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CELESTINO V
Pietro Angeleri da Morrone

nato a Isernia nel 1215

Eletto papa il 5.VII
consacr. il 29.VIII.1294
Morto il 13.XII.1294

"Colui che fece per viltà il gran rifiuto"

Dopo la morte di Niccolò IV, il collegio dei dodici cardinali nell'aprile del 1292 si riunì alcune volte a S. Maria Maggiore, all'Aventino e a S. Maria sopra Minerva, ma non trovò mai un accordo, finché dovette sciogliersi per una sopravvenuta epidemia di peste; il cardinale francese Cholet morì e, passato il pericolo del contagio, gli undici superstiti ritrovatisi non erano neanche d'accordo sulla località destinata alle riunioni.
I Colonna e i loro sostenitori restarono a Roma, gli altri si trasferirono a Rieti; di fronte alla minaccia di uno scisma, ci si accordò per Perugia. Lì si riunirono il 18 ottobre 1293, ma i contrasti non erano sanati e passavano i mesi senza che si arrivasse ad eleggere il nuovo papa. Né valevano a conciliare gli animi dei porporati le notizie dei disordini scoppiati a Roma, ai quali si era rimediato con l'elezione di due senatori neutrali, e le proteste che giungevano da ogni parte degli ambienti ecclesiastici per i gravi inconvenienti determinati dalla lunga "sede vacante".

Alla fine di marzo del 1294 si recarono a Perugia Carlo II e suo figlio Carlo Martello, intervenendo personalmente nella sala delle adunanze, che sarebbe dovuta restare inaccessibile, anche se non si trattava di una vera e propria stanza di segregazione. Il re sollecitava l'elezione perché aveva in corso nuove trattative con Giacomo II d'Aragona, che sembravano concretizzarsi in una rinuncia da parte di questi alla Sicilia, e gli serviva pertanto l'approvazione del trattato da parte di un papa. Per tutta risposta, lui e suo figlio furono scacciati dalla sala delle riunioni specialmente pèr le rimostranze del cardinale Benedetto Caetani. Ma in ogni caso i cardinali si convinsero che una decisione andava pur presa; a toglierli dall'imbarazzo fu il cardinale decano Latino Malabranca, che portò a conoscenza dei colleghi la predicazione dell'eremita Pietro da Morrone. Questi, profeticamente, minacciava la Chiesa di gravi malanni se non si fosse provveduto all'elezione del papa entro l'1 novembre. È probabile che Carlo II, tornando nel suo regno, si fosse recato da Pietro sul monte Morrone e, puntando sul vivo desiderio di questo eremita di veder eletto il papa, lo avesse convinto a scrivere una lettera al cardinale Latino, che da tempo stimava la sua ascetica figura. E il cardinale Latino, esaltando i fatti miracolosi attribuiti a quel santo uomo, propose la sua candidatura e la difese coraggiosamente di fronte alle logiche perplessità dei porporati, vedendo nella limpida religiosità dell'eremita la persona più degna a ricoprire l'alto ufficio di vicario di Cristo in terra.
E così, il 5 luglio del 1294, dopo ventisette mesi, il collegio cardinalizio elesse papa all'unanimità il frate Pietro Angeleri, precisando nel decreto di elezione che l'accordo finalmente raggiunto non poteva essere avvenuto che per un prodigio, "quasi per ispirazione". Tuttavia, come osserva il Seppelt, "non si deve però con questo escludere che ad alcuni cardinali, come a Benedetto Caetani, freddo calcolatore politico, il consenso fosse stato facilitato dalla consapevolezza di poter riuscire ad avere un'influenza decisiva negli affari curiali, stante la sicura inesperienza in proposito dell'eremita e la sua indubbia estraneità alle cose del mondo". D'altronde un disaccordo di fondo tra i cardinali restò, se nessuno di loro se la sentì di recare la notizia al prescelto nel suo eremo sulla Maiella, e furono per questo deputati tre vescovi esterni al collegio.

Pietro Angeleri era nato il 1215 a Isernia da una famiglia di contadini, penultimo di dodici figli; giovanissimo si era fatto monaco benedettino, ma una volta ricevuta la consacrazione sacerdotale a Roma, aveva preferito ritirarsi in un eremo alle pendici del monte Morrone, sopra Sulmona. Interrotta per qualche tempo la vita eremitica, aveva organizzato i suoi fedeli in un gruppo comunitario, che ottenne il riconoscimento da Gregorio X come ramo dell'ordine benedettino; la congregazione si chiamò semplicemente "dei frati di Pietro da Morrone" e solo successivamente, dal nome pontificio del fondatore, i frati si chiamarono Celestini.

Un entusiasmo enorme invase l'animo della congregazione appena si seppe dell'elezione di Pietro alla dignità pontificia; il fatto che un umile anacoreta diventasse papa sembrava dar credito alle profezie di Gioacchino da Fiore. E Jacopo Stefaneschi, figlio del senatore, ha descritto in versi, come testimone oculare, quei momenti di frenesia popolare che accompagnarono l'annuncio fatto in una grotta al vecchio eremita dell'altissima dignità a cui era elevato. Egli inizialmente rifiutò; poi accettò, ma con estrema riluttanza, in un vero e proprio dramma interiore, che Ignazio Silone ha intensamente evidenziato nel suo libro L'avventura di un povero cristiano.
"Se rifiuto, mi dicevo, come potremo continuare a lamentarci che la Santa Sede, invece di essere un centro di pace e di fraternità, si lasci trascinare nei conflitti tra i principi e gli stati e perfino benedica le armi fratricide?", si domanda il santo frate in un monologo del dramma di Silone. E prosegue: "Come potremo rammaricarci che l'insegnamento di San Francesco, pur così recente, sia volutamente travisato e i suoi seguaci più fedeli siano deferiti ai tribunali ecclesiastici? Appena però propendevo per l'accettazione e riflettevo ai miei doveri imminenti, mi sentivo daccapo cadere le braccia. Mi chiedevo: dove troverò il sapere, la saggezza, l'esperienza che mi mancano? Di chi potrò fidarmi nella Curia di Roma?". Del resto anche allora qualche perplessità si elevò al di sopra della folla osannante degli umili, e Jacopone da Todi non condivise le illusioni dei propri confratelli spirituali indirizzando al neoeletto il famoso ammonimento che cominciava:

Che farai Pier da Morrone? 
Sei venuto al paragone.
Al quale faceva seguito la giustificazione della propria diffidenza:
L' ordene cardenalato
posto è en basso stato; 
ciaschedun suo parentato 
d'arriccare ha entenzione.

Guardate dai prebendate
che sempre i troverà afamate; 
tant' è la lor siccitate
che non ne va per potagione.
Guardate dai barattere
che il ner per bianco fan vedere; 
se non te sai ben schirmire, 
canterai mala canzone.

I cardinali avevano chiamato Pietro a Perugia, ma lui li convocò all'Aquila, perché così voleva Carlo II, al quale il neoeletto si era subito affidato per avere dei consigli, quando se lo vide arrivare fino alla grotta con il figlio Carlo Martello. Il corteo pontificio si mosse verso la città in una veste di umiltà tale che nella fantasia popolare assunse l'aspetto dell'ingresso di Gesù a Gerusalemme: il papa-eremita, avvolto nella povera tonaca, in groppa ad un asino guidato per le briglie da un re e da un principe, tra un accorrere in massa di popolo. Il 29 agosto del 1294 Pietro veniva consacrato nella chiesa di S. Maria di Collemaggio, fuori delle mura dell'Aquila, con il nome di Celestino V.
E da papa questo "povero cristiano" cadde alle piene dipendenze del re Carlo, dietro consiglio del quale ripristinò immediatamente la costituzione di Gregorio X sull'elezione pontificia, elevando l'Angioino a "maresciallo" del futuro conclave, e nominò ben dodici cardinali, tra i quali sei erano francesi, quattro dell'Italia meridionale e due membri della congregazione di Celestino. Accontentò inoltre Carlo, ratificando il suo trattato con Giacomo II d'Aragona, in base al quale la Sicilia si sarebbe riunita al regno angioino; la pace sarebbe stata firmata l'anno dopo con Bonifacio VIII.

Nell'autunno il papa pensava di recarsi a Roma, ma Carlo lo convinse a trasferire la sede della Curia a Napoli, perché la cosa gli sarebbe tornata utile per condurre in porto le trattative di pace con l'Aragona. Celestino V fissò la residenza al Castelnuovo e in una sala si fece costruire una ristretta camera in legno dove si rifugiava per pregare. Venne maturando allora in lui l'idea di rinunciare alla dignità pontificia e, una volta naufragato il progetto di affidare a tre cardinali il governo della Chiesa come suoi reggenti, ne fece partecipe il cardinale Benedetto Caetani, esperto di diritto canonico. Gli sottopose il quesito sulla legittimità o meno di una rinuncia alla carriera pontificia e, saputo che giuridicamente essa era senza dubbio contemplata, si decise al gran passo.
Inutilmente Carlo cercò di dissuaderlo; il 13 dicembre del 1294, in un concistoro, data lettura di una bolla appositamente stilata per l'occasione, nella quale si autorizzava l'abdicazione di un papa per gravi motivi, lesse la formula della propria abdicazione. Bolla e formula erano state chiaramente compilate dal Caetani, che la vedeva lunga sul futuro della propria candidatura al prossimo conclave con quell' amorevole subdola assistenza al povero papa che si sentiva perduto, schiacciato dal potere.

E la sua rinuncia non è assolutamente una prova d'ignavia come la classificò Dante, se mai il poeta alluse a lui nel suo Inferno (III, 59-60). Celestino V non "fece per viltade il gran rifiuto" ma più giustamente, secondo quanto precisò il Petrarca, bisogna considerare "il suo operato come quello di uno spirito altissimo e libero che non conosceva imposizioni, di uno spirito veramente divino". In realtà egli depose la dignità pontificia quando si avvide che era impossibile esercitare il potere senza venir meno ai più semplici dettami della morale cristiana, perché "l'esercizio del comando asservisce", come fa dire Silone a Celestino in un altro passo del suo libro: "L'aspirazione a comandare, l'ossessione del potere è, a tutti i livelli, una forma di pazzia. Mangia l'anima, la stravolge, la rende falsa. Anche se si aspira al potere "a fin di bene", soprattutto se si aspira al potere "a fin di bene". La tentazione del potere è la più diabolica che possa essere tesa all'uomo, se Satana osò proporla perfino a Cristo. Con lui non riuscì, ma riesce con i suoi vicari".

La rinuncia di Celestino V, in ultima analisi, piuttosto dimostrava, come ha notato il Seppelt, "che il capo supremo della Chiesa mondiale, oltre a condurre una vita irreprensibile e santa, non avrebbe dovuto mancare della necessaria cultura e delle capacità adeguate al suo alto ufficio", nel binomio contrastante Chiesa politica-Chiesa mistica, chiave di volta dell'interpretazione del papato, il più difficile potere esistente su questa terra per i controsensi ad esso sottesi.

"L'avventura" di questo papa-eremita non ebbe comunque termine con la rinuncia; egli avrebbe voluto tornare nell'eremo, ma il subdolo amico dei suoi ultimi giorni di pontificato, Benedetto Caetani, non glielo permise. Una volta eletto papa col nome di Bonifacio VIII, questi ebbe timore che i propri avversari ritirassero fuori il vecchio dimissionario per opporlo a lui in uno scisma; lo fece catturare il 16 maggio del 1295 dal connestabile del regno, Guglielmo l'Estendard, dopo un suo fallito tentativo di fuga verso l'Oriente. Condotto prima a Capua e di lì ad Anagni, nella residenza di Bonifacio VIII, Pietro fu da questi rinchiuso nella rocca di Fumone, sopra Ferentino, dove morì il 19 maggio del 1296.
Corse subito voce che fosse stato assassinato per ordine di Bonifacio; e la fama di martire restò comunque legata al suo nome, come testimoniano una serie di raffigurazioni iconografiche, tra le quali l'immagine a rilievo scolpita sulla campana maggiore della badia di S. Spirito a Sulmona e un affresco del XIV secolo nell'eremo di S. Onofrio.

Celestino V fu sepolto in un primo momento nel monastero di S. Antonio a Ferentino, ma poi le sue spoglie furono trasportate nella chiesa di S. Maria di Collemaggio, nella quale era stato consacrato papa. Clemente V, su sollecitazione di Filippo il Bello, lo canonizzò "santo confessore", anziché martire.