I 14 cardinali presenti a Roma alla morte di Innocenzo VII, prima di entrare in conclave, firmarono un accordo che impegnava il nuovo eletto a rinunciare alla carica pontificia appena l'antipapa avignonese avesse fatto altrettanto, dandone comunicazione a Benedetto XIII entro un mese. Un'ambasceria sarebbe stata inviata ad Avignone per avviare le trattative tendenti a comporre lo scisma entro tre mesi; insomma il nuovo papa avrebbe avuto una sovranità limitata e comunque condizionata agli sviluppi del problema. Appariva in pratica come un curatore degli interessi della Chiesa, il che era un fatto positivo, ma la sua autorità era potenzialmente limitata da quella del collegio cardinalizio almeno per quindici mesi; questo il tempo concesso infatti al neoeletto per arrivare ad un accordo, dopodiché sarebbe stato libero di agire di sua iniziativa.
Il conclave si riunì il 18 novembre 1406 e il 30 dello stesso mese fu eletto il cardinale veneziano Angelo Correr, patriarca latino di Costantinopoli: fu incoronato il 19 dicembre e assunse il nome di Gregorio XII. Ottantenne, molto alto e magrissimo, tutto "pelle e ossa" secondo un cronista dell'epoca, aveva aspetto e spirito ascetico, come testimonia anche il tono "biblico" delle espressioni da lui usate nella comunicazione inviata a Benedetto XIII e alla cristianità intera circa il suo vivo desiderio di pace, anche a costo di una abdicazione. Si dichiarò pronto ad imitare quella madre che, al cospetto di Salomone, preferì consegnare il proprio figlio a mani straniere piuttosto che vederlo morire, deciso a ricercare l'unità della Chiesa "su una barca da pesca e col bordone di pellegrino".
Erano parole sublimi che colpirono il clero internazionale e i sovrani, mettendo Benedetto XIII con le spalle al muro; questi non poteva tirarsi indietro e, pur rispondendo evasivamente, fece presente che era
favorevole ad un incontro con il romano pontefice a Savona. L'università di Parigi, per bocca dei suoi stimati teologi, riteneva utile l'incontro ed era favorevole ad una contemporanea abdicazione. Di fronte a certe affermazioni e ritenendo che in fondo incontrarsi con Benedetto avrebbe significato riconoscerlo come legittimo pontefice, Gregorio ci ripensò; in particolare i suoi parenti fecero una specie di lavaggio del cervello al vecchio papa, perché vedevano svanire tutti i loro interessi nell'eventualità di un'abdicazione. E così il nepotismo bloccò le iniziative unioniste di Gregorio, troppo vecchio per reagire, finendo subito vittima di atroci insulti da parte dell'opinione pubblica in una serie di libelli, come una sorta di "lettera di Satana" indirizzata all'arcivescovo Giovanni Dominici di Ragusa, nella quale si ironizzava sui metodi orrendi a cui ricorrevano i familiari di Gregorio per limitarne l'autorità.
Comunque del malcontento finì per farne materialmente per primo le spese Benedetto, che si vide nuovamente posto sotto assedio in Avignone per ordine del re di Francia; ma anche questa volta riuscì a fuggire, riparando in Aragona nel 1408 e indicendo con un'apposita bolla un concilio a Perpignan. Il re di Francia a questo punto propose di scavalcare le due personalità pontificie e arrivare piuttosto ad un incontro tra i cardinali delle due obbedienze; il progetto fu approvato da diversi sovrani e si concretizzò nella convocazione di un concilio a Pisa per il marzo del 1409. Esso fu emanato da sette cardinali ribellatisi a Gregorio, perché questi aveva nominato cardinali due suoi nipoti, e da altri sette provenienti dal gruppo di Avignone riuniti a Livorno, mediante un compromesso tra le due parti; in pratica i prelati di tutto il mondo cristiano erano invitati a un sinodo, che avrebbe dovuto costringere i due contendenti ad abdicare o altrimenti li avrebbe deposti.
Gregorio XII reagì con fermezza ma anche con spirito molto comprensivo, richiamando all'obbedienza i sette cardinali ribelli, dietro promessa di convocazione di un concilio ecumenico in una città del Veneto; creò quindi dieci nuovi cardinali e, poiché i ribelli non cambiavano atteggiamento, provvide a scomunicarli. Cercò comunque un luogo sicuro da cui seguitare a svolgere la sua missione di pace, che certo non poteva attuare a Roma, e si trasferì pertanto ai primi di marzo del 1409 a Rimini, sotto la protezione dei Malatesta, e da lì inviò una lettera a Firenze lamentandosi dell'appoggio dato dalla Toscana ai secessionisti e dichiarando illegale un concilio indetto da cardinali e non da un papa.
A questo punto rischiava di assumere maggior importanza quello già aperto a Perpignan da Benedetto XIII nel novembre del 1408 con 120 prelati; la confusione era enorme, i sovrani si schieravano per questo o quel concilio senza una precisa cognizione di causa. Comunque Roberto del Palatinato appoggiava Gregorio, perché vedeva nel concilio di Pisa la longa manus del re di Francia; Ladislao di Napoli, in qualità di difensore della Chiesa di Roma, ne approfittava per occupare la città abbandonata da Gregorio e protestava anche lui contro i cardinali riuniti a Pisa.
| 1409: il concilio di Pisa |
In questo clima caotico si era aperto il concilio di Pisa il 25 marzo 1409, che infine si valorizzò perché ogni sovrano si era convinto a inviare un proprio rappresentante e poté così contare sulla presenza di 10 cardinali del seguito di Benedetto, 14 di quello di Gregorio, 4 patriarchi, 80 vescovi, 27 abati e diversi dottori di teologia e diritto canonico, nonché prelati conciliari che avevano abbandonato Perpignan; presiedeva il cardinale anziano di Poitiers, Guy de Maillesec.
Fin dal primo giorno furono citati davanti al concilio i due papi assenti, attesi invano fino al 30 di marzo e poi dichiarati contumaci. La posizione di Gregorio fu difesa dal re di Germania Roberto, che ribadì il concetto della nullità di un concilio non convocato dal papa e precisò che l'eventuale deposizione del pontefice era illegale. Anche Carlo Malatesta difese Gregorio e cercò di convincere l'assemblea a trasferire i propri lavori in una località più accettabile per il romano pontefice. Non furono ascoltati: il concilio fu dichiarato ecumenico e si ebbe la fusione dei due gruppi di cardinali in un unico rinnovato collegio cardinalizio, che rifiutava obbedienza sia a Benedetto sia a Gregorio.
Il 5 giugno il patriarca di Alessandria lesse la sentenza che decretava Pedro de Luna e Angelo Correr decaduti dalla loro carica pontificia come scismatici ed esclusi dalla comunione della Chiesa, per cui la Santa Sede andava considerata vacante. Dieci giorni dopo i 24 cardinali entravano in conclave e il 26 giugno veniva eletto papa all'unanimità l'arcivescovo di Milano, Pietro Filargo di Creta; consacrato nella cattedrale di Pisa il 7 luglio, assunse il nome di Alessandro V.
Era intenzione del nuovo pontefice, che secondo l'Annuario pontificio va considerato un antipapa alla stregua di Benedetto XIII, proseguire i lavori del concilio per affrontare i problemi relativi ad una riforma della Chiesa, ma i prelati erano stanchi; l'assemblea fu chiusa e tutto rinviato ad un nuovo concilio che si sarebbe dovuto svolgere nel 1412.
A questo punto la situazione in seno al mondo cristiano era peggiorata; a livello internazionale le decisioni del concilio di Pisa non ebbero una approvazione generale, come i più entusiasti suoi promotori si aspettavano; canonisti e teologi cominciarono a giudicare quell'assemblea priva di ogni concreto fondamento, soprannominandola un "conciliabolo". In sostanza ora c'erano tre papi ognuno con i propri sostenitori nelle file del clero e tra i sovrani; Gregorio XII aveva dalla sua Italia, Germania e nord Europa; Benedetto XIII Spagna, Scozia, Sardegna, Corsica e parte della Francia; Alessandro V la maggior parte della Francia e numerosi Ordini religiosi favorevoli alla riforma, che però si faceva attendere.
Gregorio XII comunque non era stato con le mani in mano e, in contemporanea a quello di Pisa, come promesso, aveva svolto il suo concilio a Cividale del Friuli, presso Aquileia; nella sessione del 22 luglio egli dichiarò come legittimi pontefici solo quelli di Roma, da Urbano VI a Bonifacio IX e lui stesso, e antipapi quelli di Avignone, vale a dire Clemente VII e Benedetto XIII, nonché il neoeletto di Pisa Alessandro V.
Comunque egli era sempre disposto ad abdicare, ma esigeva che lo stesso facessero i due competitori, pronto a riconoscere nuovo pontefice chi fosse stato eletto da almeno due terzi dei cardinali delle tre obbedienze riunite in unico collegio. Pertanto raccomandava ai sovrani Roberto di Germania, Ladislao di Napoli e Sigismondo d'Ungheria di farsi promotori concreti di un piano di pace che raggiungesse questo
scopo. Gli eventi però precipitarono nella Repubblica veneta; i patriarchi di Aquileia e Venezia si proclamarono obbedienti ad Alessandro V e tentarono d'imprigionare Gregorio. Questi riuscì a fuggire travestito, mentre il suo cameriere in abiti pontifici veniva percosso dai soldati incaricati di arrestarlo, e raggiunse Gaeta sotto la protezione di Ladislao di Napoli.
Roma era controllata da Luigi II d'Angiò, che il concilio di Pisa aveva riconosciuto nuovo re di Napoli in opposizione a Ladislao; così nella primavera del 1410 Alessandro V poteva entrare a Roma dove era acclamato come romano pontefice dal popolo. Ma fu breve gloria; colui che manovrava le trame della politica papale "pisana" era in realtà il cardinale napoletano Baldassarre Cossa, che ricopriva a Bologna la carica di legato di Alessandro V e tramava chiaramente per sostituirlo ai vertici del potere. Fu facile per lui attirarlo a Bologna, dove il 3 maggio Alessandro V moriva, verosimilmente avvelenato dal Cossa, che in un frettoloso conclave il 17 maggio si faceva eleggere suo successore; veniva consacrato il 25 dello stesso mese col nome di Giovanni XXIII e l'anno successivo s'insediava a Roma in Vaticano.
Per Gregorio XII ormai Roma era solo un miraggio, visto che nel frattempo aveva perduto anche due dei suoi sostenitori; Roberto, re di Germania, era morto improvvisamente il giorno dopo l'incoronazione di Giovanni XXIII, mentre Ladislao, resosi conto dell'intrigante abilità politica del Cossa, allacciava trattative con lui perché cessasse di contrapporgli Luigi II d'Angiò come portavoce del concilio di Pisa. I due si accordarono con una reciproca dichiarazione delle loro sovranità: Ladislao rinnegava Gregorio e riconosceva Giovanni eletto "per divina ispirazione"; questi lo nominava gonfaloniere della Chiesa di Roma e lo riempiva di vari benefici. Gregorio era costretto a fuggire da Gaeta su una nave veneziana che, evitando la flotta del Cossa, riusciva a portarlo in salvo a Rimini da Carlo Malatesta, l'unico nobile su cui potesse infine contare.
A Roma Giovanni XXIII provvedeva a fortificare ulteriormente il Vaticano costruendo, secondo il Gregorovius, un lungo corridoio sopraelevato che lo metteva in comunicazione con Castel S. Angelo, il famoso "Passetto", probabilmente ristrutturato poi da Alessandro VI; riprendeva l'attività della Curia. Tutto finché non si fece sentire dalla Germania il nuovo pretendente alla corona imperiale, il re Sigismondo, che a nome della cristianità dichiarò intollerabile la situazione esistente con tre pontefici privi di una concreta autorità; allora Ladislao ruppe anche con Giovanni XXIII, che riparò a Firenze, mentre il re di Napoli raggiungeva Roma sottoponendola a un lungo saccheggio.
Il 30 ottobre 1413 Sigismondo convocava ufficialmente sovrani, cardinali, vescovi, abati e patriarchi ad un concilio ecumenico che si sarebbe aperto a Costanza l'l novembre 1414; l'invito era in pratica esteso anche ai tre pontefici, con il proposito principale di comporre lo scisma, ma di provvedere anche ad una condanna delle nuove eresie e ad una riforma della Chiesa. Giovanni XXIII fece sua l'iniziativa di Sigismondo, per dare un crisma ecclesiastico al concilio, e il 9 dicembre 1413 lo convocò con un'enciclica, precisando che andava considerato un proseguimento di quello di Pisa. Gregorio XII si rifiutò di riconoscere la validità di tale convocazione; Benedetto XIII lo imitò.
Giovanni era ben contento del comportamento dei due rivali e, ottenuta da Sigismondo l'assicurazione dell'incolumità della sua persona, si mise in viaggio verso Costanza, dove fece trionfale ingresso con un corteo imponente il 28 ottobre 1414. Man mano sopraggiungevano i vari rappresentanti di tutta l'Europa cristiana per un totale di 1800 ecclesiastici, tra teologi, vescovi, arcivescovi, patriarchi e 29 cardinali, oltre ai legati dei vari sovrani. Il concilio fu dichiarato aperto il 5 novembre, ma i lavori cominciarono solo dieci giorni dopo, per dar modo a tutti i convenuti di raggiungere Costanza; le prime sedute si ebbero sotto la presidenza di Giovanni XXIII. Sigismondo, incoronato imperatore ad Aquisgrana l'8 novembre, arrivò solo la vigilia di Natale e con la sua presenza il concilio assunse un volto caratteristico per le particolari innovazioni.
La principale fu quella, rivoluzionaria, di dividere l'assemblea per nazioni, esattamente cinque (Italia, Francia, Germania, Inghilterra e Spagna), ciascuna con un vescovo come presidente; l'altra, non meno straordinaria, consistette nell'estendere il diritto di voto a tutti i presenti, ecclesiastici e laici, in un concetto di democratizzazione della Chiesa. Questo significava che l'autorità decisionale era rimessa al concilio nel suo insieme e non a uno dei tre papi, il cui primato era in pratica accantonato, tanto che nelle prime sedute fu negato il principio divino della sovranità pontificia; era un colpo duro inferto alla sede di Roma e fu in gioco allora il futuro del papato.
Ciononoste Gregorio XII inviò il suo legato a Costanza, il cardinale Giovanni Dominici di Ragusa, e fece presente all'assemblea di essere pronto a dimettersi se gli altri due pontefici avessero fatto altrettanto, ma chiedeva solo che fosse tolta a Giovanni XXIII la presidenza del concilio. Parve giusta all'assemblea la richiesta di Gregorio e il papa "pisano" recitò con maestria la sua parte: il 2 marzo 1414 diede lettura della "cessione", s'inginocchiò davanti all'altare e giurò che suo unico scopo era la pace della Chiesa e la composizione dello scisma. Fu una scena di grande teatralità, recitata ad arte, perché intorno alla sua persona in concilio erano cominciate a circolare voci diffamatorie ed egli non si sentì più sicuro; il duca d'Austria l'aiutò a fuggire e Giovanni riparò a Sciaffusa, denunciando di lì intrighi e pregiudizi dei partecipanti al concilio, che aveva violato le prerogative pontificie.
L'assemblea entrò in crisi e ci volle tutta la diplomazia politica di Sigismondo e l'autorità religiosa del cardinale Pierre d'Ailly per impedire che il concilio si sciogliesse; anzi, nella riunione del 29 marzo 1415 si ribadiva che ogni ecclesiastico, e quindi anche il papa, doveva obbedire ad un concilio ecumenico. Guadagnò terreno l'idea che i tre pontefici dovessero abdicare contemporaneamente o altrimenti essere considerati decaduti dalle loro funzioni; e si cominciò da Giovanni XXIII, che il burgravio di Norimberga era riuscito ad andare a riprendere a Sciaffusa, riconducendolo in prossimità di Costanza. Il 29 maggio fu dichiarato decaduto come simoniaco e condannato alla prigionia; il Cossa implorò il perdono e Sigismondo comunque lo affidò al conte palatino perché lo custodisse fino al termine del concilio. Sarebbe passato prigioniero da un principe tedesco ad un altro fmché il nuovo papa Martino V non ne ebbe riscattata la libertà, riammettendolo in seno alla Chiesa come cardinale vescovo di Tuscolo; sarebbe morto nel 1420.
Il concilio si occupò poi del pontefice di Roma e Gregorio XII si comportò con grande dignità; il 15 giugno 1416 incaricò il suo amico e protettore Carlo Malatesta di comunicare all'assemblea che spontaneamente abdicava. Inoltre, per dare un crisma di ufficialità veramente ecumenica al concilio, Gregorio, come unico autentico papa, lo convocava da quel giorno a nome del suo legato, il cardinale Dominici, e legittimava così gli atti successivi dell'assemblea; da allora la Chiesa considerò in effetti veramente ecumenico il concilio di Costanza.
Il 4 luglio Carlo Malatesta presentava la rinuncia scritta di Gregorio XII;
in segno di riconoscimento per quel dignitoso comportamento il concilio invitava
il papa dimissionario ad assumere la sede episcopale di Porto e la legazione pontificia
delle Marche. Gregorio ringraziò l'assemblea con una lettera nella quale si firmò
semplicemente "Angelo, cardinale vescovo"; morì a Recanati il 18 ottobre 1417 e fu sepolto
nel duomo di quella città.
Walter Ullmann parla nella circostanza di "vittoria del conciliarismo" per cui "il potere non risiedeva più nel monarca papale ma nella Chiesa, rappresentata dal concilio generale" e "da padrone che era stato il papa era ora il servo della Chiesa, un semplice funzionario" in una sovranità collettiva. Ma non è completamente esatto, o perlomeno si trattò solo di un'affermazione temporanea di tale concetto, al quale Gregorio XII si allineò volontariamente proprio per il bene dell'unità della Chiesa, cosa che torna pienamente a suo merito. D'altronde il fatto che egli si sentì in dovere di convocare di nuovo un concilio già operante, ma nullo in stretti termini di diritto canonico, e che solo dopo questo atto presentò le sue dimissioni, chiarisce che in fondo al suo animo egli non si riconobbe mai inferiore al concilio.
Peraltro il pontefice legittimo che gli successe nella sede di Roma, Martino v, avrebbe avvalorato l'operato di Gregorio, astenendosi dall'approvare il concilio nel suo insieme e finendo per rinnegare i decreti contrari al primato divino del papa; si sarebbe comportato ugualmente Eugenio IV confermando le decisioni di Costanza, fatta salva "la dignità e il primato della Santa Sede" romana.
Dunque proprio grazie al nobile comportamento di Gregorio XII sarebbe rimasto in vita il concetto del pontefice discendente di Pietro, consolidandosi nella figura del papa-re, deciso a non crollare neanche davanti alla riforma luterana e pronto a rinsaldarsi con la "controriforma".