II diacono Ilario, un sardo, fu il successore di Leone Magno;
venne eletto il 19 novembre del 461. Si era già fatto un nome come legato pontificio
al concilio di Efeso, da dove peraltro era dovuto scappare, involontario eroe di
quel "ladrocinio".
Non fu certo della levatura del suo predecessore, tanto da esser considerato
una sua "modesta controfigura", come da alcuni è stato classificato. La scarsità
di documenti esistenti su di lui contribuiscono certamente a formulare un giudizio
negativo sulla sua opera "pastorale", ma il poco di cui si ha notizia va sottolineato
in modo da evidenziare perlomeno la "scuola" a cui egli si era formato, cioè quella
di Leone Magno.
Non va dimenticato pertanto il suo comportamento con l'imperatore Antenio,
al cui seguito si era costituita in Roma una comunità eretica guidata da un certo
Filoteo; quando il neoimperatore andò a far visita ad Ilario nella basilica di S. Pietro, il papa gli si fece incontro circondato dai fedeli e non lo fece procedere finché non ebbe garanzie sulla soppressione di quel gruppo.
E Ilario dimostrò fermezza anche nelle questioni relative ad alcune violazioni del canone verificatesi nella Chiesa della Gallia; nel 462 emanò un decreto che manteneva integre le prerogative già proprie del vescovo di Arles sugli altri di quella Chiesa e che invece erano state messe in discussione; solo i problemi più difficili dovevano essere sottoposti a Roma. Ugualmente, in un concilio tenuto a Roma nel 465, confermava per la Spagna la priorità di Tarragona nella consacrazione dei vescovi.
Sul giudizio negativo espresso nei confronti di questo papa influisce piuttosto "l'inconsulta passione mecenatizia frivolmente sostenuta da Ilario per la decorazione dei templi cristiani della sua città", come ha
detto il Falconi. Eresse infatti prima di tutto monasteri in S. Lorenzo ad Balneum, nel pretorio di S. Stefano e nella località chiamata ad Lunam, nonché due biblioteche nella zona del Laterano, secondo quanto si legge nel Liber pontificalis.
Particolare impegno profuse inoltre nell'edificazione di due oratori annessi al battistero di S. Giovanni. Uno era dedicato all'evangelista, che Ilario considerava il suo protettore da quando nei pressi di Efeso, nelle famose giornate del "ladrocinio", aveva trovato scampo in una cappella sepolcrale consacrata all'apostolo, come attesta l'iscrizione che ancora vi si legge: "Liberatori suo, Iohanni Evangelistae, Hilarus episcopus famulus Christi". Nella splendida volta a mosaico tuttora conservata spicca al centro l'Agnello tra ghirlande di fiori, con ornati di panieri di frutta tra uccelli e tralci avviticchiati a bastoni. L'altro oratorio, dedicato al Battista, è caratterizzato dalle famose "porte che cantano", perché gli antichi battenti di bronzo, girando sui cardini, emettono appunto un suono armonioso. Evidentemente è il tempo ad aver determinato questo particolare "sonoro", che ben si adatta comunque allo spirito così ostentatamente opulento che caratterizzava la decorazione di certi edifici religiosi. Si pensi che oltre cento libbre d'argento furono impiegate per gli altari dei due oratori, come d'argento e d'oro erano gli ornamenti delle porte e gli arredi.
Sullo stesso tono doveva essere un terzo oratorio edificato da Ilario nel complesso del Laterano; era dedicato alla Croce e unito al battistero tramite un portico. Ne esistevano tracce considerevoli ancora nei primi del Seicento: in esso era conservato, a quanto pare, un agnello d'oro sotto un arco, anch'esso d'oro, sorretto da colonne in onice. Ma l'apoteosi della sfrenata mania di grandezza si raggiunse nella decorazione del battistero: ai margini del bacino, secondo quanto indicato nel Liber pontificalis, sarebbero state poste tre sculture di cervi, di trenta libbre d'argento ciascuna, zampillanti dalla bocca l'acqua destinata ai battezzandi. Sessanta libbre sarebbero poi state impiegate per un tabernacolo o "torre" fregiata di delfini, eretta al centro della superficie circolare delle acque: su di esso poggiava uno stupendo lampadario d'oro a dieci fiamme che serviva ad illuminare la cerimonia del battesimo nella notte di Pasqua. Coronava il tutto un'aurea colomba, simbolo dello Spirito Santo, aleggiante sulle "acque della rigenerazione" .
E non finì qui la mania di grandezza che caratterizzò Ilario; il Liber pontificalis offre un elenco spaventoso di utensili sacri d'oro e d'argento con cui egli provvide ad arricchire le sacrestie e le camere del tesoro delle basiliche di S. Pietro, S. Paolo e S. Lorenzo; tutto questo, come osservò il Grisar, "dimostra la fonte inesauribile di ricchezza, che a quel tempo affluiva nella Chiesa di Roma in seguito alle donazioni di cospicue famiglie senatorie e alla straordinaria munificenza della corte".
Oltretutto la Chiesa romana poteva contare su un gran numero di beni immobili "la cui entità era tale da permettere un flusso costante delle rendite", come precisa il Gregorovius.
Ma non era in pratica uno spreco l'impiego di una simile ricchezza senza fondo in opere che non portavano vantaggi alla città ai fini di una sua rinascita civile? "Mentre Roma precipitava nella miseria e moriva", come stigmatizza ancora il Gregorovius, "le chiese si coprivano di pietre preziose e le basiliche traboccavano di tesori favolosi davanti agli occhi di un popolo che si era dissanguato nel tentativo di armare un esercito e una flotta contro i Vandali."
È di fronte a questi eccessi che evidentemente perde di valore la persona di Ilario, proprio perché viene meno quell'aspetto "sociale" della figura che il papa con Leone Magno aveva fatto sua; l'uso di tante ricchezze per un aspetto tutto esteriore del culto religioso in Roma diventa un atto di accusa che il tempo non ha potuto non lanciare contro papi dello stampo di Ilario. E finiscono per risultare esatte da questo punto di vista le motivazioni su un simile giudizio negativo indicate dal Falconi: "se la generosità dei fedeli abbienti permetteva alla Chiesa di disporre di quantitativi sempre più impressionanti di ricchezze, anzitutto occorreva migliorare la situazione generale del popolo, e poi sarebbe stato più opportuno accantonare tanta provvidenza per le eventualità più sinistre, che purtroppo chiunque poteva veder ingigantire all'orizzonte".
Ilario morì il 29 febbraio del 468 e fu sepolto a S. Lorenzo fuori le Mura.