195.

CLEMENTE V
Bertrand de Got

di Villandraut (Gironda o Guascogna?)

Eletto papa il 5.VI e incoronato il 14.IX.1305 Morto il 20.IV.1314

Già tre giorni dopo la morte di Benedetto XI, senza rispettare il decreto gregoriano sul conclave, i cardinali si radunarono nel palazzo arcivescovile di Perugia, sperando di arrivare ad una sbrigativa elezione, che frenasse sul tempo eventuali ingerenze esterne. Il collegio dei cardinali si presentò però profondamente diviso in due fazioni, quella filoitaliana con i cardinali Matteo Orsini e Francesco Caetani e quella filofrancese con a capo Napoleone Orsini e Niccolò da Prato, sulla quale incombeva la longa manus di Filippo il Bello.

Le liti tra i porporati andarono avanti un anno intero, accompagnate dagli scontri armati tra i sostenitori delle opposte fazioni a Roma e un po' in tutto lo Stato della Chiesa; ma alla fine si giunse ad un compromesso. I candidati filoitaliani avrebbero proposto una terna di candidati, tra i quali la fazione filo francese avrebbe scelto il nuovo papa; si dette il caso che i tre proposti, pur essendo Francesi, erano avversari di Filippo il Bello, al quale fu subito comunicata la notizia, con la controproposta dell'arcivescovo di Bordeaux, Bertrand de Got. Il re convocò immediatamente a Parigi il candidato dei Francesi e si accordò con lui; secondo quanto riferisce il Villani, l'arcivescovo avrebbe promesso al re, in caso di elezione, larghe concessioni tra cui l'uso di "tutte le decime del reame per cinque anni" (VIII, 80). Anche Dante è convinto che Bertrand de Got "pastor sanza legge" abbia raggiunto il papato "comperandosi" il potente appoggio di Filippo e gli assegnò per questo un posto nel suo Inferno tra i simoniaci (XIX, 85-87):

Nuovo Iasòn sarà, di cui si legge 
ne' Maccabei; e come a quel fu molle 
suo re, così fia lui chi Francia regge.

Bertrand de Got, nativo di Villandraut nella Gironda, fu dunque eletto il 5 luglio del 1305; guascone, aveva studiato a Orléans e Bologna, ed era stato eletto arcivescovo di Bordeaux da Bonifacio VIII. Era comunque in amichevoli rapporti col re di Francia e, desideroso di diventare pontefice, si arrese completamente ai suoi desideri; il primo atto, significativo in tal senso, fu la comunicazione inviata ai propri elettori di trasferirsi in Francia, perché egli desiderava essere incoronato nella sua patria.
Il che avvenne il 14 novembre 1305 a Lione, nella chiesa di St. Just, alla presenza di Filippo il Bello, di Carlo di Valois, del duca Giovanni di Bretagna e di numerosi baroni francesi; Bertrand de Got assunse il nome di Clemente V.

Durante la processione che fece seguito alla cerimonia si verificarono degli incidenti che la voce popolare interpretò subito come segni di malaugurio e sventure per il prossimo futuro; un muraglione rovinò addosso al papa che cadde da cavallo, mentre la sua corona rotolò nella polvere e andò smarrito uno splendido diamante. Il Valois restò ferito gravemente, il duca di Bretagna morì in seguito alle ferite riportate e dodici baroni del seguito rimasero uccisi sul colpo.
Ma queste fatalità, profetizzanti tempi oscuri per la Chiesa, non smossero il re e il papa da quanto avevano già deciso nel loro incontro; la sede papale veniva trasferita da Roma in Francia, dapprima a Lione, poi a Cluny, Bordeaux, Poitiers e poi definitivamente in Provenza, ad Avignone. In questa città i pontefici sarebbero rimasti per un periodo di circa settanta anni passato alla storia col nome di "cattività avignonese"; i papi, ufficialmente ospiti del re di Napoli, in quanto conte di Provenza, sarebbero stati secondo la voce popolare sottomessi al re di Francia, anche se vicino Avignone la Chiesa già possedeva il contado Venassino. E' un fatto che i sette papi di Avignone furono tutti francesi e per spirito nazionale legatissimi alla loro terra d'origine.

E poi c'è l'assurdità di un vescovo di Roma lontano dalla sua diocesi e di una Chiesa apostolica e romana facente capo ad Avignone, dove nessun apostolo si era mai recato: Per tutto questo periodo Roma fu abbandonata a se stessa, nelle lotte tra fazioni, e lo Stato della Chiesa sfuggì quasi completamente alla sovranità pontificia in una tale decadenza che rendeva addirittura impossibile un ritorno della Curia a Roma in un prossimo futuro.

Con Clemente V fu già evidente la sottomissione del papato al re di Francia. Poche settimane dopo la sua elezione infatti si mostrò compiacente ai desideri di Filippo il Bello nominando ben nove cardinali francesi, parenti o amici del re, in modo da consentire un'incondizionata maggioranza dei Francesi in seno al collegio cardinalizio, con un effettivo controllo sulla politica della Curia; venivano anche reintegrati nella loro dignità i cardinali Giacomo e Pietro Colonna.

Ma la cosa che premeva particolarmente a Filippo e alla maggioranza dei porporati era l'istruzione di un processo contro Bonifacio VIII; Clemente V cercò finché gli fu possibile di guadagnar tempo e riuscì poi in effetti ad evitare la condanna ufficiale del papa, ma tutto questo a costo di numerose concessioni pur sempre lesive della personalità di Bonifacio VIII. Esse cominciarono dal febbraio 1306, quando il papa revocò tutti i provvedimenti contro la famiglia Colonna, che questa volta riuscì a rientrare in possesso di quanto le era stato sottratto a vantaggio dei Caetani e degli Orsini. A Filippo furono poi concesse le decime ecclesiastiche promesse in pratica dal papa prima della sua elezione; fu inoltre abrogata la bolla Clericis laicos e di conseguenza i rapporti del re di Francia con la Chiesa sarebbero rimasti invariati rispetto a quelli goduti dallo stesso prima dell'emissione della bolla.

Clemente V pensò di aver ricambiato adeguatamente il suo re per averlo favorito nell'elezione al pontificato, ma si sbagliava; in un incontro nel maggio del 1308 a Poitiers i due giunsero ad un aspro dissidio di fronte ad alcune ferme pretese avanzate da Filippo. Questi voleva la condanna di Bonifacio VIII in un vero e proprio processo e il proscioglimento del Nogaret dalla scomunica; la convocazione di un concilio ecumenico in Francia; lo scioglimento dell'Ordine dei Templari. Quest'ultimo era un Ordine di cavalieri che aveva ricevuto la regola ecclesiastica da Bernardo di Chiaravalle in un'attività legata alla Terra Santa; con il tramonto delle crociate, esso aveva perso ogni incombenza pratica ma aveva seguitato a prosperare specialmente in Francia, con l'apertura di numerosi conventi, veri e propri depositi dei tesori raccolti da questi ecclesiastici.
Infatti, come nota l'Ullmann, "con lo sviluppo del commercio fra il Levante e l'Occidente europeo i Templari cominciarono a fungere da banchieri mercantili. Inoltre, essendo molti coloro che avevano depositatogioielli e altri tesori personali presso i Templari di Francia, l'Ordine era sulla buona strada per diventare una grande potenza economica, dato anche che godeva di molti privilegi e immunità". In pratica Filippo voleva impossessarsi di questa immensa fortuna, spingendo il papa a sciogliere appunto l'Ordine dei Templari, a costo di cedere magari sul processo a Bonifacio VIII; e così avvenne.
Clemente V da principio dette subito il suo assenso alla convocazione del concilio, mentre sulle altre pretese si mostrò più restio; in realtà cedette gradatamente, ad arte, proprio per arrivare a salvare la memoria di papa Caetani fin dove gli fosse possibile.

Riguardo ai Templari il papa pensò di controllare la cosa, assegnando pieni poteri ai vescovi e all'Inquisizione, in modo che varie commissioni nelle singole diocesi potessero esaminare caso per caso la situazione dei conventi; ma in realtà egli non ebbe mano libera neanche nella formazione delle commissioni, tutte più o meno direttamente pilotate da Filippo. E queste commissioni, ricorrendo alla tortura, riuscirono ad estorcere ai rappresentanti più eminenti dell'Ordine dei Templari confessioni di eresia considerate autentiche dall'Inquisizione, che provvide di conseguenza a mandarli al rogo; le ritrattazioni non furono ritenute valide e i colpevoli furono ugualmente ritenuti "recidivi" come eretici. Gli appelli al papa dei condannati finirono nel nulla; Clemente V ottenne solo di rinviare una decisione definitiva sulla condanna dell'Ordine al concilio, convocato per l'ottobre del 1310 a Vienne, ma rinviato poi di un anno perché nel frattempo Filippo e la corte, sospinti dai Colonna, premevano per il processo contro Bonifacio VIII, continuamente differito dal papa e infine iniziato nel marzo del 1310 ad Avignone.

L'accusa fu sostenuta da Guglielmo di Nogaret e Guglielmo di Plasian, che facevano parte del Consiglio di Stato del re, e fautori di tutte le losche manovre che avevano portato all'"affronto di Anagni", mentre i due cardinali Colonna, nemici personali di papa Caetani, fungevano da testimoni, ovviamente non a difesa; a questo punto il re capì che però un qualcosa doveva pur concedere al povero Clemente e, di fronte ad un'ennesima sua tergiversazione, decise di rinunciare ad un'ulteriore umiliazione del papato. Naturalmente non per un senso di pietà, bensì per accattivarsi definitivamente l'assenso del pontefice allo scioglimento dell'Ordine dei Templari in sede di concilio. D'altronde il 27 aprile 1311 nella bolla Rex gloriae Clemente V riconobbe esplicitamente l'innocenza e il "bonus zelus" del re nel suo procedimento contro Bonifacio VIII e arrivò a togliere la scomunica al Nogaret; infine in tutte le bolle emanate da quel papa furono letteralmente "raschiati" i passi che contenevano rimproveri contro il re.

Lo scioglimento dei Templari
Si arrivò così al Concilio di Vienne, il quindicesimo ecumenico, che fu aperto alla presenza di Filippo il 16 ottobre 1311; era destinato ad occuparsI essenzialmente del Templari e lo fece a senso unico, sulla base dei processi già avviati dall'Inquisizione e della relazione di una commissione episcopale francese. Il papa con la bolla Vox In excelso del 3 aprile 1312, approvata all'unanimità dal concilio, decretò lo scioglimento dell'Ordine con la semplice giustificazione che esso non adempiva più ai compiti per i quali era stato creato, legati appunto alla Terra Santa e alle crociate ormai venute meno, ed evidenziando che molti suoi adepti erano stati riconosciuti eretici. Tutte le ricchezze e le proprietà dei Templari vennero suddivise tra gli Ospedalieri e i Giovanniti, ma su gran parte di esse finì poi per mettere le mani Filippo il Bello, ricco d'inventiva nel trovare scappatoie ed espedienti per dire in ogni circostanza l'ultima parola. Della torre del Tempio a Parigi fece addirittura il suo castello residenziale; durante la rivoluzione sarebbe stata la prigione di Luigi XVI e Maria Antonietta.

Quanto a Bonifacio VIII, il processo nei suoi confronti fu considerato chiuso ovvero annullato; ma ormai la persona di papa Caetani era finita nell'ignominia. Il concilio si pronunciò in favore dell'ortodossIa della sua fede così che cadde ogni accusa di eresia e il nome di Bonifacio non fu cancellato dal canone dei romani pontefici. Come annota Walter Ullmann, "il prezzo pagato dal papato per evitare il processo contro il defunto Bonifacio fu veramente alto: non v'è dubbio che la sua reputazione ebbe a soffrire moltissimo da tutta questa storia". Oltretutto la canonizzazione di Celestino V, avvenuta in Avignone il 5 maggio del 1313 e fortemente voluta da Filippo il Bello, fu indirettamente la condanna di un altro operato di Bonifacio VIII, la prigionia del papa-eremita; in fondo la memoria di Benedetto Caetani fu salvata soltanto nella forma, ma non nella sostanza. .

Clemente V era molto malato, sempre meno capace di un'azione all'insegna almeno della diplomazia; le ultime vaghe speranze di restaurare una parvenza di Stato della Chiesa egli le aveva riposte in un primo tempo sul nuovo re di Germania, Enrico VII. Poi, sollecitato da FIlippo e dando ascolto agli appelli dei Neri di Firenze, che si erano opposti al suo ingresso nella città toscana, subendone l'assedio e il saccheggio, finì per schierarsi contro di lui e, per bocca del re di Napoli, Roberto d'Angiò, avocò a sé il potere imperiale. Morto Enrico VII nel 1313 svanirono con lui i sogni degli ultimi ghibellini italiani o di idealisti come Dante, che avevano visto in quel re il salvatore di un'Italia ormai in preda all'anarchia. Il papa aveva nominato vicario imperiale in Italia Roberto d'Angiò, che era tutto intenzionato a fare i propri interessi; questo fu l'ultimo atto di debolezza di un papa minato, probabilmente fin dall'inizio del suo pontificato, da un male che ora si faceva irreversibile. Trasferitosi negli ultimi tempi a Carpentras, morì a Roquemaure sul Rodano il 20 aprile 1314; fu sepolto a Uzès, ma la tomba andò poi distrutta. Pochi mesi dopo moriva anche Filippo il Bello.

I severi giudizi sempre pronunciati su Clemente V sono stati in parte ridimensionati dalla critica moderna; in genere si tende a giustificarne il debole carattere tirando in ballo la sua malattia. L'Ullmann parla comunque di "mancanza di diplomazia, di esperienza, di addestramento e di capacità intuitive, il che spiega il vero e proprio capitombolo del papato". Ma oltretutto, se egli non era in perfette condizioni fisiche già al momento della sua elezione, ancor più gravi appaiono le losche manovre da lui architettate per arrivare al pontificato che, con un fisico malandato, non avrebbe potuto in tutta coscienza condurre in porto in piena libertà di azione.

In ultima analisi ogni giustificazione di questo tipo si vanifica di fronte all'acceso nepotismo che contraddistinse il suo pontificato; come ricorda il Seppelt, "non meno di cinque membri della sua numerosa famiglia furono ammessi al collegio dei cardinali; parecchi altri furono corredati di episcopati e taluni di ricchi benefici. Ai parenti secolari furono conferiti uffici lucrativi nello Stato della Chiesa, e persino nel suo testamento Clemente fece loro notevoli assegnazioni tanto che, sotto il suo successore si giunse ad uno spiacevole processo". È difficile insomma difendere un papa di questa fatta sia come uomo politico sia come uomo di Chiesa; proprio alla luce di certe osservazioni, sembrano invece prendere più consistenza tutte le altre numerose accuse lanciate dai suoi contemporanei a questo "papa sanza legge".