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URBANO II, beato
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Alla morte di Vittore III Roma si trovava ancora sotto il potere dell'antipapa
Clemente III e, come dopo il pontificato di Gregorio VII, anche questa volta passarono
diversi mesi di "sede vacante" prima che si arrivasse ad una nuova elezione, voluta
evidentemente soprattutto dai riformisti.
Si poté arrivare solo 1'8 marzo del 1088 ad una riunione a Terracina di circa quaranta membri del clero, tra cardinali, vescovi e abati; il clero romano era rappresentato da Giovanni di Porto, il popolo dal prefetto Benedetto. Si era nella piena legalità dei termini indicati dal decreto per l'elezione pontificia del 1059, pur stando fuori Roma, e si procedette pertanto all'elezione che portò il 12 marzo all'acclamazione di Eudes de Lagery, vescovo di Ostia; venne consacrato quello stesso giorno con il nome di Urbano II. Era un francese, nato verso il 1042 a Chàtillon-sur-Marne da una famiglia di cavalieri; già arcidiacono nella cattedrale di Reims, era entrato poi nell'abbazia di Cluny. Gregorio VII lo aveva elevato alla carica cardinalizia, assegnandogli il vescovado di Ostia e tenendolo sempre in gran conto per i suoi suggerimenti nell'opera di riforma, tanto da inviarlo spesso come legato in Germania. . Infatti in una lettera scritta il giorno stesso dell'elezione ai principi e vescovi tedeschi che si erano mostrati favorevoli alla sua candidatura precisava le intenzioni di seguire la linea tracciata da Gregorio: "Respingo ciò che egli ha respinto; condanno ciò che egli ha condannato e faccio mio quanto egli ha amato; confermo e approvo quello che ha stimato giusto e cattolico, e penso anch'io come pensava lui; sono d'accordo in tutto con lui". E non poteva fin dall'inizio del suo pontificato non incontrare enormi difficoltà. Solo nel novembre del 1088 riusciva a raggiungere Roma, scortato dall'esercito normanno, restando però come confinato nell'isola Tiberina, in una città completamente in mano a Clemente III; tuttavia non lasciò la sua sede, come Vittore III, sicuro della legalità della propria elezione, convinto di essere nel giusto, anche quando l'antipapa arrivava a scomunicarlo in un concilio tenuto in San Pietro agli inizi del 1089. Ma Urbano sapeva bene che tutto dipendeva dalla Germania e affidò la difesa della sua posizione in quelle terre al vescovo di Costanza Ghebardo, conferendogli la carica di legato apostolico nell'aprile del 1089 sulla base di precisi punti fermi indicati nella lettera di nomina: il rinnovo della scomunica a Enrico IV, Clemente III e tutti coloro che li appoggiavano, con pene rapportate alle colpe in termini strettamente giuridici. La lettera mette in mostra la prudenza di Urbano, non portato istintivamente solo a reprimere ma insieme a sviluppare un senso di vita cristiana all'insegna della giustizia. Ma la posizione di Enrico in Germania migliorava tanto che, stroncata la resistenza armata, la maggior parte dei vescovi attualmente era dalla sua parte e si preparava a scendere in Italia; Urbano chiese aiuto ai Normanni, ma ottenne solo vaghe promesse e dovette pertanto riparare presso di loro, quando nel 1090 Enrico scese appunto verso Roma, deciso prima di tutto ad annientare l'unica persona che riusciva ad opporsi ancora a lui nel nord dell'Italia, la contessa Matilde.
In Inghilterra il re Guglielmo II si mostrò particolarmente ostile ad Anselmo, arcivescovo di Canterbury, per il suo attaccamento al papa e la sua intransigenza nella questione delle investiture; Anselmo venne in Italia e denunciò il comportamento del re ma ottenne, nel concilio di Bari del 1098, che Guglielmo non fosse scomunicato, per mantenere in piedi una situazione di compromesso che si sperava dovesse approdare prima o poi ad una conclusione positiva per la Chiesa, senza inimicarsi particolarmente il sovrano. Ma a parte la riforma, Urbano II era destinato a legare il proprio nome alla prima crociata; a fianco alla lotta delle investiture, per riportare la Chiesa ad una effettiva unità, occorreva una motivazione ulteriore che impegnasse tutta la comunità cristiana in una missione religiosa universale. Quale motivazione più grande poteva esistere se non quella di liberare il Santo Sepolcro dagli infedeli musulmani?
L'impresa doveva essere effettuata da principi cristiani e cavalieri in un esercito considerato militia Christi; essa rappresentava in un certo qual modo lo sfogo di una massa di energie represse poste al servizio di un ideale religioso con tanto di ricompensa e privilegi, che finirono per diventare col tempo, esaurito il primo entusiasmo, la molla effettiva che spingeva il crociato a partire. A parte la concessione di un'indulgenza plenaria dai peccati, perché appunto la crociata doveva essere principalmente un pellegrinaggio, al crociato venivano accordate immunità da tasse e gabelle, come pure una moratoria per i debiti civili. Divenne legge ecclesiastica universale la "tregua di Dio", sotto la cui protezione furono assicurati i beni dei crociati.
Urbano II morì il 29 luglio del 1099, prima di essere venuto a conoscenza del successo della prima crociata, in una Roma nuovamente angustiata dalle lotte interne con l'irrinunciabile onnipresente Clemente III, che lo aveva nuovamente costretto a vivere nel palazzo fortificato di Pierleone. Fu sepolto nella cripta di San Pietro accanto ad Adriano I; beatificato dalla Chiesa, ne fu confermato il culto nel 1881. |