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GIOVANNI XI

Romano
Papa dal marzo 931 al dicembre 935

Tra il febbraio e il marzo del 931 Marozia pose sul trono pontificio Giovanni XI, il figlio che aveva avuto dalla sua relazione con Sergio III: dovrebbe esser nato dunque verso il 906. C'è chi categoricamente dichiara Giovanni XI figlio di Marozia e Alberico I, come il Saba; personalmente ritengo valida l'opinione del Seppelt: "Il maldicente Liutprando non costituisce l'unica fonte sui natali illegittimi del nuovo papa, per cui questa illegittimità può essere ammessa con una certa fondatezza" .

Nulla si sa della carriera ecclesiastica di Giovanni XI, evidentemente durata quel tanto che fosse sufficiente a farlo diventare pontefice; il suo stesso pontificato del resto non ha storia ed egli lo portò avanti all'ombra degli ultimi anni di vita di sua madre e dell'inizio del potere del fratellastro Alberico II.

Rimasta vedova, Marozia pensò subito ad un terzo matrimonio nella persona di Ugo re d'Italia, uomo dalla tempra molto simile alla sua, capace di mercanteggiare episcopati ed abbazie, affidando queste ai suoi impudenti cortigiani. Di spirito autenticamente libertino, fu esaltato per queste virtù dal suo "poeta di corte" Liutprando, vescovo di Cremona, che lo definì un "filosofo" per l'arte con cui era capace di nascondere la propria dissolutezza sotto i modi cavallereschi più raffinati; spregiudicato uomo politico, non si tirò indietro di fronte all'occasione che Marozia gli offriva di farla da padrone a Roma. E Marozia ardeva da1 desiderio di mutare il titolo di patricia e senatrix in quello certamente più nobile di regina.
Ma questo matrimonio sarebbe stata un'unione. tra cognati perché Ugo era fratello di Guido, il secondo marito di Marozia; le leggi canoniche consideravano tali nozze incestuose. Ovviamente il papa non avrebbe avuto alcuna difficoltà a passar sopra alla cosa e benedire il nuovo matrimonio di sua madre, sia pure andando contro le leggi della Chiesa. Ma Ugo gli facilitò il tutto, facendo carte false; inventò natali diversi per il morto Guido e l'altro fratello Lamberto, duca di Toscana, il quale per dar credito ai suoi veri natali si sottopose al "giudizio di Dio" e risultò vincitore. Ma mal gliene incolse, perché Ugo lo fece accecare e, sistemate così le questioni familiari, rimasto fortunatamente nel frattempo anche vedovo, partì alla volta di Roma per celebrare il matrimonio con Marozia. Ugo arrivò alle porte di Roma con il suo esercito nel marzo del 932; entrò in città con un seguito di cavalieri e le nozze furono celebrate in Castel Sant'Angelo, benedette da Giovanni XI, figlio della sposa.
Alle nozze avrebbe fatto seguito l'incoronazione imperiale, ma quello che per Marozia doveva rappresentare il culmine delle sue aspirazioni, il più alto traguardo che potesse desiderare, si tramutò nella sua catastrofe. Durante le festività Ugo si mostrò arrogante, trattando con alterigia i nobili della città e finendo per offendere il giovane Alberico II, figlio di Marozia e Alberico di Camerino; lo schiaffeggiò in pubblico.
Alberico, che già non vedeva bene quel matrimonio perché intralciava i suoi piani per la conquista del potere in Roma, offeso a morte da quell'oltraggio, uscì furente da Castel Sant'Angelo e chiamò a raccolta il popolo. La sua arringa fu un'esortazione alla rivolta contro l'insopportabile tirannia di una donna come Marozia e il nuovo dominio di Ugo, un barbaro rincivilito, discendente di quelli che erano stati un tempo gli schiavi dei Romani.
Il popolo non aspettava altro; prese le armi e sbarrate le porte della città per impedire che entrasse l'esercito di Ugo, diede l'assalto al castello. Il re, impotente a difendersi, decise di fuggire; si calò dall'alto della Mole Adriana per mezzo di una fune e uscì dalla città, allontanandosi in gran fretta con il suo esercito. Si lasciava alle spalle la moglie e l'ambita corona.
La città era in festa; in un colpo solo il popolo si era sbarazzato di re e imperatore, e poteva disporre del papa come voleva: aveva conquistato la sua indipendenza. Alberico ricevette il titolo di princeps atque omnium Romanorum senator; il suo primo atto fu di chiudere in un monastero la madre e tenere in Laterano sotto stretta sorveglianza il fratellastro Giovanni XI. Questi restava in funzione come papa, ma privo del potere temporale; Marozia uscì per sempre dalla scena politica. Sarebbe morta di lì a poco, verso il 936, nel chiuso di una cella.

Roma diventava una repubblica di ottimati; con le donazioni che costituivano lo Stato della Chiesa i Romani vollero creare uno Stato libero che, come ha notato il Falco, "ebbe la capacità di esprimere una aristocrazia di Curia, una dinastia locale, un principe, che con mano ferrea liberava Roma dalla stretta musulmana, la sottraeva alle ambizioni e alle fluttuazioni dei re e degli imperatori, la riconduceva a sicurtà e grandezza". Nasceva una sorta di Roma laica in cui veniva tollerata l'esistenza dei pontefici, ai quali era concessa libertà di azione soltanto nel campo religioso; politicamente restava solo per loro il diritto di datare i documenti secondo gli anni dei pontificati.
Peraltro ogni atto a carattere giuridico, economico e politico in senso stretto era sottoscritto da "Noi, Alberico, per grazia di Dio, umile principe e senatore di tutti i Romani": anche sulle monete coniate in quei tempi fu inciso il suo nome.

Giovanni XI morì nel dicembre del 935 e fu sepolto in San Giovanni in Laterano.