59.

VIGILIO

Romano
Papa dal 29 marzo 537
al 7 giugno 555

usurpò il trono pontificio

Il diacono Vigilio, un romano di nobile famiglia, fin dal 531 aveva assaporato il seggio episcopale di Roma, quando Bonifacio II l'aveva designato suo successore. Gli era andata male perché, di fronte all'energica opposizione del clero, il papa ritenne opportuno lasciar cadere la cosa. Dovette consolarsi della carica di apocrisario pontificio a Costantinopoli, ma non fu tempo perso; alla corte di Giustiniano si procurò potenti amicizie che facevano capo all'imperatrice Teodora e alla moglie di Belisario, Antonina.
Si trattava di un gruppo di persone molto vicine all'eresia di Eutiche e desiderose di veder annullata l'ortodossia del concilio di Calcedonia. Vigilio stette al loro gioco, lasciando credere che, se fosse stato eletto papa, sarebbe andato incontro a certe aspettative; ma, ambizioso com'era, dette evidentemente ad un certo punto precise assicurazioni in tal senso. Dovrebbe comunque essere apocrifa una lettera da lui scritta ai vescovi monofisiti nella quale rifiutava la dottrina delle due nature del Cristo e raccomandava di mantenere segrete certe sue idee per meglio conseguire l'intento, una volta raggiunto il soglio pontificio.
L'imperatrice si mosse appena si presentò l'occasione opportuna, una volta che Belisario arrivò a Roma. La violenta deposizione di papa Silverio fu un vero e proprio sopruso, una macchinazione all'insegna della dissolutezza, che faceva capo a due donne senza scrupoli, e della simonia. Vigilio si mostrò disposto ad offrire denaro a Belisario per una azione decisa e autoritaria: il generale depose Silverio e il 29 marzo del 537 fece consacrare il nuovo papa dal Senato e da un clero terrorizzato.

Ma Vigilio, per essere riconosciuto legittimo da tutto il clero, dovette attendere la morte di Silverio, che avvenne probabilmente l'11 novembre di quello stesso anno. Questi sarà stato certamente prostrato dagli strapazzi e dalle umiliazioni subite, ma è difficile non pensare che la sua fine fu accelerata, sotto la vigilanza com'era, nell'isola Palmaria, di due messi di Vigilio. E per ordine di quest'ultimo fu fatto morir di fame, secondo il Liber pontificalis. Procopio arriva a fornirci anche il nome dell'assassino, Eugenio, ma come sicario di Antonina; in ogni caso Vigilio potrebbe essere accusato, al minimo, di un "concorso in omicidio". Comunque divenne papa con la simonia e l'assassinio, e fu uno "scellerato", dice il Gregorovius. Più semplicemente rientra in quella serie di pontefici che hanno dato l'anima per raggiungere la suprema autorità ecclesiastica, nella quale evidentemente essi vedevano il potere e nient'altro.

Nei primi anni del pontificato mostrò di pentirsi e credette di farla franca con chi l'aveva aiutato a salire ai vertici del potere. "Prima parlai male ed imprudentemente; ora non posso in alcun modo adempiere il tuo volere ponendo fine all'esilio di quell'eretico", avrebbe risposto con una lettera a Teodora che gli imponeva di stare ai patti e mantenere la promessa fatta a suo tempo che, una volta papa, avrebbe richiamato come patriarca a Costantinopoli il monofisita Antimo. "Per quanto mi senta indegno, sono sempre il rappresentante del beato apostolo Pietro, rivestito della stessa dignità dei miei venerabili predecessori, Silverio ed Agapito, che già condannarono Antimo."
Non era la risposta che Teodora si aspettava; e una donna come lei non era abituata a farsi trattare così. Era stata ingannata e si sarebbe vendicata alla prima occasione; questa si presentò nel 543, quando suo marito, ispirato o meno da lei, emanò un editto che condannava i "Tre Capitoli", nome con cui si indicavano gli scritti di Teodoro di Mopsuestia e Teodoreto di Ciro, nonché una lettera di Ibas di Edessa. Era in pratica un editto in contrasto con il concilio di Calcedonia che aveva riconosciuto ortodossi sia Teodoreto sia Ibas.
I vescovi d'Oriente obbedirono; il patriarca di Costantinopoli, Menas, pose la riserva dell'approvazione da parte di Roma; il nunzio apostolico Stefano condannò il suo comportamento. Giustiniano si rese conto che tutto dipendeva da Vigilio, ma era deciso a venire a capo della questione; era in gioco la sua autorità di legislatore ecclesiastico. E così, probabilmente sospinto da Teodora, ordinò che il papa fosse tradotto a Costantinopoli per dare approvazione al suo editto. Vigilio fu costretto a lasciare la sua sede il 22 novembre del 545; fu un vero e proprio blitz bizantino. Le truppe imperiali, con a capo Antimo, occuparono il quartiere di Trastevere e circondarono la chiesa di S. Cecilia dove il papa stava celebrando le funzioni. Antimo si fece largo tra la folla e, arrivato all'altare, intimò a Vigilio di seguirlo verso una nave che attendeva ancorata sul Tevere: l'imperatore esigeva la sua presenza a Costantinopoli.
Non ci fu resistenza; i Romani assistettero a quella partenza improvvisa del loro vescovo, perlopiù ignorando le circostanze che la determinavano. Alcuni imploravano la benedizione; altri, la maggior parte, lo insultavano, gli lanciavano sassi. Per costoro quella partenza era una fuga dal pericolo incombente sulla città, quello di un secondo assedio del nuovo re goto Totila, visto che Belisario era a Ravenna. Vigilio abbandonava la città, andava insomma a vivere tranquillo a Costantinopoli ed essi, affamati e memori del suo animo infido, lo maledivano con tutto il loro odio: "Che tu possa morire di fame! Che il male accompagni te che hai fatto tanto male a noi!".
Vigilio pensò di rispondere a quelle maledizioni con un atto di carità che potesse fargli riaccattivare a distanza l'animo del suo popolo; una volta fatto scalo in Sicilia durante il viaggio, provvide a spedire a Roma su alcune navi ingenti quantità di grano prelevato dai ricchi latifondi ecclesiastici dell'isola. Ma gli andò male. Quel "messaggio", che lo avrebbe certo riscattato agli occhi dei concittadini, non arrivò a destinazione; i Goti lo bloccarono alla foce del Tevere, ben lieti di approfittarne. Vigilio non avrebbe avuto altre occasioni: a Roma sarebbe tornato cadavere dieci anni dopo e certo non in grado di riabilitare la sua figura di romano pontefice.
Arrivò a Costantinopoli nel gennaio del 547, accolto con i soliti onori già riservati ai suoi predecessori; ci fu l'abbraccio con Giustiniano e solenni funzioni in S. Sofia. Vigilio poté andare a risiedere nel palazzo di Placidia, abitazione ufficiale dei nunzi pontifici. Ma tutto questo era solo una messinscena; in realtà il papa si trovava a Costantinopoli in stato di "domicilio coatto": "Tenete pure prigioniero me", disse, "ma non riuscirete a mettere in carcere l'apostolo Pietro". Una frase che sembrerebbe offrirci un'immagine piena di dignità, di un papa deciso a difendere la condanna avanzata dal suo apocrisario Stefano nei confronti di Menas e a non sottoscrivere l'editto imperiale.
Ma lo stato di isolamento in cui vivrà a Costantinopoli sarà invece determinante per farlo venire a miti consigli. Senza precise informazioni sugli avvenimenti d'Occidente e sull'opposizione dei vescovi occidentali all'editto, circondato dai vescovi orientali con a capo Menas, tutti amorevoli nel somministrargli infidi suggerimenti, decantanti la bontà dell'editto imperiale, Vigilio subisce una specie di lavaggio del cervello, ovvero è incapace di resistere alle pressioni della corte. Scrive in gran segreto a Giustiniano e Teodora, cede alle loro insistenze, acconsente alla condanna dei "Tre Capitoli".
Per la Pasqua del 548, l'11 aprile, invia al patriarca Menas uno scritto chiamato Judicatum in cui aderisce alla condanna, pur mantenendo fede all'autorità di Calcedonia; una formula di compromesso che accontenta l'imperatore e Teodora, che morirà di lì a poco, ma scatena la logica reazione dei vescovi d'Occidente. Quelli dell'Italia, della Dalmazia e dell'Illirico respingono l'editto; dall' Africa arriva addirittura una scomunica al papa.
Vigilio ha di nuovo mercanteggiato la sua carica pontificia, ma in questo barcamenarsi finisce per non essere più credibile da nessuno. In un primo momento ritiene che è forse più importante accontentare il potere imperiale, e non quello episcopale. Poi ci ripensa.
Ritira il suo Judicatum e propone all'imperatore la convocazione di un concilio ecumenico; Giustiniano ne ha abbastanza di questo cambiamento di posizione da parte del papa ed emana un nuovo editto di condanna dei "Tre Capitoli", che riceve l'adesione dei vescovi orientali. Vigilio ha il coraggio di scomunicarli e l'imperatore, di fronte a questo improvviso comportamento di fermezza del papa, ne progetta l'arresto e la deposizione.
È l'agosto del 551. Vigilio si rifugia con il suo seguito, tra cui il vescovo di Milano, Dazio, nella basilica di S. Pietro in Ormisda; viene raggiunto dalle guardie imperiali mentre celebra le sacre funzioni. C'è un po' di trambusto: i fedeli fanno ressa intorno alle guardie; difendono il papa dal sacrilego oltraggio. Viene infine assicurata la sua incolumità dietro solenne giuramento: Vigilio e Dazio tornano al palazzo di Placidia, ma è un "domicilio coatto".
La notte del 23 dicembre del 551 i due si calano pericolosamente da una finestra e raggiungono via mare Calcedonia. Di lì il papa il 2 febbraio del 552 emana un'enciclica indirizzata al mondo cristiano in cui espone le persecuzioni subite da quel novello "Diocleziano" che è Giustiniano e dichiara il suo fermo attaccamento alla fede ortodossa. Mostra coraggio e a infonderglielo è però il diacono Pelagio tornato da Roma, dove Narsete, che ha sostituito Belisario, ha avuto la meglio su Totila. Giustiniano sembra venire a più miti consigli; si mostra umile, gli invia Belisario come ambasciatore e paciere, promette garanzie.
Vigilio torna a Costantinopoli e propone la convocazione del concilio in Italia. Giustiniano è irremovibile nel volerlo a Costantinopoli; allora il papa decide di non parteciparvi, è malato di calcolosi, ma principalmente, data la scarsa adesione dei vescovi occidentali, non vuole presenziare un'assemblea manovrata dall'imperatore. Il concilio si riunisce ugualmente il 5 maggio del 553 sotto la presidenza del nuovo patriarca Eutichio, succeduto a Menas, morto l'anno prima; si ha la condanna unanime dei "Tre Capitoli".
Vigilio invia a Giustiniano un Constitutum, compilato in gran parte dal diacono Pelagio, con il quale ritiene nulla qualsiasi condanna espressa dal concilio nei confronti dei "Tre Capitoli". L'imperatore respinge quello scritto e ordina ai padri conciliari di cancellare il nome di Vigilio dai Dittici di tutte le Chiese imperiali. Non si ferma a questo però: mette in carcere i diaconi del papa, Pelagio e Sarpato. Isola in definitiva Vigilio, costringendolo nuovamente alla resa.
Questi infatti, ormai solo, malato, troppo debole per affrontare un martirio, cosciente dell'eventualità incombente di una sua deposizione, ritratta tutto. L'8 dicembre del 553 scrive al patriarca Eutichio una lettera in cui manifesta la sua adesione alla decisione del concilio e in un secondo Constitutum del 23 febbraio del 554 cerca di spiegare i motivi che lo hanno indotto alla condanna dei "Tre Capitoli". Ma è chiaramente poco convincente. Vigilio così ha toccato il fondo, mostrando di essere indegno della sua carica ed è vero quanto ha osservato il Seppelt: a questo papa mancò "la fermezza e la forza di carattere necessarie a chi detenga un seggio tanto sublime quanto era il suo; fermezza e forza di carattere onde andarono e sono gloriosi molti suoi antecessori e successori. Non c'era in lui la stoffa del martire delle proprie convinzioni, e la mancanza di spirito magnanimo richiesto in chi come lui rivestiva un'eccelsa dignità gli venne ascritta a colpa".
Il suo spirito di asservimento all'imperatore ebbe un contentino nella Prammatica Sanzione emanata da Giustiniano il 13 agosto del 554. Con essa il papa veniva associato all'amministrazione bizantina dell'Italia, nella concessione ai vescovi di una forma di sovrintendenza che veniva a rafforzarne l'autorità di fronte ai funzionari dello Stato ed era destinata ad aumentare il potere temporale del papato.
Certamente questa "donazione" imperiale non cancella o giustifica il riprovevole comportamento di Vigilio; anzi è una conferma indiretta di come questo papa abbia sacrificato l'autorità religiosa, che avrebbe dovuto difendere fino alla morte, per un fatto di potere, in nome del quale non aveva esitato a macchiarsi di simonia e di assassinio.
Oltretutto bisogna considerare che con questa Prammatica Sanzione l'elezione del papa, proprio per il contesto giuridico-amministrativo in cui il pontefice veniva ad agire, doveva essere confermata dall'imperatore per diventare effettivamente valida.
Vigilio ovviamente, dopo questa resa incondizionata, fu libero di ripartire verso Roma; ma non riuscì a raggiungerla. La morte lo colse a Siracusa il 7 giugno del 555: fu sepolto nel cimitero di Priscilla a Roma, dove la sua salma fu trasportata in seguito. A Roma comunque nessuna insegna di culto ecclesiastico lo ricorderà, ad eccezione di un'iscrizione in versi da lui stesso però incisa per le catacombe dei santi Pietro e Marcellino, in cui egli deplorava la distruzione di chiese e cimiteri ad opera dei Goti.