41.

ZOSIMO, santo

della Grecia
Papa dal 18 marzo 417
al 26 dicembre 418

Zosimo, un prete greco, successe ad Innocenzo I il 18 marzo del 417, probabilmente su indicazione di quest'ultimo, fiducioso in una raccomandazione di Giovanni Crisostomo; gli fu molto favorevole anche Patroclo, vescovo di Arles. E infatti, appena consacrato, Zosimo lo elesse vicario per tutte le Gallie.

Il suo pontificato fu comunque breve e pieno di difficoltà causate dal pelagianesimo che, nonostante la condanna estrema di Innocenzo, non aveva desistito dal puntare ì piedi. Anzi Celestio, il discepolo di Pelagio, si era presentato a Roma dal nuovo papa proprio per sotto mettersi al suo giudizio e aver modo di discolparsi da false accuse. Era una trappola, e Zosimo ci cascò. Interrogato Celestio in S. Clemente, si sentì rispondere da questi che era pronto a ripudiare tutto ciò che il concilio di Innocenzo aveva condannato, e il risultato del suo sfrontato comportamento fu che venne riconosciuto da Zosimo pienamente ortodosso.
Zosimo comunicò la cosa a S. Agostino e agli altri vescovi, rimproverandoli oltretutto per la precipitazione del loro giudizio, e reclamò la presenza a Roma degli accusatori di Celestio e Pelagio. I vescovi africani supplicarono Zosimo di non abolire le decisioni di Innocenzo facendogli capire che era stato ingannato da Celestio. Il papa non se la sentì di riconoscere di aver fatto una magra figura e sdegnato precisò che quanto detto da Roma non doveva essere minimamente discusso, ma chiaramente non si azzardò nemmeno a smentire a questo punto le decisioni del suo predecessore; voleva mantenere una specie di status quo, in attesa di un chiarimento della questione.
E il chiarimento venne da un concilio tenuto nel maggio del 418 a Cartagine che condannò nuovamente la dottrina pelagiana; contemporaneamente Onorio da Ravenna emetteva un rescritto nel quale deplorava la propaganda della dottrina pelagiana come perturbatrice della tranquillità pubblica. Celestio non si sentì tranquillo e scappò da Roma.
Zosimo a questo punto non poté esentarsi dall'emettere un giudizio definitivo; lo espresse in una lunga lettera, detta Tractoria (da Tractus universi juris = legge o dogma di imposizione), nella quale condannava appunto il pelagianesimo, definiva il dogma del peccato originale e sottolineava l'importanza fondamentale ed unica della grazia come via di salvezza.

Riparato in qualche modo il comportamento piuttosto imprudente, Zosimo si trovò subito coinvolto in una nuova situazione scabrosa, per la quale commise un altro errore. Un prete di nome Apiario, scomunicato dal vescovo Urbano di Sicca, aveva proposto appello a Roma, venendo meno al diritto canonico africano che non ammetteva simili ricorsi. Zosimo lo accettò, non solo, ma spedì a Cartagine il vescovo di Potenza, Faustino, con istruzioni in base alle quali, tra l'altro, si permettesse a diaconi e preti scomunicati dai vescovi africani di appellarsi a vescovi di Chiese vicine e fosse scomunicato il vescovo Urbano se non avesse riparato ai torti fatti ad Apiario. .
Si trattava di un grosso errore diplomatico, che per fortuna non trovò la Chiesa africana rigida nelle sue posizioni; altrimenti sarebbe sorto uno scisma. La questione comunque coinvolse gli immediati successori di Zosimo, Bonifacio I e Celestino I, e si risolse ovviamente con un rifiuto delle richieste di Roma, che in fondo, una volta morto Zosimo, poterono anche essere nella sostanza accantonate ovvero ignorate.

È certo che Zosimo fu sconcertante nel suo comportamento, ma è esatto quanto ha osservato il Seppelt: "Gli evidenti errori verificatisi durante il breve pontificato di Zosimo vanno certamente attribuiti al suo modo di fare e al suo carattere pronto a prendere decisioni affrettate e sconsiderate, ma si debbono specialmente spiegare col fatto che egli, essendo greco di stirpe, non seppe facilmente far sua la mentalità degli occidentali così differente da quella degli orientali. In Roma, infatti, non godé affatto popolarità; anzi, perfino una parte del clero romano gli fu ostile e intrigò per alienargli la corte imperiale di Ravenna e Zosimo stesso se ne lamentò in una lettera scritta poco prima della morte", avvenuta il 26 dicembre del 418.

Fu sepolto nella basilica di S. Lorenzo.
Considerato santo, non figura più da molto tempo né nel calendario martirologico, né in quello universale.