40.

INNOCENZO I, santo

di Albano
Papa dal 22 dicembre 401
al 12 marzo 417

Innocenzo, nativo di Albano, e figlio, secondo Girolamo, di Anastasio I, fu eletto papa il 22 dicembre del 401.
Notevole fu con lui l'incremento che ebbe il primato di Roma su tutta la Chiesa: lo attestano le sue "decretali" e da esse si delinea la personalità piuttosto autoritaria di Innocenzo, che da molti è considerato "il primo papa". Ma è sostanzialmente esatto quanto a tale proposito dice il Falconi: "egli primo papa lo fu in modo estremamente embrionale e quindi assai difficilmente discernibile, mentre in Leone I le caratteristiche e le funzioni storiche del pontefice romano appaiono a uno stadio di sviluppo inequivocabile e netto". Come ho indicato nella premessa, fin da S. Pietro vengo usando indifferentemente i termini "vescovo di Roma" e "papa", per cui la questione sull'attribuzione di "primo papa" a Innocenzo I o Leone I la ritengo marginale.

Nel primo periodo del suo pontificato, Innocenzo fu preso dalle tragiche sventure di S. Giovanni detto Crisostomo, cioè "bocca d'oro", ovviamente per le insigni doti oratorie, che però gli procurarono inimicizie a Costantinopoli, di cui era vescovo dal 398. Particolarmente seccata dal tono austero delle sue prediche era l'imperatrice Eudossia, che trovò appoggio nel patriarca di Alessandria, Teofilo. Questi, riuniti 36 vescovi nella villa della Quercia, vicino Calcedonia, in Bitinia, nel 403, era riuscito a farlo deporre ed esiliare. Richiamato a furor di popolo, fu esiliato una seconda volta in Armenia, reo di aver condannato una festa organizzata a corte in onore di Eudossia, che ovviamente si era risentita. L'intervento di Innocenzo si ebbe in seguito al l'invio a Roma di lettere da parte di Crisostomo e di Teofilo, ovviamente ognuna con accuse e difese reciproche; il papa era convinto dell'innocenza di Crisostomo e si dette da fare presso Onorio perché convocasse un concilio; l'imperatore aveva già i suoi problemi con i barbari dilaganti in Italia e il concilio non ci fu. Innocenzo non poté far altro che inviare un'ambasceria a Costantinopoli, ma i suoi vescovi non furono neanche ricevuti e la situazione non mutò. S. Giovanni morì in esilio nel 407. In tale occasione le lettere di Innocenzo servirono più da conforto per il Crisostomo che ad altro, e sotto certi aspetti bisogna riconoscere che il vescovo di Roma uno smacco lo aveva pur subito; anche se in tutta la questione dimostrò fermezza.

Altro episodio importante nell'episcopato di Innocenzo fu il sacco di Roma compiuto dai Goti di Alarico nel 410: esso fu la logica conseguenza di un impero sempre più indifeso, lasciato alle improvvisazioni anche valorose ma non risolutive di generali come Stilicone (destinato a cadere in disgrazia ed essere condannato a morte) e in balia di imperatori incapaci come Onorio, che alle minacce continue dei Goti non sapeva opporre altro che la paura. Questi, rinchiusosi a Ravenna, fece rimbalzare le responsabilità della difesa di Roma sul Senato, chiaramente sprovveduto e che non poteva ricorrere altro che a pagamenti di tributi, come infatti avvenne nel 408; non risultarono però sufficienti ad accontentare le continue richieste di Alarico che oltre all'oro voleva anche terre, come la Pannonia. Il Senato accondiscese perfino a riconoscere nel prefetto Attalo un pretendente alla corona imperiale, ma questi non aveva la personalità per esautorare Onorio, e lo stesso Alarico deluso lo depose.
Nacque l'idea di un'ambasceria a Ravenna per convincere Onorio ad accondiscendere alle richieste del re goto; dell'ambasceria, composta di senatori, fece parte anche Innocenzo. Un momento importante questo per la Chiesa di Roma, impegnata come fu in una attività civile che dà un immagine nuova della figura del suo vescovo. Tutto comunque risultò vano; Alarico, spazientito dagli indugi di Onorio dà mano libera ai suoi Goti che il 24 agosto entrano in Roma e per tre interi giorni la depredano.
Tuttavia qualche assicurazione Alarico, anche se ariano, ma pur sempre cristiano, doveva averla data ad Innocenzo, nell'eventualità che le cose andassero al peggio. Alcuni episodi ricordati dal Gregorovius sulla scorta di leggende e notizie storiche d'epoca lo potrebbero confermare: "Alarico aveva dato ai suoi guerrieri piena libertà di saccheggio, ordinando tuttavia di risparmiare la vita degli abitanti e di rispettare le chiese e in particolare le basiliche dei due apostoli usate dai cittadini come luogo di rifugio". Quando i Goti fecero irruzione nella casa di Marcella sull'Aventino, lei "la prima monaca romana di nobile stirpe, mostrò i suoi umili vestiti di penitente e, sotto i colpi feroci dei carnefici, abbracciò loro le ginocchia pregandoli soltanto di risparmiare le virtù della sua figlia adottiva Principia. Il cuore dei barbari si commosse ed essi stessi condussero le pie donne nell'asilo di S. Paolo". E ancora, "un goto, penetrato in una casa, vi trovò una pia giovinetta che, sola e indifesa, custodiva intrepidamente un tesoro di suppellettili preziose ammucchiate l'una sull'altra. Stava per precipitarsi su quella preda, quando le pacate parole della giovane donna lo fecero indietreggiare dallo spavento: facesse pure ciò che voleva; quei tesori appartenevano all'apostolo Pietro, che avrebbe certo saputo fare giustizia del sacrilego predone. Dopo queste parole, il barbaro avrebbe preferito allungare la mano sopra un tizzone ardente: tornò indietro e, riferito l'accaduto ad Alarico, ebbe l'ordine di scortare il tesoro dell'apostolo e la sua custode fino al sicuro asilo di S. Pietro".
Tutto questo può accreditare il concetto di Innocenzo precursore di Leone Magno come defensor Urbis, in un impegno civile della sua persona: "Innocenzo insomma avrebbe anticipato, sia pure in modo più modesto", come osserva il Falconi, "lo stesso gesto che ha reso leggendario Leone Magno andato ad incontrare Attila fin nell'Italia settentrionale" .

A Roma Innocenzo s'impegnò inoltre, una volta passata l'orda barbara, nella lotta contro l'eresia degli ultimi manichei e quella nuova di Pelagio, smascherato da S. Girolamo; in un concilio tenuto a Cartagine nel 411 viene scomunicato Celestio, suo discepolo.

La dottrina pelagiana, che non riconosceva il peccato originale e dava importanza risolutiva per la salvezza al solo libero arbitrio, nonostante queste condanne ufficiali, fece numerosi seguaci in Oriente, e specialmente in Terra Santa, perché il vescovo di Gerusalemme, Giovanni, si era mostrato favorevole ad essa. Una sorta di fanatismo caratterizzava i pelagiani che si dettero ad atti di vandalismo nei confronti di monasteri contrari alle loro idee. Lo stesso Girolamo si salvò a stento da un incendio.
Innocenzo, messo al corrente degli avvenimenti, riunì a Roma nel 417 un concilio che condannò il pelagianesimo.

Va infine segnalata l'attività edilizia di questo papa: costruì la basilica dei santi Gervasio e Protasio, eretta grazie ai lasciti della matrona Vestina e che sarebbe stata in seguito dedicata a S. Vitale; provvide anche alla decorazione della basilica di S. Agnese.

Innocenzo I morì il 12 marzo del 417 e fu sepolto nel cimitero ad Ursum pileatum, insieme al padre Anastasio I, sulla via di Porto.