Morto Alessandro II, nel bel mezzo della cerimonia funebre nella basilica Lateranense viene acclamato papa
l'arcidiacono Ildebrando di Soana il 22 aprile del 1073. E' il popolo che lo vuole papa,
sollecitato dal cardinale Ugo Candido, in una sorta di scelta "per quasi inspirationem",
alla quale Ildebrando vorrebbe sottrarsi; il decreto di elezione di Niccolò non viene rispettato,
non si è riservata la precedenza ai cardinali-vescovi. E, malgrado la sua riluttanza, è quasi
trascinato nella chiesa di San Pietro in Vincoli dove avviene l'intronizzazione; si chiamerà Gregorio VII.
Ildebrando era nato dunque a Soana, l'attuale Sovana, una frazione del comune di Sorano,
in provincia di Grosseto, tra il 1014 e il 1028, da un certo Bonizione artigiano e Berta.
Grazie ad uno zio materno, Lorenzo, abate del monastero di Santa Maria all'Aventino,
era potuto venire ancor fanciullo a Roma per maturare nell'educazione religiosa
alla quale mostrava di essere precocemente portato. Ma la sua guida nel futuro della carriera
scolastica era stato l'arciprete di San Giovanni a Porta Latina, Giovanni Graziano,
del quale era diventato cappellano, una volta eletto papa col nome di Gregorio VI.
Dopo il papato di Leone IX che lo aveva voluto al suo fianco,
richiamandolo da Cluny, ove si era ritirato alla morte di Gregorio VI, era stato il collaboratore
diretto di altri quattro papi, ispirandone perlopiù ogni mossa politica e religiosa, dopo
aver pesato in genere sulla loro elezione, portando avanti quella riforma della Chiesa che infine,
da papa, avrebbe sostenuto con energia non comune. Il 30 giugno del 1073 ricevette la solenne consacrazione.
I primi atti del suo pontificato sono rappresentati dalle molte lettere che invia ad amici,
quasi a trovare in loro l'appoggio per il grande incarico che gli è stato affidato:
scrive all'abate Desiderio di Montecassino, all'abate Ugo di Cluny, a Beatrice di Lorena,
al re di Danimarca, a tutti manifestando la sua ferma intenzione di lottare per la libertà
della Chiesa.
A Enrico IV, ormai ventitreenne, aveva già scritto probabilmente per
notificare la sua elezione, chiarendogli subito che non sarebbe stato un papa malleabile,
deciso com'era a mettere ordine nella Chiesa scomunicando i simoniaci e i preti concubini.
Di questo ne dà conferma indiretta scrivendo a Goffredo il Gobbo, marito della contessa
Matilde di Toscana, auspicandosi la collaborazione del re di Germania per regolare le
proprietà della Chiesa e le investiture ecclesiastiche. Se lui opererà con giustizia
onorando il suo trono, tanto meglio, altrimenti la profezia di Isaia, "Sia maledetto
l'uomo che distoglie dal sangue la spada del Signore", ricadrà su di lui, non sul papa.
Enrico IV comunque ratifica l'elezione di Gregorio VII, apparentemente si mostra umile,
ma dentro di sé è convinto della supremazia imperiale di cui si sente già investito.
Nel frattempo il papa dirama le convocazioni per il suo primo concilio, che si apre
la prima domenica di quaresima, nel marzo del 1074; in esso senza mezzi termini viene
deciso che tutti i chierici ordinati per simonia dovevano considerarsi fuori della Chiesa
e che quei vescovi che avessero ottenuto per denaro dei benefici dovevano immediatamente
rilasciarli, pena la scomunica. Enrico IV, al quale vengono inviate le decisioni conciliari
da un'ambasceria, alla quale si è aggregata anche sua madre Agnese, s'impegna a restituire
i beni usurpati e dà il proprio assenso alla celebrazione di un concilio che controlli
la situazione nelle sue terre.
Ma in realtà si va per le lunghe nel convocarlo. L'alto clero germanico infatti
è in subbuglio; c'è una reazione generale con minacce di morte da parte del clero ammogliato
contro vescovi e abati intenzionati a far rispettare le norme venute da Roma; circolano calunnie contro il papa.
Gregorio VII risponde con fermezza con un altro concilio, nel febbraio del 1075,
in cui sospende cinque vescovi consiglieri di Enrico, che avevano apertamente frapposto
ostacoli all'adempimento della legislazione pontificia in Germania e alla convocazione
del concilio per un controllo delle investiture ecclesiastiche.
Secondo il cronista milanese Arnolfo, Gregorio VII emanò inoltre una precisa disposizione
relativa al divieto d'investitura, sottraendo ad Enrico IV ogni diritto a concedere
episcopati, come finora aveva fatto, minacciandolo di scomunica. Era l'inizio concreto
della cosiddetta "lotta delle investiture" tra papa e imperatore, con una rottura
tra i due poteri; i termini per ristabilire la pace furono categoricamente espressi
da Gregorio VII in una serie di canoni raccolti nel celebre Dictatus papae emanato
nel marzo di quell'anno (1075).
Il concetto fondamentale del Dictatus papae è la supremazia della Chiesa di Roma
e del suo vescovo sulle altre chiese e sull'impero, in una affermazione di carattere
politico-ecclesiastico che si basa in pratica sulla Donazione di Costantino.
Infatti solo il papa può conferire le insegne imperiali, come pure a lui spetta
il diritto di deporre gli imperatori e sciogliere i sudditi "dal giuramento di fedeltà
fatto agli ingiusti". E naturalmente solo il papa ha diritto di conferire le cariche
ecclesiastiche, come pure di condannare i vescovi indegni, in qualità di rappresentante
di Cristo in terra e successore di San Pietro nella illimitata potestà di "sciogliere e
legare" concessa all'apostolo appunto da Cristo. Il rapporto tra Stato e Chiesa era
in pratica completamente invertito; non è più l'imperatore a eleggere il papa, ma è
il papa a nominare e deporre l'imperatore.
Il Dictatus se da un lato costituiva la definitiva teorizzazione del vescovo di Roma
a primate infallibile e unico del mondo ecclesiastico cristiano, dall'altro "scuoteva alle
fondamenta la realtà sociale del tempo", come ha osservato Walter Ullmann, "attaccando il sistema
di proprietà laica della chiesa, cioè il dominio dei laici sul clero". Era un atto di sfida
per l'affermazione del potere clericale su quello laico nella concezione stessa dello Stato.
Enrico IV accetta la sfida; glielo impone il suo prestigio e la vitalità stessa dell'impero,
messi seriamente in pericolo. E seguita così a concedere investiture dietro compenso;
non solo, ma ignorando le minacce del papa, interviene anche nelle faccende interne
del clero italiano. Insedia come arcivescovo di Milano il suo cappellano Tedaldo, opponendolo
ad Attone già titolare dell'arcidiocesi da due anni; appoggia infine apertamente l'arcivescovo
di Ravenna, Guiberto, attorno al quale si forma una specie di partito di opposizione in seno
al clero italiano avverso a Gregorio VII, che trova alcuni proseliti nella stessa Roma.
Si arriva ad una congiura, guidata ai vertici ecclesiastici da Guiberto e Ugo Candido,
improvvisamente diventato nemico di Gregorio VII, proprio lui che lo aveva fatto eleggere
così in fretta dal popolo; ad agire è il prefetto Cencio. La notte di Natale del 1075
egli entra in Santa Maria Maggiore mentre il papa sta celebrando la messa; arriva fino
all'altare, atterra e ferisce Gregorio e riesce a portarlo via, aprendosi un varco
tra la folla con una banda di armati, e rinchiuderlo in una torre. Ma il popolo è indignato
e, superate le prime ore di sbandamento e terrore, reagisce e libera il giorno dopo
il suo vescovo; uscendo dalla torre, Gregorio calma la folla che vorrebbe
uccidere Cencio, invita al perdono. Torna in Santa Maria Maggiore e riprende
a celebrare la messa al punto in cui l'ha interrotta; Cencio trova scampo
nella Campagna romana. Lo segue il cardinale Ugo Candido, che è stato
deposto; insieme si rifugiano in Germania da Enrico IV.
Ai primi di gennaio del 1076 il papa invita Enrico IV a comparire a Roma per discolparsi,
sotto pena di scomunica. Il re per tutta risposta convoca un'assemblea di principi e vescovi
a Worms il 24 gennaio: Gregorio VII è messo sotto accusa principalmente da Ugo Candido,
per il quale il papa è solo un ambizioso che vuol togliere l'Italia ad Enrico, tramando
a tal fine con Matilde di Canossa, in un'intesa fatta di stregonerie e rapporti
peccaminosi. Molti vescovi sono increduli, ma Enrico si sente autorizzato a ritenere Gregorio
indegno del soglio pontificio, e gli invia una dichiarazione di disobbedienza sottoscritta
dai vescovi germanici, che viene approvata anche da quelli lombardi riuniti a Pavia
e Piacenza. Il papa risponde con la solenne scomunica di Enrico in un nuovo concilio
convocato in Laterano il 22 febbraio, alla presenza dell'imperatrice Agnese e Matilde di Canossa; la scomunica colpisce, oltre il re, anche i vescovi ribelli di Germania e Italia.
La sentenza è naturalmente accolta con stizza alla corte di Enrico; l'opinione pubblica si schiera dalla parte del papa. Oltretutto una sorta di ira divina sembra punire i colpevoli: muoiono improvvisamente numerosi avversari del papa, tra i quali l'arcivescovo di Utrecht e il romano Cencio. I principi avversari di Enrico ne approfittano per ribellarsi; c'è il pericolo di una guerra civile. L'unica salvezza è il perdono papale; i principi radunati a Tribur nell'ottobre gli pongono questa alternativa. Lo riconosceranno ancora come loro re se otterrà la revoca dal papa entro un anno; gli danno appuntamento ad Augusta per una conferma o una deposizione il 2 febbraio dell'anno dopo. Enrico non sa decidere, non vuole piegarsi; ma quando viene a sapere che Gregorio in dicembre è già in viaggio verso Augusta, si decide a passare le Alpi con un esercito e si avvia verso Roma.
Gregorio non sa bene in che veste il re intenda presentarsi a lui; quando viene a sapere della sua partenza, il papa si trova a Mantova. Si rifugia presso la contessa Matilde, nel suo castello di Canossa, sull'Appennino emiliano. .
Enrico vi arriva la mattina del 25 gennaio del 1077 e chiede di essere ricevuto. Gregorio non lo fa entrare; accoglie nella rocca solo la moglie e il figlio. Invano intercedono per lui Matilde, l'abate Ugo di Cluny e sua suocera Adelaide; il re dovrà restare per tre giorni e tre notti sotto la neve e la gelida tramontana. Solo al terzo giorno Gregorio si decide a riceverlo nella cappella del castello e ascoltare la sua richiesta di perdono: in una solenne cerimonia lo riammette nella comunità dei fedeli, gli somministra la comunione. Questo re umiliato afferma di accettare le condizioni del papa senza discutere, giura di discolparsi alla dieta di Augusta, giura la sottomissione dell'autorità regale a quella papale. Ma questo re in cuor suo medita la vendetta.
Appena rientra in Germania cerca di riguadagnare il trono; ormai il popolo gli è contro, la maggior parte dei principi, nonostante la revoca del papa, non lo vuole più come re. Essi infatti si riuniscono a Forchheim il 15 marzo, una volta saltata la dieta di Augusta, ed eleggono re suo cognato Rodolfo, duca di Svevia; l'arcivescovo Sigfrido lo incorona a Magonza. La Germania è ora divisa in due e Gregorio cerca di riunirla. Purtroppo viene a mancargli la valida mediazione dell'imperatrice Agnese, che muore nel Natale del 1077; le trattative tentate dal papa non trovano seguito. Enrico sconfigge in due battaglie Rodolfo, ma Gregorio VII gli contesta di aver impedito a suo tempo la convocazione dell'assemblea di Augusta e non essere stato fedele a quanto giurato a Canossa; in un concilio romano del 7 marzo 1080 lo scomunica di nuovo, confermando re Rodolfo.
Ma questa seconda scomunica non ha le conseguenze della prima; Enrico IV reagisce immediatamente e a Brixien il 25 giugno del 1080 convoca un concilio dell'episcopato germanico, mettendo sotto accusa il papa; alla ribalta è sempre Ugo Candido, che questa volta parla di lui come di un assassino, simoniaco ed eretico. Gregorio VII viene deposto e al suo posto è eletto l'arcivescovo di Ravenna Guiberto con il nome di Clemente III, da considerarsi chiaramente un antipapa.
La situazione si fa drammatica per Gregorio, che al nord d'Italia può contare solo su Matilde di Canossa; e lui finisce per attaccarsi all'unica ancora di salvezza che gli rimane, quella degli infidi Normanni, già da tempo vassalli della Chiesa. Roberto il Guiscardo, scomunicato nel concilio del 1074 per aver invaso il territorio papale di Benevento, viene contattato, intermediario l'abate di Montecassino, Desiderio; si arriva ad un incontro, il 29 giugno del 1080, a Ceprano, dove Roberto viene riammesso nella comunità dei fedeli e ottiene il territorio già conquistato. È una rinuncia definitiva della Chiesa al sud, ma l'acquisto peraltro di un forte alleato, almeno in teoria; Roberto rinnova il giuramento di fedeltà al papa. Lo stesso fa il principe Giordano di Capua, figlio di Riccardo. Il 15 ottobre in una nuova battaglia sulle rive dell'Elster, Enrico sconfigge Rodolfo, che trova la morte sul campo; il popolo e i principi seguitano però ad essergli contrari, nonostante quella vittoria e il suo antipapa che ha provveduto a scomunicare Gregorio.
Deve arrivare a Roma, conquistarla ed eliminare il suo nemico se vuole avere la vittoria definitiva. Ed è quanto Enrico si accinge a fare in un primo tentativo nel febbraio del 1081, arrivando fin sotto le mura della città: è riuscito ad isolare il papa, corrompendo Giordano di Capua e neutralizzando indirettamente un eventuale intervento di Roberto il Guiscardo. Solo Matilde di Canossa aiuta Gregorio, giungendo a fondere il tesoro della sua cappella per sanare la situazione economica di Roma assediata. I Romani, praticamente soli intorno alloro vescovo, dopo un mese di assedio riescono a far ritirare Enrico.
Ma due anni dopo il re è di nuovo a Roma e riesce ad impossessarsi della Città Leonina, mentre Gregorio si rifugia in Castel Sant'Angelo; gli aiuti di Roberto non arrivano, molti vescovi lombardi riconoscono papa Clemente III. Il 21 aprile del 1082 Enrico IV entra solennemente in Roma; i nobili romani gli hanno in pratica aperto le porte e, con una vaga promessa di imporre a Gregorio la sua incoronazione a imperatore per l'anno prossimo, riescono poi a farlo andar via da Roma a dicembre. Ma Enrico ai primi del nuovo anno è ancora a Roma e questa volta entra tranquillamente da porta San Giovanni; ignorando completamente Gregorio VII asserragliato in Castel Sant' Angelo, il 24 marzo del 1084 fa consacrare papa solennemente in Laterano Clemente III e dieci giorni dopo si fa incoronare da lui imperatore.
A questo punto si fa vivo Roberto il Guiscardo; in verità la richiesta di aiuto del papa gli è giunta due anni prima, mentre era impegnato a stroncare una insurrezione bizantina e solo ora poteva marciare verso Roma con un grosso esercito. Enrico IV, avvertito da Desiderio di Montecassino, intermediario ormai stabile negli eventi tra le due forze in quegli anni, si rende conto che non può opporsi adeguatamente alle forze normanne e il 21 maggio abbandona Roma dirigendosi verso il nord; Clemente III si ferma a Tivoli, in attesa degli eventi. Si considera lui il papa vero.
Il 27 maggio da porta San Giovanni entrano i Normanni e la città è messa a sacco; è il prezzo che Gregorio VII deve pagare per il suo riscatto. I Romani cercano di opporsi, ma vengono massacrati. La notte del 30 maggio un immane incendio dal Colosseo al Laterano distrugge chiese, monumenti, case; l'ira dei cristiani vendicatori del loro papa si è abbattuta sulla città e solo un terzo di essa è rimasta in piedi. Gregorio scongiura Roberto di metter fine al massacro, e il re normanno alla fine obbedisce, ma il papa non può aspettarsi da lui un reinsediamento a Roma tra cittadini che odiano naturalmente certi liberatori. Se deve ritirare le sue truppe, Roberto è convinto di doversi portare appresso anche il "suo" papa, per esser sicuro che non gli venga fatto alcun male, per proteggerlo; in realtà è suo prigioniero, anche se lo "ospita" a Salerno.
Gregorio VII non ha più seguaci, ha perduto in pratica la sua battaglia nel nome della giustizia divina; i Romani lo hanno completamente abbandonato, si sono sentiti giustamente traditi e accolgono con gioia il ritorno da Tivoli di Clemente III.
Il grande pontefice dalla personalità possente, fornita di "un pizzico di volontà demoniaca", se vogliamo usare le parole dell'Ullmann, è finito sconfitto e solo; anche Matilde è lontana.
Muore il 25 maggio del 1085 nella chiesa di San Matteo a Salerno.
Le ultime sue parole saranno: "Ho amato la giustizia e odiato l'iniquità, perciò muoio
in esilio". Fu sepolto ove era morto, avvolto negli abiti pontificali in un sarcofago
del III secolo; dal 1953 le sue spoglie mortali furono riposte in una nuova urna
nella chiesa di San Matteo.
In quell'occasione l'anatomopatologia rivelò che era basso, tarchiato, di corporatura muscolosa,
in particolare il braccio destro.
È probabile che la sua fine fu la conseguenza del fatto che egli abbia mirato
troppo in alto nel suo sogno teocratico; il papa che, secondo i canoni del suo Dictatus,
voleva ridurre l'Europa a uno stato ecclesiastico romano, nel quale i singoli paesi dovevano
considerarsi feudi della Chiesa, al servizio del papato, e tutti i sovrani della terra
sudditi docili del pontefice, finì alla mercé di un vassallo. Certo la sua fervente lotta
contro la simonia e l'immoralità del clero, in cui egli fu veramente grande, non meritava
una simile fine; soprattutto egli non fu capito dal popolo, al quale, in ultima analisi,
aveva cercato di dare coscienza di sé.
Grazie a Gregorio VII infatti, "chiamato a farsi giudice della condotta del clero",
come ha osservato il De Stefano, "il popolo viene elaborando una coscienza religiosa
maggiormente autonoma ed avvertita. Ed è su questo terreno che germoglierà ben presto
la eresia popolare d'ispirazione evangelica. E bisogna ricercare qui, in questa più
grande esperienza religiosa e sociale, il germe dello sviluppo futuro della coscienza
civile del popolo, i segni forieri di una nuova classe sociale".
Gregorio VII non poté evidentemente immaginare certe conseguenze che la sua associazione
alle masse popolari avrebbe comportato, ma doveva nascere proprio da questo invito
alla disobbedienza al potere laico di allora, l'impero, per un irrealizzato sogno teocratico,
la futura formazione di una coscienza laica in Italia; era quella stessa che, ancora vivente
Gregorio VII, esaltava a Roma un antipapa.