159.

URBANO II, beato
Eudes de Lagery

nato a Chàtillon-sur-Marne (Francia)
verso il 1042

Papa dal 12.III.1088
al 29.VII.1099

Alla morte di Vittore III Roma si trovava ancora sotto il potere dell'antipapa Clemente III e, come dopo il pontificato di Gregorio VII, anche questa volta passarono diversi mesi di "sede vacante" prima che si arrivasse ad una nuova elezione, voluta evidentemente soprattutto dai riformisti.
Si poté arrivare solo 1'8 marzo del 1088 ad una riunione a Terracina di circa quaranta membri del clero, tra cardinali, vescovi e abati; il clero romano era rappresentato da Giovanni di Porto, il popolo dal prefetto Benedetto. Si era nella piena legalità dei termini indicati dal decreto per l'elezione pontificia del 1059, pur stando fuori Roma, e si procedette pertanto all'elezione che portò il 12 marzo all'acclamazione di Eudes de Lagery, vescovo di Ostia; venne consacrato quello stesso giorno con il nome di Urbano II. Era un francese, nato verso il 1042 a Chàtillon-sur-Marne da una famiglia di cavalieri; già arcidiacono nella cattedrale di Reims, era entrato poi nell'abbazia di Cluny. Gregorio VII lo aveva elevato alla carica cardinalizia, assegnandogli il vescovado di Ostia e tenendolo sempre in gran conto per i suoi suggerimenti nell'opera di riforma, tanto da inviarlo spesso come legato in Germania. .
Infatti in una lettera scritta il giorno stesso dell'elezione ai principi e vescovi tedeschi che si erano mostrati favorevoli alla sua candidatura precisava le intenzioni di seguire la linea tracciata da Gregorio: "Respingo ciò che egli ha respinto; condanno ciò che egli ha condannato e faccio mio quanto egli ha amato; confermo e approvo quello che ha stimato giusto e cattolico, e penso anch'io come pensava lui; sono d'accordo in tutto con lui". E non poteva fin dall'inizio del suo pontificato non incontrare enormi difficoltà.
Solo nel novembre del 1088 riusciva a raggiungere Roma, scortato dall'esercito normanno, restando però come confinato nell'isola Tiberina, in una città completamente in mano a Clemente III; tuttavia non lasciò la sua sede, come Vittore III, sicuro della legalità della propria elezione, convinto di essere nel giusto, anche quando l'antipapa arrivava a scomunicarlo in un concilio tenuto in San Pietro agli inizi del 1089. Ma Urbano sapeva bene che tutto dipendeva dalla Germania e affidò la difesa della sua posizione in quelle terre al vescovo di Costanza Ghebardo, conferendogli la carica di legato apostolico nell'aprile del 1089 sulla base di precisi punti fermi indicati nella lettera di nomina: il rinnovo della scomunica a Enrico IV, Clemente III e tutti coloro che li appoggiavano, con pene rapportate alle colpe in termini strettamente giuridici. La lettera mette in mostra la prudenza di Urbano, non portato istintivamente solo a reprimere ma insieme a sviluppare un senso di vita cristiana all'insegna della giustizia.

Ma la posizione di Enrico in Germania migliorava tanto che, stroncata la resistenza armata, la maggior parte dei vescovi attualmente era dalla sua parte e si preparava a scendere in Italia; Urbano chiese aiuto ai Normanni, ma ottenne solo vaghe promesse e dovette pertanto riparare presso di loro, quando nel 1090 Enrico scese appunto verso Roma, deciso prima di tutto ad annientare l'unica persona che riusciva ad opporsi ancora a lui nel nord dell'Italia, la contessa Matilde.
Questa, rimasta vedova di Goffredo il Gobbo, dietro suggerimento del papa aveva sposato l'anno prima il giovane Guelfo V, figlio del duca di Baviera, nella speranza che Baviera e Toscana unite costituissero un baluardo di difesa del papato. Ma Guelfo, appena venne a conoscenza della donazione fatta da Matilde dei propri beni alla Chiesa già due anni prima del matrimonio, abbandonò la sposa; così, da un'unione che avrebbe dovuto essere vantaggiosa per il papa, questi non raccolse altro che la collera di Enrico.
Le battaglie furono da principio favorevoli all'imperatore, che conquistò Mantova e diverse fortezze oltre il Po; ma poi Matilde riuscì ad avere la meglio a Montebello e Canossa. Quest'ultima vittoria della contessa creò intorno a lei un entusiasmo tra molte città lombarde che si rianimarono nella lotta contro Enrico; la fama della sua gloria arrivò oltre le Alpi. Finirono per rifugiarsi presso di lei il figlio di Enrico IV, Corrado e la seconda moglie, Prassede, ambedue disgustati dalla sua politica. Prese corpo intorno a queste personalità una vera e propria lega delle città del nord, tra cui Milano, Cremona, Lodi e Piacenza, della quale era a capo la stessa Matilde, che prese personalmente il comando delle truppe.
Enrico IV, con il suo inglorioso titolo d'imperatore assegnatogli da un antipapa, perdeva improvvisamente terreno e si asserragliava nella città di Verona. Intanto Urbano II riusciva a rientrare a Roma e insediarsi finalmente nel 1094 in Laterano. Non erano stati i Normanni ad aiutarlo, ma il denaro raccolto dall'abate Goffredo di Vendòme in una colletta generale raccolta in terra di Francia, sulla base di uno spirito "crociato" che si andava ormai diffondendo. Quel denaro aveva potuto armare un esercito condotto da Ugo, conte di Vermandois, che riuscì a liberare completamente Roma in una serie continua di lotte che durarono fino al 1096; a Clemente III era rimasto solo Castel Sant'Angelo, conquistato due anni più tardi da Pierleone, capo delle forze cittadine fedeli al papa. Urbano II era ormai in grado di proseguire la sua opera di riforma senza preoccupazioni riguardo alla sua sede, almeno per il momento.
Essa si manifestò in tutta Europa, incontrando però alcune difficoltà in Inghilterra e nella sua stessa patria, ove il re Filippo I favoriva la simonia e inoltre aveva abbandonato sua moglie Berta per unirsi a Bertrada, contessa d'Anjou. Aveva fatto benedire queste seconde nozze dal vescovo di Senlis, ma nell'ottobre del 1094, Yves, vescovo di Chartres, ottenne nel concilio di Autun dal legato pontificio la scomunica del re; ciononostante Filippo e Bertrada si sottomisero alla volontà pontificia solo nel 1104.

In Inghilterra il re Guglielmo II si mostrò particolarmente ostile ad Anselmo, arcivescovo di Canterbury, per il suo attaccamento al papa e la sua intransigenza nella questione delle investiture; Anselmo venne in Italia e denunciò il comportamento del re ma ottenne, nel concilio di Bari del 1098, che Guglielmo non fosse scomunicato, per mantenere in piedi una situazione di compromesso che si sperava dovesse approdare prima o poi ad una conclusione positiva per la Chiesa, senza inimicarsi particolarmente il sovrano.

Ma a parte la riforma, Urbano II era destinato a legare il proprio nome alla prima crociata; a fianco alla lotta delle investiture, per riportare la Chiesa ad una effettiva unità, occorreva una motivazione ulteriore che impegnasse tutta la comunità cristiana in una missione religiosa universale. Quale motivazione più grande poteva esistere se non quella di liberare il Santo Sepolcro dagli infedeli musulmani?
Essa si presentò in tutta la sua opportunità in un memorabile concilio tenuto a Piacenza tra 1'1 e il 7 marzo del 1095, davanti a duecento vescovi e cinquemila ecclesiastici d'Italia e di Francia; erano presenti gli ambasciatori dell'imperatore d'Oriente Alessio che, sotto la minaccia dei Turchi a Costantinopoli, pregava il papa di inviare aiuti "contro gli infedeli per la difesa della Santa Chiesa". Era uno spunto concreto per un superamento dello scisma, ma il papa a Piacenza insistette sulla liberazione di tutte le Chiese d'Oriente dal pericolo musulmano: il Santo Sepolcro doveva costituire l'inizio di una grande impresa.
In simili frangenti la concezione teocratica di Gregorio VII, portata avanti da Urbano II, si fa effettivamente opera missionaria, che punta su una psicosi di massa alimentata dal rinnovato fervore religioso. Occorre quindi dare corpo ad essa con un'organizzazione precisa che trasformi dei comuni soldati in militari di Cristo, in una "guerra santa" alla conquista cristiana del mondo. A questo scopo Urbano II nell'agosto del 1095 parte per la sua Francia.
Da Piacenza il papa si reca a Cremona, dove Corrado, da poco incoronato re d'Italia dall'arcivescovo di Milano, gli rende omaggio; di lì a Le-Puy-en-Velay, dove s'incontra con il vescovo di Monteil e organizza un grosso concilio per il 18 novembre a Clermont. In un'affascinante discorso il papa, descrivendo le sciagure di Gerusalemme, con la profanazione dei Luoghi Santi in Palestina da parte dei Turchi, e dando corpo alla sua travolgente orazione con immagini prese dalla Bibbia, esortò il mondo cristiano a cingere la spada contro i Turchi; il mondo cristiano, che aveva peccato, si sarebbe riscattato a quel prezzo perché "Dio lo vuole!". E questo fu il grido di battaglia della crociata.

L'impresa doveva essere effettuata da principi cristiani e cavalieri in un esercito considerato militia Christi; essa rappresentava in un certo qual modo lo sfogo di una massa di energie represse poste al servizio di un ideale religioso con tanto di ricompensa e privilegi, che finirono per diventare col tempo, esaurito il primo entusiasmo, la molla effettiva che spingeva il crociato a partire. A parte la concessione di un'indulgenza plenaria dai peccati, perché appunto la crociata doveva essere principalmente un pellegrinaggio, al crociato venivano accordate immunità da tasse e gabelle, come pure una moratoria per i debiti civili. Divenne legge ecclesiastica universale la "tregua di Dio", sotto la cui protezione furono assicurati i beni dei crociati.
Il resto fa parte della storia d'Europa e, come tale, della sua riconquista economica del Mediterraneo, nella quale il sogno di Urbano dell'unione delle due Chiese e la riconquista dei Luoghi Santi erano destinati a naufragare alla stregua del potenziamento di un imperialismo commerciale nel Levante.

Urbano II morì il 29 luglio del 1099, prima di essere venuto a conoscenza del successo della prima crociata, in una Roma nuovamente angustiata dalle lotte interne con l'irrinunciabile onnipresente Clemente III, che lo aveva nuovamente costretto a vivere nel palazzo fortificato di Pierleone. Fu sepolto nella cripta di San Pietro accanto ad Adriano I; beatificato dalla Chiesa, ne fu confermato il culto nel 1881.