160.

PASQUALE II
Raniero

nato a Blera (Viterbo) verso il 1050
Papa dal 14.VIII.1099
al 21.I.1118

Successore di Urbano II fu il cardinale Raniero, prete di San Clemente a Roma, ma nato a Blera (Viterbo) verso il 1050; già monaco di Cluny, sotto Urbano II era stato legato pontificio in Spagna. La sua elezione, avvenuta il 13 agosto del 1099 nella chiesa di cui era titolare, cui seguì il giorno dopo la consacrazione in S. Pietro, è probabile che trovò ampi consensi grazie all'aiuto militare, ma anche finanziario, del duca normanno Ruggero. è un fatto che questi riuscì a scacciare l'antipapa da Albano, dove Clemente III si era rifugiato, costringendolo a ritirarsi fino a Civitacastellana; lì morì 1'8 settembre del 1100, dopo essere stato antipapa di ben quattro papi, ormai abbandonato da Enrico IV, a causa dell'autorità regale acquistata in Italia da suo figlio Corrado, favorevole al papa.
Tuttavia i nobili della città, tra i quali fa la sua comparsa per la prima volta Pietro Colonna, rappresentante della famiglia più famosa della Roma medievale, non disarmarono; accusando apertamente il papa di simonia, elessero un altro antipapa nella persona del cardinale di Santa Rufina, che prese il nome di Teodorico. Ma questi fu fatto subito prigioniero dai Normanni e internato nell'abbazia di Cava dei Tirreni, ove morì nel 1102. Fu eletto un secondo antipapa, il vescovo Alberto della Sabina, che venne internato dai Normanni nel monastero di S. Lorenzo in Aversa, ove finì ben presto i suoi giorni.

Pasquale in pratica aveva buoni aiuti per stroncare sul nascere questi antipapi privi dell'appoggio imperiale, ma in ogni caso il suo pontificato era destinato, come quello dei suoi predecessori e immediati successori, a barcamenarsi per mantenersi in vita in una Roma caotica "in cui si avvicendano continuamente gli scoppi di ribellione popolare, le fughe e gli esili dei papi, i loro ritorni trionfanti, le loro tragiche nuove cadute e, ancora una volta le loro immancabili ascese", secondo il quadro della città rievocato dal Gregorovius.

Dopo questi avvenimenti, che avevano finito per rinsaldare per il momento il suo potere, Pasquale II nel concilio quaresimale del 1102 rinnovò la scomunica contro Enrico IV, in un'assemblea che giurò peraltro la sua obbedienza al papa. Nel luglio moriva Corrado, ed Enrico IV, nel tentativo di riguadagnare le sue posizioni all'interno e all'esterno della Germania, annunciò nel 1103 al parlamento di Magonza la sua intenzione di intraprendere una crociata che, in linea con lo spirito religioso del tempo, prevedeva una pace generale nell'impero per quattro anni. Ma il papa non mutò atteggiamento e si rese conto che la crociata di Enrico IV era solo un inganno. Questi oltretutto doveva subire un'amara disillusione; il secondo figlio, Enrico, da lui fatto elevare alla dignità di re di Germania, proprio per opporlo al fratello Corrado, ma con un giuramento di fedeltà al padre riconosciuto come imperatore, improvvisamente nel 1104, alla morte di Corrado, gli si era ribellato, passando dalla parte dei principi avversari del padre. Si arrivò ad una guerra civile, nella quale Enrico IV fu sconfitto, fatto prigioniero e costretto dal figlio a rinunciare al titolo di imperatore. Morirà nel 1106 a Liegi, ove si era ritirato dopo esser stato liberato dai suoi fedeli e con i quali tramava invano la vendetta.

Problemi con l'Inghilterra
Nel frattempo Pasquale aveva avuto i suoi problemi anche con il nuovo re d'Inghilterra Enrico I, in un nuovo scontro tra il sovrano e l'arcivescovo di Canterbury, Anselmo, per la questione delle investiture. Ambedue avevano inviato a Roma i loro rappresentanti a Pasquale, che naturalmente si rifiutò di concedere al re il permesso delle investiture. La conseguenza fu che Anselmo venne esiliato e i beni della Chiesa confiscati nel 1104.

Rispuntava inoltre un terzo antipapa all'orizzonte e a proporlo erano al solito i nobili romani, appoggiati questa volta dal figlio di Enrico IV, prossimo ormai ad ereditare le pretese di suo padre nei confronti della Chiesa di Roma, dopo un'iniziale politica conciliante che gli era evidentemente servita solo per avere dalla sua la massa dei principi e dei vescovi tedeschi.
Il 18 novembre del 1105 il partito imperiale riusciva pertanto ad eleggere antipapa l'arciprete Maginulfo che fu chiamato Silvestro IV; questi però non ce la fece a mantenere la propria posizione a Roma e si ritirò a Tivoli con il marchese Guarniero di Ancona, che lo aveva aiutato militarmente, in attesa degli eventi.

Rinsaldato il suo potere in Roma, Pasquale II poté allacciare relazioni diplomatiche con Enrico V: questi del resto non aveva tralasciato occasione per proclamare la sua devozione alla Chiesa. Al concilio di Nordhausen nel maggio del 1105 aveva assicurato ipocritamente che si era ribellato al padre non per avidità del potere, ma proprio per riconciliare la Germania intera con Roma ed essere lui stesso il primo suddito fedele del papa. Senonché nel concilio di Guastalla dell'ottobre del 1106, dove erano presenti dei legati di Enrico V e fu promessa la concessione di un'amnistia generale per tutti i condannati dall'autorità religiosa nelle precedenti lotte tra Enrico IV e la Chiesa, non si raggiunse un preciso accordo ed Enrico V continuò a distribuire investiture.
Pasquale II allora cercò in Francia un appoggio contro il giovane re di Germania, tentando di risolvere la vertenza in atto col re Filippo I relativamente alla sua unione con Bertrada in seconde nozze, ambedue ancora scomunicati; senonché le trattative tra le parti nella primavera del 1107 a Chalons-sur-Marne non approdarono a nulla e il progettato incontro tra papa e re non avvenne.

Si risolse invece la questione con l'Inghilterra, a seguito di lunghe trattative tra Enrico I, Anselmo e una legazione pontificia, nonché la mediazione della regina Matilde, contessa di Blois, che ammirava il santo arcivescovo di Canterbury; Pasquale finì per riconoscere l'omaggio di vassalli da parte dei vescovi a condizione che il re rinunciasse alle investiture. Fu così concluso un concordato l' 1 agosto del 1107 tra il re e l'arcivescovo in un'assemblea a Londra di baroni e vescovi; in base ad esso nessun ecclesiastico poteva più ricevere l'investitura con il pastorale e l'anello, ma in compenso nessun ecclesiastico poteva essere consacrato senza aver prima prestato giuramento al re.

Enrico V seguitava invece a concedere investiture, mentre affermava di voler comunque arrivare ad un accordo e riteneva che il modo migliore fosse quello d'incontrarsi con il papa in Italia. A questo scopo egli iniziò il suo viaggio verso Roma, con un imponente esercito, nell'agosto del 1110. Di fronte all'apparente buona volontà del re si arrivò effettivamente ad un accordo a Sutri il 9 febbraio del 1111 in base al quale il re rinunciava alle investiture e il papa avrebbe comandato ai vescovi di restituire i beni e le regalie finora concesse; il 12 febbraio in San Pietro, dopo l'esecuzione dei patti stabiliti, doveva aver luogo l'incoronazione.
Accadde però che i vescovi protestarono perché non erano intenzionati a perdere la loro posizione di principi dell'impero, e si arrivò a un vero e proprio tumulto tra le parti, prossimo a sfociare in uno spargimento di sangue; il re prese il controllo della situazione militarmente, imprigionò il papa e i cardinali, deciso ad ottenere il reintegro nel suo diritto d'investitura e l'incoronazione imperiale.
Il papa attese invano aiuti dai Normanni per due mesi, dopo di che decise di cedere; si arrivò all'infamante accordo di Ponte Mammolo, l'11 aprile del 1111, in base al quale il papa consentiva al re il diritto d'investitura con anello e pastorale nelle regalie a vescovi ed abati prima della loro consacrazione, purché eletti senza simonia ma con il beneplacito del re. Sedici cardinali convalidarono la promessa papale con giuramento; da parte sua Enrico V liberò il papa, facendogli rendere omaggio anche dall'antipapa Silvestro IV che decadeva dalla sua carica. Il 13 aprile il papa incoronava Enrico V imperatore in San Pietro.
Questo privilegio d'investitura fu contestato specialmente in Italia e Francia; l'operato del papa venne messo sotto accusa, tanto che egli pensò ad un certo punto anche di abdicare. Ma nel concilio Lateranense del marzo del 1112, si trovò coinvolto nel clima di reazione con cui si faceva appello alla dignità della sede papale chiaramente compromessa. Egli dichiarò che aveva ceduto solo perché vi era stato costretto, ma l'assemblea gli impose un formale atto di fede in cui rinnegava il privilegio concesso e dichiarava di allinearsi ai princìpi di Gregorio VII e Urbano II. L'accordo del 1111 fu considerato nullo.
In altri concili si seguitò a mantenere una rigida posizione e più volte la persona del papa fu criticata; in quello del settembre del 1112, tenuto dall'arcivescovo Guido di Vienne, si espresse l'anatema contro l'imperatore e con tono minaccioso se ne volle la convalida da Pasquale, che però dichiarò di non poter venire meno al giuramento fatto e non pronunciò la scomunica. Il suo atteggiamento era contraddittorio e, mentre lasciava liberi i suoi legati di agire, lui non si esponeva personalmente; ma quando il vescovo Conone di Palestrina, legato pontificio in un concilio a Gerusalemme, si pronunciò nuovamente per una scomunica contro l'imperatore, egli si trovò coinvolto inevitabilmente, perché nel successivo concilio Lateranense del marzo del 1116 Conone pretese dal papa l'approvazione del suo operato.
Il papa e il concilio sanzionarono la scomunica, senza però che fosse fatto espressamente il nome dell'imperatore, e condannarono il privilegio imperiale d'investitura. Tutto questo avveniva mentre Enrico V entrava in Italia; morta Matilde di Toscana, egli veniva a prendere possesso delle sue ricche proprietà, per diritto di eredità come parente più importante, nonostante a suo tempo la contessa le avesse destinate al patrimonio della Chiesa. Il papa non fece obiezione, perché aveva altri problemi. Infatti, appena saputo dell'arrivo di Enrico V, in Roma erano sorti tumulti sanguinosi per il conferimento della carica di prefetto, che il papa voleva assegnare a un Pierleone; dovette invece cedere e assegnarla a Pietro, figlio del precedente prefetto, sostenuto dalla maggior parte della nobiltà vicina all'imperatore. All'approssimarsi di Enrico V a Roma, Pasquale II si rifugiava a Montecassino; mostrando ancora una volta la sua incapacità a difendere le decisioni conciliari e deludendo quindi le aspettative dei cardinali, scappava chiaramente in preda alla paura. I nobili accolsero con grande onore nella Pasqua del 1117 Enrico V e sua moglie Matilde; 1'arcivescovo di Braga, Maurice Bourdin, com'era in uso nelle maggiori feste ecclesiastiche, pose la corona imperiale sul loro capo. I cardinali si rifiutarono di presenziare alla cerimonia.
E questa volta Pasquale II ritrovò un po' della sua dignità scomunicando, in un concilio a Benevento, l'arcivescovo di Braga. Ma era poca cosa e in linea di massima la sua personalità restava ambigua e all'insegna della debolezza; ed è ben giusto che nessun mausoleo ricordi il suo pontificato.

Eppure Pasquale II va lodato per aver ripreso in Roma i lavori di rinnovamento edilizio, restaurando diverse chiese; in particolare va segnalata la ricostruzione della basilica dei Ss. Quattro Coronati distrutta dall'incendio di Roberto il Guiscardo; la consacrò pochi giorni prima della sua ultima fuga da Roma.
Solamente agli inizi del 1118 poté tornare, prendendo possesso di Castel Sant'Angelo, mentre infuriavano però di nuovo i tumulti, nel corso del quali morì il 21 gennaio del 1118. Fu sepolto in Laterano.