Come successore di Vigilio, il clero romano si mostrò favorevole ad eleggere un prete di nome Marea, ma la sua morte avvenuta nell'agosto del 555 fece spostare la candidatura sul diacono Pelagio.
Uomo di indiscusse qualità, aveva accompagnato Agapito a Costantinopoli ove poi era rimasto come apocrisario di Vigilio. Quando questi aveva dovuto lasciare Roma, Pelagio aveva svolto funzione di vicario in occasione dell'assedio di Totila dall'autunno del 545 al 17 dicembre del 546, giorno in cui il re goto riuscì ad entrare nella città quasi deserta. Pelagio aveva prima tentato la via dell'armistizio, andando a parlamentare nel suo accampamento; poi lo attese alla porta della basilica di S. Pietro e, quando lo vide pregare in ginocchio sulla tomba del principe degli apostoli, lo implorò di risparmiare la vita dei Romani. L'ottenne, ma la città fu saccheggiata anche se scarso fu il bottino, essendo ormai un ricordo lo sfarzo dei templi pagani e delle case patrizie.
Pelagio comunque con il suo comportamento aveva mantenuto il prestigio alla sede di Roma, visto che Vigilio, sia pure costretto da Giustiniano, l'aveva abbandonata per raggiungere Bisanzio. La sua figura si era mantenuta retta e fedele a certi principi anche quando, tornato a Costantinopoli, aveva premuto in tutti i modi su Vigilio perché resistesse a Giustiniano nella difesa dell'ortodossia di Calcedonia. Questo gli costò la prigionia; ma anche da lì seguitò a difendere le sue idee e in uno scritto in sei libri sui "Tre Capitoli" si era opposto all'editto di Giustiniano e al concilio di Costantinopoli del 553 che li condannava, biasimando il papa Vigilio che nel 554 aveva approvato le decisioni di quel concilio e accusandolo di essere volubile e venale.
Pelagio insomma sembrava proprio un uomo tutto d'un pezzo, destinato ad incarnare una figura irreprensibile di papa, se mai fosse riuscito ad uscire di prigione e raggiungere il soglio pontificio.
Poi, una volta morto Vigilio, scarcerato e tornato a Roma, eccolo rivedere le sue posizioni: condanna i "Tre Capitoli" e accetta il concilio di Costantinopoli. Un brusco voltafaccia, che fu apertamente criticato, una volta che Pelagio ebbe da Giustiniano l'appoggio ad essere nominato papa e come tale fu consacrato il 16 aprile del 556 in una Roma ormai entrata nell'orbita dell'impero bizantino.
"È difficile affermare se questo mutamento di opinione fosse in tutto o in parte dovuto al pensiero che, solo cedendo, la speranza da lui nutrita avrebbe potuto avverarsi", osserva il Seppelt. Del resto, come precisa il Duchesne, "le cose erano allora cambiate; poiché, stante l'approvazione data da Vigilio al sinodo del 553, esso era ecumenico ed obbligava universalmente tutti i cristiani".
Tuttavia la voce che Pelagio fosse la solita persona portata a predicare bene e razzolare male si sparse ovunque, così che il nuovo pontefice il giorno stesso della sua consacrazione, di fronte alle rimostranze provenienti dall'Africa e dall'Illirico, fece una solenne professione di fede dichiarando la sua adesione ai quattro concili ecumenici, specialmente quello di Calcedonia. In seguito, nell'ottavario di Pasqua, poiché una parte del clero e della nobiltà insisteva nel rifiuto di prendere la comunione con lui, ritenendolo addirittura responsabile della morte di Vigilio, Pelagio indisse una solenne processione. A fianco del suo protettore imperiale, il generale Narsete, governatore d'Italia, accompagnato dagli inni dei chierici, si recò dalla basilica di S. Pancrazio a quella di S. Pietro; qui giunto, salì sul pulpito e con il Vangelo in mano giurò solennemente di essere innocente del delitto di cui veniva accusato. Ma la cosa non finì lì.
Un consistente risentimento alla sua elezione venne dalla Gallia, ormai terra dei convertiti Franchi, il cui re Childeberto richiese espressamente al papa una dichiarazione di fede conforme ai principi di Calcedonia e agli scritti di Leone Magno. La risposta tese a mettere in luce come tutte le polemiche fossero nate da problemi tipicamente "orientali" e non tali da intaccare l'unità della Chiesa.
"Questioni di fede", precisava, "non sono state trattate in Oriente; da questo punto di vista la Chiesa, dalla morte di Teodora, grazie a Dio non ha più nulla da temere. Piuttosto si discusse vivamente su alcuni capitoli fuori dell'ambito della fede e sarebbe troppo lungo parlarne qui"; e bisogna dire che Pelagio diceva qualche bugia o perlomeno girava intorno alla cosa. Affermava poi con fermezza: "Noi infliggiamo l'anatema a tutti coloro che, sia pure con una sillaba o una parola, si sono allontanati o si allontanano dalla fede di papa Leone, che fu solennemente accettata dal concilio di Calcedonia. Il vostro zelo per la fede e il vostro amore per l'umiltà non si lascino turbare da alcun discorso maligno o scritto inconveniente".
Ma le malignità seguitavano a circolare e così, scrivendo all'arcivescovo Sapaudo di Arles, dovette difendersi dalle accuse specifiche di "banderuola" che gli venivano rivolte, tenendo a precisare come la sua ritrattazione derivasse da un più attento esame di fatti e circostanze. Infatti replicava: "I miei nemici certamente non sanno quanto mi sia costato, quando con saldo convincimento assentii finalmente a quel salutare decreto, e quanto avessi allora a soffrire da contraddittori a causa della mia irriflessione. Dovevo forse indurirmi per sempre contro la verità, perché a causa della mia ignoranza fui per un po' di tempo di parere diverso?". Tutto si può dire, tranne che fosse convincente.
Piuttosto nella lettera a Sapaudo chiedeva aiuto per la sua sede episcopale; Roma appariva come morta, vittima dei continui saccheggi e della insanabile carestia. Servivano denaro e vestiti per i cittadini "perché la povertà e lo squallore in città sono tali che non possiamo guardare", implorava, "senza dolore ed angoscia quegli uomini che un tempo sapevamo nobili e ricchi".
Chi parla è qui il vescovo di Roma, l'uomo che si sa investito di nuove prerogative dalla Prammatica Sanzione e che quindi rinnova, da papa, quella funzione civile da lui esplicata durante l'assedio di Totila. È un'opera di pace quella che lui viene svolgendo, come osserva il Saba: "Pelagio I sfruttava la nuova legislazione bizantina in favore dell'Italia, togliendo il disordine nell'amministrazione della giustizia, richiamando i tribunali alle questioni urgenti dei vescovi riguardanti il clero, servendosi del potere laico contro laici e vescovi sediziosi, correggendo i monaci, aiutando le sedi vescovili con i "difensori" di sua fiducia, esperti e fedeli". È un amministratore abile, osserva ancora il Saba, "dei possessi e delle rendite pontificie. Arriva con avvedutezza ai patrimoni della Gallia e dell'Africa; consiglia, rimprovera, punisce, e con la sua premura restaurò in parte l'erario a beneficio dei poveri".
Eppure, nonostante lo stato di estrema miseria in cui versava la cittadinanza, Pelagio iniziò la costruzione di una nuova chiesa, quella dedicata agli apostoli Filippo e Giacomo, ultimata poi dal suo successore Giovanni III e che sarebbe stata riedificata da Clemente XI e dedicata ai Ss. Apostoli.
Dunque in una città in rovina, ancora una chiesa; ma d'ora in poi questa attività diventa salutare per Roma. Come osserva il Gregorovius, "la costruzione di chiese, cui si attese col massimo fervore, divenne presto l'unica attività pubblica della città e giovò soprattutto agli strati poveri della popolazione che in tal modo ebbero lavoro e salari". È un fatto che "Roma si trasformava come una crisalide e si copriva di chiostri; colei che era stata la capitale del mondo divenne la città santa dell'umanità. Preti e monaci vi costruivano incessantemente chiese e conventi e dominavano completamente la vita pubblica". Roma si avviava inesorabilmente a diventare una città clericale perché, "esaurito ormai ogni interesse politico, l'energia vitale che ancora rimaneva ai Romani si volse esclusivamente al servizio della Chiesa"; questa "riuscì a convertire gli invasori e, ben radicata e protetta in Italia, combatté contro Bisanzio una battaglia teologica che si trasformò poi in un rivolgimento politico e che fece della Chiesa una ricca potenza temporale, padrona di Roma".
In questa prospettiva Pelagio I fu il primo papa che si distinse con "politica" opportunità, riuscendo a mantenere il potere nonostante le polemiche che, come si è detto, sorsero intorno al suo pontificato, chiaramente nato da un compromesso. Non ne uscì completamente "pulito", non tutti rimasero convinti, nonostante il suo grande impegno a minimizzare i fatti; fini per registrarsi uno scisma con le sedi di Milano ed Aquileia, i cui vescovi non si ritennero soddisfatti dalle giustificazioni del pontefice.
E lo scisma era ancora in piedi quando Pelagio I mori il 4 marzo del 561. Fu sepolto nella basilica di S. Pietro.
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