207.

EUGENIO IV
Gabriele Condulmer

Nato a Venezia nel 1383

Eletto papa il 3.III
e consacrato l’11.III.1431
Morto il 23.II.1447


Ricompose lo Scisma d’Occidente

I quattordici cardinali presenti a Roma alla morte di Martino V si riunirono in conclave nel convento di S. Maria sopra Minerva l’1 marzo 1431; il 3 avevano già fatto la loro scelta nella persona del cardinale Gabriele Condulmer. Nato a Venezia nel 1383, era nipote di Gregorio XII, che lo aveva nominato vescovo di Siena e poi cardinale di S. Clemente; assunse il nome di Eugenio IV.
Il giorno successivo alla sua incoronazione in S. Pietro, avvenuta l’11 marzo, egli emanò una bolla nella quale confermò una convenzione che il collegio cardinalizio aveva giurato prima di procedere all’elezione. Con essa si aveva una limitazione dell’autorità del papa, il quale non avrebbe potuto prendere alcuna decisione importante senza il consenso dei cardinali; egli s’impegnava anche a riformare la corte pontificia e a trasferirla comunque fuori Roma.
Il rinnovo della corte, che fu il primo atto del suo pontificato, gli portò l’opposizione aperta dei parenti di Martino V, i Colonna, che volevano conservare in proprio Castel S. Angelo, Ostia e altri territori; si ribellarono ad Eugenio che il 18 maggio 1431 li scomunicò, privandoli di ogni dignità. Con l’aiuto di Giovanna di Napoli riuscì a fronteggiare la situazione, ma nei Colonna il papa aveva chiaramente trovato dei nemici.
Confermò poi al cardinale Cesarini la presidenza del concilio che stava per aprirsi a Basilea, anche se in cuor suo avrebbe desiderato convocarlo in una città italiana e favorire così l’intervento dell’imperatore di Costantinopoli, Giovanni VII Paleologo, tramite il quale intendeva arrivare ad una composizione dello scisma d’Oriente. Il concilio veniva inaugurato il 23 luglio nella cattedrale di Basilea; inizialmente erano presenti solo molti abati e canonici e pochissimi vescovi, ma l’affluenza fu più consistente con l’apertura solenne del 14 dicembre sotto la presidenza del Cesarini, che solo per quella data poté intervenire, essendo stato trattenuto in Germania dal problema degli hussiti, invitati infine all’assemblea per discutere sulle loro dottrine.
Eugenio IV, preoccupato per questo atteggiamento nei confronti degli eretici, con una bolla del 18 dicembre dichiarava sciolto il concilio e lo trasferiva a Bologna. I convenuti a Basilea, offesi dal procedimento di Eugenio, disertarono l’adunanza il giorno in cui veniva data lettura della bolla, e proseguirono i loro lavori sotto un nuovo presidente, perché il Cesarini stesso inviò una lettera di protesta al papa per l’ordine di scioglimento, ribellandosi apertamente alla sua autorità. I padri conciliari trovarono un sostegno alloro operato nell’università di Parigi e nei sovrani di Spagna e Francia, come pure in Sigismondo e nei principi tedeschi.
Forte di questi appoggi, l’assemblea il 15 febbraio 1432 affermava con più forza di quella di Costanza l’autorità del concilio come derivante direttamente da Cristo, dichiarando che ad esso pertanto lo stesso pontefice doveva sottomettersi; fu proclamato che quel concilio "ecumenico" non poteva essere sciolto e trasferito altrove senza un motivo riconosciuto valido dall’assemblea stessa. Cominciarono man mano ad affluire nuove adesioni di vescovi e l’adunanza si sentì sempre più convinta del proprio operato; il 20 giugno fu deliberato che l’elezione pontificia era riservata al concilio e non al collegio dei cardinali. La sede di Roma fu di conseguenza considerata vacante, il nunzio Giovanni da Prato trattenuto come prigioniero ed Eugenio IV citato a presentarsi di persona al concilio.
Sigismondo capì che le cose prendevano una brutta piega e poiché mirava ad essere incoronato a Roma da Eugenio, si fece fautore di trattative che approdarono il 14 febbraio 1433 a un atto concreto da parte del papa: questi infatti, desideroso di non far precipitare la situazione verso un nuovo scisma, si dichiarò pronto a riconvocare il concilio a Basilea, a patto che si annullasse quanto finora deliberato.
Si discusse a lungo, mentre Sigismondo si faceva incoronare in S. Pietro dal papa il 31 maggio e l’1 agosto convinceva Eugenio a pubblicare una bolla con cui riconosceva il concilio, purché si desse la presidenza a un proprio legato e si annullasse il decreto contrario alla sovranità pontificia; nel dicembre infine fece ancor più ampie concessioni riconoscendo il carattere ecumenico del concilio.

D’altra parte Eugenio aveva ora altri problemi; Sigismondo, una volta ottenuta la corona e carpitagli in sostanza l’approvazione dell’operato conciliare, se ne era tornato a Basilea, mentre le terre pontificie subivano l’invasione di Francesco Sforza e Niccolò Fortebraccio al soldo del duca di Milano Filippo Maria Visconti. Molti cardinali fuggirono da Roma all’approssimarsi del pericolo e la nobiltà romana si scagliò contro Eugenio, che cercò di mettere lo Sforza contro il Fortebraccio concedendogli il vicariato di Ancona e il titolo di gonfaloniere della Chiesa; è chiaro che il papa non sapeva a che santo votarsi.

Fuga in barca. I Colonna gli sobillarono il popolo contro, accusandolo di tradimento, così che Eugenio a questo punto ritenne opportuno scappare; la notte del 4 giugno, vestito da frate benedettino, salì con un suo fedele sulla barca di un certo Vitellio ancorata a Ripa Grande, affidandosi a un robusto barcaiolo di nome Valentino. Fu una fuga avventurosa, alcuni Romani se ne accorsero e dettero l’allarme. Quando la barca passò presso S. Paolo, il popolo lanciò sassi e frecce, ma Eugenio stava sdraiato sul fondo dell’imbarcazione ricoperto da uno scudo. Valentino riuscì infine con abili manovre ad evitare una barca che presso Ostia cercava di ostacolargli la rotta e, una volta raggiunto l’alto mare, Eugenio salì a bordo di una nave; dopo alcuni giorni sbarcò a Pisa e il 23 giugno era in salvo a Firenze, dove poneva la sua residenza nel convento dei Domenicani a S. Maria Novella. Roma comunque non era perduta; Leone Sforza, fratello di Francesco, riusciva a prendere in mano la situazione nella città riassoggettandola alla sovranità di Eugenio, che vi nominava vicario Giovanni Vitelleschi, vescovo di Recanati ma anche notevole uomo d’arme.

Due concilii. Da Firenze Eugenio riprendeva i contatti con Basilea, inviando due cardinali con propositi conciliativi; di fronte alle rinnovate dimostrazioni di rivolta, il papa emanò un nuovo decreto di scioglimento del concilio, inviando una lettera ai sovrani europei con preghiera di richiamare i loro sudditi da Basilea. In seno all’assemblea si aprì una spaccatura; alcuni prelati l’abbandonarono, mentre i rimanenti citavano nuovamente il papa a comparire in giudizio. A questo punto Eugenio ne ebbe abbastanza e considerò sciolto di fatto il concilio, convocandone un altro a Ferrara; esso si aprì 1’8 gennaio 1438 sotto la presidenza del cardinale Albergati e alla presenza del pontefice, il quale il 15 febbraio con l’approvazione dell’assemblea proclamò ecumenico il concilio di Ferrara e scomunicò quello di Basilea, che in pratica aveva solo l’appoggio del re di Francia Carlo VII.
I due concili proseguirono contemporaneamente i loro lavori: Basilea il 24 gennaio sospese dalle sue funzioni Eugenio, che purtroppo non poteva più contare su Sigismondo, morto improvvisamente nel dicembre del 1437, lasciando la Germania divisa nell’obbedienza alle due assemblee conciliari. A Ferrara arrivava intanto nel marzo Giovanni VII Paleologo con un gran seguito di vescovi della Chiesa d’Oriente; si allacciavano trattative per una composizione dello scisma. Poi improvvisamente sopraggiunse la peste e il concilio si trasferì a Firenze nel gennaio del 1439; le sessioni ripresero nel febbraio e si concentrarono sui problemi di fede che dividevano le due Chiese, raggiungendo una "formula" di unione 1’8 giugno, due giorni prima che il patriarca Giuseppe di Costantinopoli morisse a Firenze in pieno concilio. Fu riconosciuto anche il primato universale del romano pontefice e si trattò di un’affermazione importante anche agli occhi dell’Occidente e in particolare dei secessionisti di Basilea; in agosto la delegazione d’Oriente con l’imperatore faceva ritorno a Costantinopoli.

Amedeo VIII antipapa col nome di Felice V. Il concilio proseguì i suoi lavori e il 4 settembre condannò come eretiche tutte le "verità di fede" che venivano concordate a Basilea, dove in realtà si era giunti agli estremi: il 5 novembre 1439 una parodia di conclave costituito da un cardinale, Il vescovi, 7 abati e 9 canonisti, tra cui Enea Silvio Piccolomini, il futuro Pio II, eleggeva papa il principe Amedeo VIII di Savoia. Era un laico, ma alla morte della moglie aveva rinunciato al governo delle sue terre in favore del figlio Ludovico e si era ritirato nella solitudine di Ripaglia, vicino al lago di Ginevra, conducendo vita eremitica. Si sentì lusingato e accettò la nomina, desideroso oltretutto di prendere gli Ordini sacri, solo dopo aver ricevuto i quali poté essere incoronato, il 24 luglio 1440, assumendo il nome di Felice V.
Il 23 marzo il concilio di Firenze aveva provveduto nel frattempo a scomunicarlo e lo stesso Carlo VII di Francia, così vicino ai Basileesi, non se la sentì di riconoscerlo come papa, obbligando i propri sudditi a prestare obbedienza a Eugenio IV. Altrettanto fecero il duca di Borgogna e i re di Castiglia, Aragona e Polonia; evidentemente dava i suoi frutti la composizione dello scisma d’Oriente, specialmente per il riconoscimento anche laggiù del primato del vescovo di Roma. Il povero principe di Savoia, l’ultimo antipapa riconosciuto nell’Annuario pontificio, era naturalmente alle complete dipendenze dei suoi elettori di Basilea, che gli avevano dato come segretario Enea Silvio Piccolomini. La sua carica durò quanto andò avanti il concilio stesso, cioè fino al 1449, in una funzione sempre meno significativa, non sostenuto più da alcun sovrano e solo puntando sulla neutralità di Federico III d’Asburgo e dei principi di Germania.

Eugenio IV aveva rafforzato notevolmente la propria posizione con un prestigio che in Italia appariva incontrastato; riconosciuto dal duca di Milano e conclusa la pace con il nuovo re di Napoli Alfonso d’Aragona, il papa vedeva libera la via del ritorno a Roma. Lasciava Firenze e rientrava nella sua sede il 28 settembre 1443; anche il concilio proseguiva i lavori a Roma, affrontando problemi esclusivamente di carattere religioso. Si registrarono il ritorno in seno alla Chiesa di Roma di Siri, Maroniti e Caldei, che abbandonavano diverse posizioni eretiche; Eugenio IV esprimeva il giubilo per questi trionfi della fede apostolica con la bolla Benedictus sit Deus del 7 aprile 1445, che va considerata una specie di consacrazione finale del concilio, il XVII ecumenico, unico nella storia ad aver avuto tre sedi diverse tra Ferrara, Firenze e Roma, e che fu appunto dichiarato chiuso dal papa.

Purtroppo la gioia di Eugenio IV fu rattristata dai contrasti improvvisamente sorti di nuovo in seno alla Chiesa d’Oriente; in pratica i patriarchi di Antiochia, Alessandria e Gerusalemme non riconobbero l’atto di unione sancito dal loro collega di Costantinopoli morto a Firenze, l’imperatore stesso fu minacciato di scomunica e gli unionisti vennero perseguitati. Così, dopo solo un anno di appassionanti slanci di fede universale, risorgeva più ostinato che mai lo scisma d’Oriente.

In Occidente la situazione appariva invece sempre più favorevole al papa; Federico III d’Asburgo, al cui servizio nel 1442 era passato Enea Silvio Piccolomini, abbandonando peraltro la causa dell’antipapa, riconobbe Eugenio IV come legittimo pontefice grazie alla concessione di alcune nomine vescovili sui territori austriaci e la promessa della corona imperiale. La neutralità dei principi tedeschi si concluse a Roma solo il 7 febbraio del 1447 con un concordato in cui era accettato il decreto di Costanza relativo all’obbligo di tenere regolarmente dei concili ecumenici; fautori dell’accordo, il Piccolomini per i principi tedeschi, i legati Carvajal e Parentucelli per il papa, elevati questi ultimi per premio alla porpora cardinalizia.

Pochi giorni dopo, il 23 febbraio 1447, Eugenio IV moriva, e veniva sepolto in S. Pietro, come aveva desiderato, a fianco ad Eugenio III; le sue spoglie furono poi traslate nella tomba monumentale eretta dal Pisanello nella chiesa di S. Salvatore in Lauro, durante i lavori per la nuova basilica vaticana e lì rimase. "Fu un papa grande e glorioso; disprezzò il denaro, amò la virtù; nella prospera fortuna non fu orgoglioso, nell’avversa non si perse d’animo; non conobbe la paura; il suo animo tranquillo si rifletteva nel suo volto sempre uguale", dice di lui il Piccolomini, che pure fu inizialmente schierato sul fronte di Basilea e in posizione a lui contraria, anche come segretario dell’antipapa Felice V.

E bisogna aggiungere che non fu assolutamente nepotista, cosa che in fondo aveva finito per procurargli i disagi di una turbolenta residenza a Roma; fin troppo diplomatico, riuscì però ad imporsi proprio per la mitezza d’animo. Uomo di modesta cultura, seguitò comunque ad aprire Roma all’Umanesimo, circondandosi di letterati, alcuni dei quali furono suoi segretari, come il Poggio, l’Aurispa e il Biondo, e chiamando artisti nell’opera di restauro delle chiese, come Donatello, Pisanello e l’Angelico. Al Filarete affidò la scultura delle porte in bronzo di S. Pietro in gran parte ispirate al concilio di Firenze, che costituiscono la prima affermazione dell’arte rinascimentale in Roma.