191.

NICOLÒ IV
Girolamo Masci

Nato a Lisciano (Ascoli P.) verso il 1230

Papa dal 22.II.1288 al 4.IV.1292

Fu il primo francescano a diventare papa.
Proseguì l'opera di abbellimento della città iniziata dai suoi predecessori, favorì gli Angiò contro gli Asburgo e combatté le tendenze pauperistiche dei francescani spirituali.

Alla morte di Onorio IV, i cardinali si riunirono in conclave nella casa del papa defunto, ma non riuscirono a raggiungere un accordo; sopraggiunta l'estate e con essa un'epidemia di malaria, sei di essi morirono e gli altri fuggirono per evitare il contagio. Unico a restare sul campo, nella chiesa di S. Sabina, sfidando la morte, fu il cardinale Girolamo Masci; e forse per premio di questa sua costanza, quando dopo un anno di "sede vacante" il collegio cardinalizio tornò a riunirsi, il 22 febbraio 1288, lo elesse papa. Fu consacrato il giorno stesso col nome di Niccolò IV.

Nato verso il 1230 a Lisciano, presso Ascoli Piceno, era di umili origini; francescano e generale dell'Ordine, segnalatosi in Oriente come legato di Gregorio X, era stato nominato cardinale da Niccolò III e vescovo di Palestrina da Martino IV. Fu il primo pontefice proveniente dai Francescani, incurante degli interessi personali, tutto proteso nel tentativo di instaurare la pace nel mondo.

Come ad Onorio IV, i Romani affidarono a lui la potestà senatoria a vita, ma egli se ne liberò immediatamente nominando senatori uno dietro l'altro due Orsini, prima Orso e poi Bertoldo. Nel primo anno del suo pontificato infatti la situazione a Roma era piuttosto caotica con scontri tra le fazioni dei nobili che si contendevano il primato, una volta caduto con Onorio IV il dominio dei Savelli. Egli si ritirò a Rieti, ma vedendo che gli Orsini erano incapaci di controllare la situazione e ristabilire la pace, finì per affidarsi alla famiglia Colonna, con la quale era in effetti legato da vincoli di amicizia.
Cominciò con l'assegnare a Giovanni Colonna la marca di Ancona, nominando poi il figlio maggiore, Pietro, cardinale di S. Eustachio e il più giovane, Stefano, conte della Romagna; quest'ultimo, di temperamento molto violento, finì però per inimicarsi i Comuni e i nobili. Ci fu un'insurrezione, guidata dai figli di Guido da Polenta, e il conte fu fatto prigioniero nel novembre del 1290; ci volle allora tutta la fermezza e la diplomazia del vescovo di Arezzo, Ildebrando di Romena, inviato immediatamente dal papa, per sedare la rivolta e liberare Stefano dal carcere.

A Roma nel frattempo si era trionfalmente insediato in Campidoglio Giovanni Colonna, nominato senatore unico; a questo autentico padrone della Campagna romana Niccolò IV affidò completamente il dominio della città, preferendo risiedere da parte sua a Viterbo, in Sabina o in Umbria, fiducioso del nobile amico. Una dimostrazione pratica della potenza sovrana raggiunta da Giovanni Colonna si ebbe quando i Romani scatenarono una violenta guerra contro Viterbo, che si rifiutava di assolvere ai doveri imposti dal rapporto di vassallaggio con Roma; il papa si fece mediatore della pace, che fu conclusa e firmata nel maggio del 1291 dal senatore Colonna. Essa comportò un rinnovato giuramento di fedeltà da parte dei Viterbesi, con un risarcimento dei danni di guerra, nelle mani del senatore, effettivo reggente pontificio.

Il problema dell'Italia meridionale e della Sicilia fu invece personalmente affrontato da Niccolò: Carlo II, per ottenere la liberazione dalla prigionia aragonese, nel 1288 aveva rinunciato di nuovo alla Sicilia con un altro trattato stipulato a Oléron con la mediazione del re Edoardo I d'Inghilterra. Anche questa volta però il trattato fu respinto dal papa, in linea con la politica di Onorio IV; esigeva un rilascio senza condizioni dell'Angioino. Tale pretesa non fu ovviamente esaudita e Niccolò IV si vide costretto ancora alla riscossione per tre anni di nuove decime sui beni del clero; voleva fermamente aiutare Carlo alla riconquista del feudo siciliano contro Giacomo d'Aragona. Seguì invece un terzo trattato a Champfranc con l'immediata liberazione di Carlo, questa volta proprio per far trovare il papa di fronte al fatto compiuto. Niccolò respinse le condizioni solite, peraltro giurate dal suo vassallo, e provvide comunque a incoronare Carlo II a Rieti nel maggio del 1289.

Ma finché Giacomo avesse trovato appoggio nel fratello, il re Alfonso III d'Aragona, le speranze di riprendere la Sicilia erano piuttosto scarse; peraltro risultò inutile il piano messo in atto dalla Curia per separare l'Aragona dalla Sicilia. Essa organizzò una grande coalizione con la Francia e la Castiglia, per cui Alfonso, considerando che le Cortes erano poco favorevoli ad appoggiare l'impresa siciliana, si convinse ad abbandonare il fratello. Ma tutto si vanificò con la morte del re Alfonso nel giugno del 1291: Giacomo di Sicilia, come erede del fratello, riunì nelle sue mani i due regni nominando il fratello minore, Federico, governatore dell'isola. A nulla valsero le intimazioni del papa di restituire la Sicilia agli Angioini e Giacomo accettò tranquillamente la sua scomunica; la questione avrebbe trovato una risoluzione solo con Bonifacio VIII.

A Roma nel frattempo la dominazione dei Colonna cominciava a suscitare violente reazioni da parte degli altri nobili; come ricorda il Gregorovius "il papa veniva deriso per essersi dato anima e corpo ad una sola famiglia e delle satire venivano composte contro di lui". In un libello intitolato Initium malorum "lo si rappresentava confitto in una colonna, stemma di quella famiglia, da cui spuntava fuori soltanto la sua testa con la tiara, mentre ai lati erano altre due colonne simboleggianti i due cardinali Colonna". Si arrivò ad un compromesso con gli Orsini che aspiravano ad assumere di nuovo la dignità senatoria: nel 1291 fu eletto Pandolfo Savelli e, l'anno seguente, il potere fu diviso tra Stefano Colonna, ex conte di Romagna, e Matteo Rinaldo Orsini.

Niccolò IV desiderò proseguire l'opera di abbellimento della città ricominciata da Niccolò III e lo fece con grande impegno, tanto da poter essere definito un autentico mecenate del XIII secolo. Grazie a lui svolsero infatti a Roma la loro attività artisti come Arnolfo di Cambio, Pietro Cavallini e Giacomo Torriti. A questi, in particolare, fu affidato il restauro dell'abside di S. Giovanni, con il grande mosaico creato usando in parte i vecchi mosaici, e la costruzione di una nuova grande abside a S. Maria Maggiore. Va segnalato inoltre l'incremento dato da questo papa all'attività missionaria, affidata in special modo ai Francescani: tra questi si distinse Giovanni da Monte Corvino, che diffuse il messaggio cristiano nell' Asia, arrivando fino in India e Cina. Egli sarà il primo arcivescovo di Cambalùc (Pechino) nel 1307.

Niccolò IV morì il 4 aprile del 1292 in quel palazzo che si era fatto costruire presso S. Maria Maggiore, la chiesa dove fu sepolto; un anno prima era morto Rodolfo d'Asburgo, senza aver potuto ricevere a Roma la corona imperiale. In Oriente cadeva Acri, ultimo possedimento cristiano in Siria, e si concludeva così miseramente il capitolo delle crociate. La Chiesa aveva visto inesorabilmente vanificarsi lo spirito mistico che le aveva originate e, in un mondo che cambiava, avrebbe riversato saggiamente nelle missioni l'anelito di fede, speranza e carità, guidato però anche a volte dal possente ingranaggio della politica pontificia, quasi longa manus di un potere imperialista.