45.

LEONE I MAGNO

della Tuscia
Papa dal 22.IX.440 al 10.IX.461

Arcidiacono (430), consigliere di Celestino I e di Sisto III, inviato da Valentino a pacificare le Gallie, venne eletto papa nel 440 circa. Fu un papa energico, avversò le sopravvivenze del paganesimo; combatté manichei e priscillanisti. Intervenne d’autorità nella polemica cristologica che infiammava l’Oriente, convocando il concilio ecumenico di Calcedonia, nel quale si proclamava l’esistenza in Cristo di due nature, nell’unica persona del Verbo. Nel 452 fu designato dal debole imperatore Valentiniano III a guidare l’ambasceria romana inviata ad Attila. I particolari della missione furono oscuri: è solo che il re degli Unni, dopo l’incontro con la delegazione abbandonò l’Italia. Quando Genserico nel 455 entrò in Roma, Leone ottenne dai Vandali il rispetto della vita degli abitanti, ma non poté impedire l’atroce saccheggio dell’Urbe. Dotato di un alto concetto del pontificato romano, fece rispettare ovunque la primazia del vescovo di Roma. Compose anche preghiere contenute nel “Sacramentario Veronese”. Benedetto XIV, nel 1754 lo proclamò dottore della Chiesa.
E’ il primo papa che ebbe il titolo di Magno (Grande).


Leone, diacono nativo di Volterra, nella Tuscia, fu eletto papa all'unanimità dal clero e dal popolo il 29 settembre del 440.

Il suo regno ha lasciato un segno nella storia del papato, ha costituito una svolta decisiva nel dare alla sede episcopale di Roma quell'impronta caratteristica con cui la si poté vedere in concreto affermare la propria fisionomia, cioè il suo primato.

Per questo in genere Leone è considerato "il primo papa"; la Chiesa d'altronde "non potendo", come osserva il Falconi con una punta se vogliamo polemica, "senza grave pericolo di far credere umana un'istituzione ch'essa proclama divina, chiamarlo il "primo papa", lo ha chiamato "grande"". Ed è un fatto, come precisa il noto studioso, che "Leone però non fu soltanto il "primo papa" perché nessun suo predecessore lo eguagliò nell'attribuirsi esplicitamente questo ruolo e nel realizzare le funzioni conseguenti, ma anche e soprattutto perché egli anticipò in se stesso, in modo esemplare, costituendo addirittura il prototipo per i secoli a venire, la figura ideale del pontefice romano".

Vediamo dunque di indicare i momenti essenziali della biografia di questo papa ante litteram, che affrontò le due fondamentali minacce per la Chiesa del tempo, l'eresia e i barbari, in un doppio impegno religioso e civile. E cominciamo col segnalare che già come semplice diacono si era fatto notare in questa duplice veste sotto Celestino I e Sisto IlI, sia difendendo l'ortodossia con i pelagiani sia concludendo con successo, nel 439, la missione affidatagli dall'imperatrice Placidia di conciliare in Gallia una lite sorta tra i generali Ezio e Albino.
Appena eletto proseguì la lotta contro gli eretici: s'impegnò innanzitutto con la setta dei manichei e ottenne dall'imperatore Valentiniano III che fossero promulgate delle leggi severissime. Poi pretese dai pelagiani una ritrattazione scritta per riammetterli nella Chiesa; inoltre incaricò Turibio, vescovo di Astorga, di condannare i seguaci del priscillianesimo in un concilio a Toledo sulla base delle istruzioni contenute in una lettera da lui appositamente redatta.

Ma l'eresia che maggiormente gli dette da fare fu quella monofisita di Eutiche; questo monaco, che era a capo di un grande monastero vicino a Costantinopoli, verso il 448 cominciò a predicare in Oriente una dottrina che sottolineava a tal punto la natura divina del Cristo che finiva per non riconoscere più quella umana; era, sotto certi aspetti, la posizione opposta a quella di Ario.
Il patriarca di Costantinopoli, Flaviano, convocò Eutiche ad un concilio nel quale egli confermò le sue idee che vennero giudicate indiscutibilmente eretiche: Eutiche fu espulso dall'ordine sacerdotale, dalla carica di archimandrita e scomunicato. Il monaco scrisse a Leone presentando appello; il papa gli rispose con tono paterno, affermando che Roma avrebbe presto chiarito il suo punto di vista. Una volta poi giuntagli da Flaviano una relazione circostanziata, non tardò a dichiarare erronee le opinioni di Eutiche e giusta la posizione del concilio.
Ma Teodosio Il, imperatore d'Oriente, era favorevole ad Eutiche e voleva riabilitarlo: indisse perciò un concilio ecumenico ad Efeso che si tenne nel 449. Leone, seguendo ormai una tradizione secolare del vescovo di Roma, non andò e inviò tre legati con lettere all'imperatore, all'assemblea, ai monaci di Costantinopoli e a Flaviano; quest'ultima, la più importante, dava precise indicazioni sul dogma dell'incarnazione e sulla doppia natura del Cristo.
Questa epistola non fu però letta al concilio al momento della sua apertura, 1'8 di agosto; la corte imperiale riuscì a influenzare la maggioranza dei vescovi e a manovrare le fasi della riunione; i legati del papa furono trattati in maniera ostile e minacciati. Si ebbero scene di violenza, con intervento della polizia; Flaviano protestò: fu malmenato e ferito. Riuscì a nascondersi da qualche parte con i suoi e inviare un appello a Leone. Eutiche fu assolto: i vescovi rimasti nell'assemblea, a porte chiuse, volenti o nolenti, firmarono gli atti di quello che il papa non tardò a definire il "ladrocinio di Efeso".
Infatti Leone si rifiutò di riconoscere valida la decisione di una simile assemblea e protestò presso Teodosio Il, sollecitando la convocazione di un nuovo concilio. Per tutta risposta l'imperatore d'Oriente sanzionò con una legge le decisioni conciliari: Flaviano dovette prendere la via dell'esilio e morì pochi giorni dopo.

Nel febbraio del 450 l'imperatore d'Occidente Valentiniano III, con la moglie Eudossia e la madre Placidia, arriva a Roma da Ravenna per un pellegrinaggio alle tombe di Pietro e Paolo; il papa, dopo aver pronunciato un'omelia alla loro presenza, supplica l'imperatore di intervenire presso Teodosio II perché faciliti la convocazione di un concilio ecumenico in Italia. Dall'Oriente arrivano solo vaghe promesse, finché nel luglio Teodosio II muore. E allora cambiano le cose; la vedova, Pulcheria, fedele ortodossa, associa al trono il senatore Marciano, abroga le leggi del marito, manda in esilio Eutiche ed è favorevole ad un nuovo concilio.

A questo punto però l'Italia non appare un territorio adatto ad un'assemblea ecumenica: Attila, con i suoi Unni, preme ai confini; Ezio lo batte in Gallia, ma resta un pericolo incombente. Meglio convocare il concilio in Oriente; viene indetto a Calcedonia per l'ottobre del 451. Vi prendono parte più di 500 vescovi: Leone è rappresentato da tre legati ai quali va la direzione dell'assemblea.
A Calcedonia vengono prese due decisioni fondamentali: un decreto dogmatico sull'incarnazione, ricollegata al Credo di Nicea, e l'accettazione della lettera di Leone a Flaviano che il legato pontificio non aveva potuto leggere ad Efeso. Il commento dell'assemblea ad essa è: "Per bocca di Leone ha parlato Pietro!". È il riconoscimento del primato di Roma.
Il concilio di Calcedonia si dichiara inoltre favorevole a considerare la sede di Costantinopoli superiore a tutte le altre dell'Oriente, ma Leone si rifiuta categoricamente di riconoscere questo canone; "in virtù dell'autorità di S. Pietro apostolo" dichiara senza valore qualsiasi decisione contraria a quelle del concilio di Nicea, che riconoscevano appunto l'autorità primaria di Alessandria e Antiochia. Piuttosto ritiene opportuno istituire a Costantinopoli una delegazione permanente della sede romana, e l'affida al vescovo di Cos, Giuliano: era, in un certo qual modo, la prima nunziatura.

Nel frattempo il pericolo Attila diventa una realtà per l'Italia; nel 452 il re unno è ad Aquileia. Nulla sembra ormai poter fermare la sua avanzata fino a Roma, dove si è rifugiato lo stesso Valentiniano III; eppure il "flagello di Dio" esita. Forse l'Urbe ha ancora un nome di prestigio nonostante tutto, ovvero, come osserva il Gregorovius, "la cosa più probabile è che quell'uomo superstizioso fosse stato impressionato dalla morte improvvisa che aveva colto Alarico subito dopo la conquista di Roma; a quanto si diceva, i suoi amici avrebbero cercato di dissuaderlo da quell'impresa, proponendogli appunto l'esempio del grande condottiero goto". ~
Mentre Attila è in questo stato d'animo incerto, a Roma si discute; la cosa più logica sarebbe quella di richiamare Ezio, ma la gelosia di rinnovare gloria al generale trova in Valentiniano III un fiero oppositore. Si opta per un'ambasceria in cui siano rappresentati tutti i poteri; Attila la riceve presso Peschiera, sul Mincio. Ne fanno parte il vecchio console Avieno, il prefetto Tricezio e il papa Leone I. Quest'ultimo fu, a quanto pare, l'interlocutore più importante; s'ignora cosa possa aver mai detto ad Attila, ma è un fatto che il re unno si ritirò.
È probabile che il papa abbia risolto la cosa ricorrendo allo stesso mezzo che userà poi Gregorio Magno con Agilulfo, cioè pagando un forte tributo in oro, sacrificando le "casse" di S. Pietro; un comportamento che offrirebbe anche un'interpretazione per la leggenda che nacque sulla circostanza e che autorizzò chi la diffuse ad una valorizzazione della personalità dell'apostolo.
Infatti la leggenda ci rappresenta Attila che, mentre Leone parla, vede apparirgli accanto un vecchio che, avvolto in un manto sacerdotale, roteando una spada, gli ordina di ubbidire alle esortazioni del santo vescovo. Leggenda che peraltro si carica d'effetto e artificio nelle opere di artisti come Raffaello e Algardi, perdendo la sua genuinità: in esse il vecchio si sdoppia nei due apostoli Pietro e Paolo librantisi nell'aria con le spade sguainate dietro Leone che avanza verso il re unno. E Attila indietreggia impaurito.
E ancora, viene attribuita una frase "storica" ad Attila mentre ripensa a Leone e al vescovo di Troyes, Lupo, che gli avrebbe impedito, come il papa, di saccheggiare la sua città: "So vincere gli uomini, ma un leone e un lupo hanno saputo conquistare un conquistatore".
E a questo periodo risale l'altra leggenda, che costituisce una specie di conseguenza della prima, avendo per fine appunto l'esaltazione della figura di S. Pietro eletto patrono della città: Leone, tornato dalla sua ambasceria, per l'aiuto prestatogli dal principe degli apostoli avrebbe fatto fondere la statua di Giove capitolino utilizzandone il bronzo per quella di S. Pietro che ora si trova nella navata centrale della basilica vaticana.
Ed anche a quegli anni deve risalire la chiesa eretta in onore dell'apostolo per volontà di Eudossia e da lei chiamata basilica Eudossiana più tardi S. Pietro in Vincoli. Eudossia infatti donò a questa chiesa le catene della prigionia di S. Pietro a Gerusalemme, reliquia regalatale dalla madre Eudocia; ma a Roma già erano conservate quelle del carcere Mamertino e, quando papa Leone avvicinò le une alle altre, esse si saldarono formando un'unica catena di 38 anelli, come già ricordato nella biografia déI primo pontefice.

Leggende a parte però, è un dato di fatto che i cittadini romani, passato il pericolo, finirono gradatamente per non partecipare alle numerose funzioni religiose istituite da Leone in onore di S. Pietro per commemorare la salvezza della città; essi preferivano andare a vedere i giochi nel circo anziché pregare sulla tomba dell'apostolo. E Leone naturalmente li rimproverò con uno dei suoi famosi sermoni.
"La festa religiosa nella quale, dal giorno in cui fummo puniti e poi liberati, il popolo tutto dei fedeli confluiva per rendere grazie al Signore, è stata già dimenticata da tutti, come dimostra il piccolo numero di coloro che sono qui presenti; questo ha rattristato e turbato il mio cuore. Ho vergogna di quanto sto per dire, e tuttavia non posso tacerlo: ha più seguaci il demonio che l'apostolo; e i vergognosi spettacoli profani attirano il popolo più delle tombe dei martiri. Chi ha dunque salvato questa città, chi ha infranto le sue catene, chi ha distolto da lei la strage? I giochi del circo oppure la sollecitudine dei santi?" .

Non sappiamo se i Romani tornarono a pregare il loro patrono; è certo, piuttosto, che la società tutta di Roma a quei tempi era un po' travolta dal gioco e dal vizio e quindi poco propensa a battersi il petto e fare penitenza. Lo stesso imperatore, ormai trapiantato a Roma, non dava il buon esempio e la sua vita lussuriosa causò, sia pure indirettamente, il sacco di Roma compiuto dai Vandali.
Infatti fu assassinato dal senatore Petronio Massimo per aver recato oltraggio a sua moglie Anicia; una vendetta che portò questo senatore al trono imperiale. Massimo poi, morta Anicia, riuscì a sposare Eudossia, ignara che egli fosse l'assassino di Valentiniano III. Una volta venutane a conoscenza, l'orgogliosa figlia di Teodosio si vendicò nel peggiore dei modi; invocò di nascosto dall'Africa l'intervento di Genserico, re dei Vandali. Nel maggio del 455 egli sbarcava con le sue truppe a Porto.
Erano famose le crudeltà dei Vandali; avevano ridotto l'Africa a terra di scorribande selvagge; perfino chiese e monasteri erano stati distrutti, vescovi uccisi o catturati. A Roma si diffuse il terrore, la popolazione era in preda a sfrenati disordini. Massimo era incapace di costituire un abbozzo di difesa; congedò la corte e concesse a tutti libertà di cercar scampo con la fuga. Il popolo indignato lo uccise, straziandone il cadavere; Genserico avanzava sulla via Portuense.
Ancora una volta Leone si accinse a tentare di salvare la città, come aveva fatto con Attila; ma il "miracolo" non si ripeté, ovvero Genserico non si accontentò di un semplice tributo come il re unno. Il papa ottenne solo la promessa che le tre grandi basiliche di S. Pietro, S. Paolo e del Laterano non sarebbero state toccate; e furono 14 giorni di saccheggio dal 15 giugno di quell'anno.
La spoliazione fu sistematicamente condotta in tutte le zone della città; le numerose ricchezze degli antichi templi pagani ancora esistenti e del palazzo imperiale vennero trasportate sulle navi ormeggiate alle sponde del Tevere: statue, vasellame prezioso del tempio di Giove sul Palatino, nonché tutti gli arredi sacri del tempio di Gerusalemme portati a Roma da Tito per ornare il suo trionfo. Genserico trascinò in Africa come schiavi di guerra migliaia di Romani e tra di essi, Eudossia, colei che aveva causato tutta questa rovina.
Quando i Vandali ripresero il mare, si ebbe un altro periodo di ricostruzione, lenta e insicura tra imperatori di scarso impegno. Leone fu quanto mai attivo: come scriveva il Platina, "restò d'una tanta calamità oltre modo dolente, si volse tutto a risarcire la desolata città, e le bruciate chiese".
Roma d'altronde era nel suo cuore, perché era la città dove Pietro, secondo le sue parole, "con la stessa carne nella quale fu nostro capo supremo, dorme il beato sonno della morte; nell'Urbe che per virtù dei Principi degli Apostoli, da maestra di errori divenne discepola della verità; la città che Pietro fece capo del mondo". Le sue numerose epistole e i suoi sermoni sono infatti quasi sempre centrati sulla figura dell'apostolo, perché "come vale per sempre ciò che Pietro ha creduto in Cristo, così anche sempre sussiste ciò che Cristo ha istituito in Pietro"; in pratica Leone approfondì il significato simbolico della persona del primo papa, lo illuminò con la sua parola fino a personificarlo come suo discendente, apparendo agli occhi stessi dei Romani del tempo il nuovo Pietro.

Nonostante "l'ingegnosa creazione poetica" delle leggende, nonostante gli sforzi che egli fece per attribuire la salvezza della città agli apostoli Pietro e Paolo, fu Leone il riconosciuto Defensor Urbis; e i Romani pensarono, vivo lui, di dormire sonni tranquilli, senza tante preghiere di ringraziamento, come si è visto, per il pericolo ormai scampato di Attila. Il loro comportamento si rivelò già allora quello che è sempre stato poi tipico, se vogliamo, dei Romani fino a "ieri": Leone fu il primo papa a doverlo constatare di persona e, probabilmente, a capirlo da autentico "romano" quale egli fu.

Morì nel novembre del 461, forse il l0. Fu sepolto nell'antica basilica di S. Pietro; quando fu eretta la nuova, la sua salma fu sistemata ai tempi di Clemente XI sotto l'altare a lui dedicato con la pala marmorea dell' Algardi.

(Autore: C. Rendina)


Nel 440 c’è in Gallia quasi una guerra civile tra le due più alte autorità romane: il generale Ezio e il prefetto del pretorio Albino. Il potere imperiale è così debole, che per pacificarli si manda un uomo di Chiesa: il diacono romano Leone. Questi va e riconcilia i due. Poi apprende che papa Sisto III è morto e che è stato già eletto lui, Leone. Nei suoi 21 anni di pontificato passano 4 imperatori: uno cacciato subito (Avito) e gli altri ammazzati: Valentiniano III, Petronio Massimo e Maggioriano. L’Impero è in agonia e la giovane Chiesa è travagliata da scontri dottrinali e discordie. Con l’energia e la persuasione, Leone rafforza in Occidente l’autorità della Sede di Pietro, e affronta duri contrasti in dottrina. L’abate orientale Eutiche, influente a Costantinopoli, sostiene che in Cristo esiste una sola natura (monofisismo), contro la dottrina della Chiesa sulle due nature, distinte ma non separate, nella stessa persona. E ottiene che l’imperatore Teodosio convochi nel 449 un concilio a Efeso (Asia Minore). Ma qui parlano solo gli “eutichiani”, senza ascoltare i legati di Leone, e acquistando nuovi proseliti. Negando validità a questo concilio, il Papa persuade il nuovo imperatore Marciano a indirne un altro nel 451. E questo è il grande concilio di Calcedonia (presso Bisanzio), quarto ecumenico, che approva solennemente la dottrina delle due nature. Non tutti però ne accettano le decisioni, e ci sono gravi disordini, soprattutto in Palestina. Intanto l’Occidente vive tempi di terrore. L’Impero non ha più un vero esercito; e gli Unni di Attila, già battuti da Ezio nel 451, si riorganizzano in fretta, piombano sull’Alta Italia nel 452. Lo Stato impotente chiede a papa Leone di andare da Attila con una delegazione del Senato. S’incontrano presso Mantova, e Leone convince il capo unno a lasciare l’Italia, anche col pagamento di un tributo (la leggenda parlerà poi di una visione celeste che terrorizza Attila). Tre anni dopo, i Vandali d’Africa sono davanti a Roma col re Genserico. A difendere gli inermi c’è solo Leone, che non può impedire il saccheggio; ma ottiene l’incolumità dei cittadini ed evita l’incendio dell’Urbe. E' un romano antico (forse anche di nascita) che ha incontrato Cristo, e che sente fortemente la responsabilità di successore di Pietro. Arricchisce la Chiesa col suo insegnamento (specie sull’Incarnazione); chiede obbedienza ai vescovi, ma li sostiene col consiglio personale, li orienta in dottrina, nello splendido latino dei suoi scritti, per "tenere con costanza la giustizia" e "offrire amorosamente la clemenza", poiché "senza Cristo non possiamo nulla, ma con Lui possiamo tutto". Non si hanno notizie sugli ultimi tempi della sua vita. Il Liber pontificalis dice che governò 21 anni, un mese e 13 giorni. I suoi romani lo chiamano “Leone Magno”, il Grande.

(Autore: Domenico Agasso )