresentazioni sacre, particolarmente quella della passione di Cristo, il giorno del Venerdì Santo. Luogo prescelto era il Colosseo, dove grande era la quantità di pubblico che accorreva ad assistervi. Ma a causa delle sassate che venivano riservate agli attori che impersonavano gli aguzzini di Cristo (al punto da metterne a rischio l'incolumità personale), Paolo III finì col proibire questa tradizione. Per qualche anno ancora ebbe luogo in altre sedi, con minor afflusso di pubblico, ed infine cessò. Intanto nel 1547 sull'ormai danneggiata chiesa di Santa Lucia Vecchia venne costruito l'Oratorio del Gonfalone e così la Confraternita tornò alla sede originaria presso il fiume. | |  
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 | In occasione del Giubileo del 1550 Giulio III concesse al sodalizio il privilegio di liberare un condannato a morte all'anno. Nel 1579 Gregorio XIII, dopo averne elevato il rango ad Arciconfraternita, aumentò tale diritto a due condannati all'anno e nel 1581 gli affidò anche una nuova importante missione: liberare i cristiani detenuti in schiavitù nelle terre degli Ottomani (come sintetizza il rilievo sopra l'ingresso dell'oratorio, mostrato qui a sinistra, raffigurante la Vergine che accoglie schiavi e confratelli incappucciati sotto il proprio manto protettore). Per circa due secoli, la maggior parte dei fondi del Gonfalone furono usati per riscattare migliaia di schiavi. La decadenza del sodalizio cominciò con l'occupazione francese di Roma, a cavallo tra XVIII e XIX secolo. Tornata Roma nelle mani del papa, Pio VII affidò all'Arciconfraternita la gestione di un piccolo ospizio per ex carcerate presso Santa Maria in Trastevere. Poi, dopo la caduta dello Stato Pontificio, attraverso l'intero XX secolo, il sodalizio andò lentamente spengendosi. Dal 1968 l'Oratorio del Gonfalone è sede del Coro Polifonico Romano. Il suo sigillo, che si trova su un gran numero di targhe nelle strade circostanti l'Oratorio, mostra una croce greca assai simile a quella già descritta per l'Arciconfraternita della Carità, inscritta in un cerchio senza lettere. |
Arciconfraternita del Santissimo Salvatore ad Sancta Sanctorum Una delle più antiche, fondata nel 1286, prende il nome dall'icona bizantina del Salvatore (mostrata qui in basso) conservata presso la Scala Santa, o Sancta Sanctorum. La sua missione era di assistere i numerosi pellegrini che visitavano questo luogo sacro e fornire conforto ai malati. Divenuta potente tra il XIV e il XV secolo, con un importante patrimonio immobiliare sparso in diversi rioni, fondò ben due ospedali, quelli del Santissimo Salvatore ad Sancta Sanctorum (a cui si riferiscono le targhe, anche detto di Sant'Angelo) e di San Giacomo al Colosseo.  | | L'Arciconfraternita inoltre gestiva alcuni Collegi, quali il Capranica, il Nardini, il Crivelli e il Ghisleri. I suoi confratelli erano detti Portieri o Raccomandati del Santissimo Salvatore. La sua importanza decadde solo nel corso dell'800, fino ad arrivare alla sua definitiva estinzione. | | | |   targhe dell'Arciospedale del Santissimo Salvatore ad Sancta Sanctorum, di varie tipologie e varie epoche |  
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| Su quasi tutte le targhe superstiti compare l'emblema dell'Arciconfraternita, un'effige di Cristo tra due candelabri, incisa o a rilievo, con una certa varietà nella tipologia, giustificata anche dalla diversa età di questi reperti. | |
targa dell'Arciconfraternita con
vari oranti ai piedi della croce,
tra cui i confratelli incappucciati |
Arciconfraternita del Santissimo Crocifisso
Nei primi del '500 un incendio rase al suolo la chiesa di San Marcello in via Lata (oggi via del Corso);
si salvò solo un crocifisso del XIV secolo, la cui lampada votiva fu trovata miracolosamente
accesa. Un piccolo gruppo di fedeli cominciò a riunirsi ogni venerdì sera per accendere
lumini a questa immagine, finché con l'aumentare dei volontari, nel 1519 nacque un sodalizio. Tre anni
dopo, una grave pestilenza colpì Roma, mietendo vittime. Si pensò di portare in processione il crocifisso
miracoloso, ma le autorità ecclesiastiche, temendo una maggiore diffusione del morbo, vietarono
l'iniziativa. La popolazione disattese il divieto; anzi, la processione durò ininterrottamente
per ben sedici giorni, perché ovunque fosse portata l'immagine, i residenti inventavano stratagemmi
per ritardarne l'allontanamento. Alla fine, quando rientrò in San Marcello, la peste era cessata.
Delle targhe esistono due varianti iconografiche.
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variante più semplice: il crocefisso
è vuoto ed avvolto da una sciarpa,
con due soli oranti in basso |
Arciconfraternita della Pietà ai Carcerati
Questo sodalizio, tutt'ora esistente, fu fondato nel 1575 per iniziativa di un gesuita francese,
Jean Tallier, che operava a Roma come confessore dei detenuti nelle prigioni allora in funzione,
quelle di Tor di Nona e Corte Savella (si vedano in proposito il Rione V, Ponte
e il Rione VII, Regola). Inizialmente costituita da pochi volontari,
ricevette aiuto da parte di papa Gregorio XIII, che la elevò al rango di Arciconfraternita. Il pontefice
successivo, Sisto V, le concesse il privilegio di liberare un condannato a morte all'anno. Sede del
sodalizio era inizialmente la chiesa dei Santi Cosma e Damiano de Pinea, nel cuore
del Rione IX, Pigna, ma già dal 1584 si trasferì nell'antistante
chiesetta dei Santi Eleuterio e Genesio, che la Confraternita fece riedificare dal 1624, cambiandole titolo
in San Giovanni della Pigna. |
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 | | Arciconfraternita di Santa Maria dell'Orazione e Morte Fu fondata nel 1538 a fronte dell'elevato numero di corpi di persone indigenti decedute, rimasti insepolti nelle strade come pure nella campagna. I confratelli, infatti, si occupavano di andare in giro a raccoglierli e di dare loro sepoltura nel cimitero ricavato sotto la chiesa omonima, situata in via Giulia, proprio alle spalle di Palazzo Farnese (cfr. Rione VII, Regola). Nel 1560 Pio IV la elevò ad arciconfraternita. Nel sigillo figura una clessidra, segno della fugacità del tempo, sormontato da una croce coi simboli della passione di Cristo (la spugna e la lancia). | |
Congregazione delle Santissime Piaghe Si trattava di un sodalizio minore, la cui missione era quella di aiutare donne povere e preti infermi. Era stata fondata nel 1617 da un seguace di San Filippo Neri, il fiorentino Rutilio Brandi (di professione guantaio). Aveva per sede un oratorio dedicato allo stesso santo e situato in via Giulia, che il popolo chiamava San Filippetto per le minuscole dimensioni.
Sull'unica targa di proprietà esistente, a pochi metri dall'oratorio, assieme al
motto della congregazione, che recita in latino "la piaga è curata dalle piaghe",
compaiono ancora una volta i simboli della passione di Cristo, in forma di lancia,
chiodi e corona di spine.
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