196.

GIOVANNI XXII
Jacques-Arnaud d'Euse

Nato nel 1245 a Cahors (Francia)

Eletto papa il 7.VIII
consacrato il 5.IX.1316
Morto il 4.XII.1334

Alla morte di Clemente V il collegio dei cardinali si riunì a Carpentras, dove negli ultimi tempi il papa aveva spostato la sua corte, per l'elezione del nuovo vicario di Cristo. Erano ventitré porporati, ma soltanto sei italiani; tutti gli altri francesi o legati al re di Francia. Impensabile quindi l'elezione del candidato Guglielmo, vescovo di Palestrina; vani dovevano risultare gli sforzi dei cardinali italiani, che soprattutto desideravano un ritorno della sede pontificia a Roma. Toccante e appassionato l'appello inviato a loro da Dante, che li esortava ad operare per la sposa di Cristo, la Chiesa, per Roma e l'Italia; era la missiva dell'ultimo veggente in un mondo cristiano avvolto nelle tenebre.
E il conclave procedeva in un ambiente di intrighi, corruzione e violenza in cui non c'era posto per un simile messaggio; il tutto culminò alla fine del luglio 1314 con l'irruzione nel palazzo episcopale delle bande armate dei Guasconi, guidate da Bertrand de Got, nipote del defunto pontefice, che costrinsero i cardinali italiani a fuggire e portarono alla temporanea sospensione dell'assemblea.
Trascorsero due anni di trattative perché le due fazioni tornassero a riunirsi; Luigi X, primogenito di Filippo il Bello e suo successore, non riuscì a metterle d'accordo. Ma alla sua morte, il fratello Filippo V seppe imporsi con la forza e rinchiudere i cardinali presenti a Lione nel convento dei Domenicani il 28 giugno 1316. Ciononostante dovette trascorrere un altro mese perché si arrivasse all'elezione del nuovo papa; il 7 agosto la scelta cadde ancora una volta su un guascone, Jacques-Arnaud d'Euse, nativo di Cahors.

Questi godeva chiaramente della protezione di Roberto d'Angiò, grazie al quale era diventato vescovo di Frejus e poi di Avignone; Clemente V lo aveva nominato cardinale di Porto. Fu consacrato papa il 25 settembre 1316 col nome di Giovanni XXII e pose la sua residenza ad Avignone.

Il suo pontificato fu caratterizzato da due problemi che s'intrecciarono tra loro; il dissidio con l'imperatore Ludovico il Bavaro e le controversie in seno all'Ordine francescano. Alla morte di Enrico VII una grave crisi era affiorata in Germania con contrasti tra i principi elettori che avevano portato alla duplice elezione di Federico d'Austria e Ludovico il Bavaro; il papa, ignorando le aspettative dei due contendenti, sostenne come vicario imperiale in Italia Roberto d'Angiò.

Sul fronte dei Francescani il papa dovette vedersela con le grane che seguitavano a recare alla serenità dell'Ordine i ribelli Spirituali, resi si colpevoli in Toscana e Provenza di arbitrio e disobbedienza in fatto di vestiario e alimentazione, in nome di una rigidità nell'applicazione della Regola. Emise pertanto una costituzione nel 1317 in base alla quale in pratica gli Spirituali vennero messi al bando; i più obbedirono e i pochi dissidenti finirono davanti all'Inquisizione che li riconobbe eretici e li condannò al rogo. I confratelli ovviamente li consideravano dei martiri e videro in quel papa, che seguitava ad emettere bolle contro le loro idee chiamandoli con disprezzo "fraticelli", una sorta di anticristo. Non diversamente la pensò Dante che lo accusò di essere un guastatore della vigna della Chiesa (Paradiso, XVIII, 130-132):

Ma tu che sol per cancellare scrivi, 
pensa che Pietro e Paolo, che moriro 
per la vigna che guasti, ancor son vivi.
Versi nei quali era evidente il riferimento alla semplicità e povertà degli apostoli che dovevano costituire la vera vita del cristianesimo.
D'altronde proprio il rigido comportamento del papa contro gli Spirituali determinò un riavvicinamento tra le varie sezioni dell'Ordine contro Giovanni XXII nel conflitto indicato in genere come "polemica della povertà teoretica" per la quale fu nuovamente tirata fuori la questione teologica "se Cristo e i suoi apostoli avessero posseduto qualcosa, sia singolarmente sia in comunità". Infatti i Francescani per bocca del loro generale, Michele da Cesena, in una circolare indirizzata alla cristianità dichiararono rispondente alla dottrina cattolica l'asserzione della povertà di Cristo. Il papa emanò allora nel 1323 una bolla in cui si dichiarava eretica tale asserzione; l'Ordine si risentì e molti Minori giunsero ad accusare il papa di eresia, biasimando anche la canonizzazione di Tommaso d'Aquino, in occasione della quale Giovanni XXII aveva celebrato come apostolica la moderata dottrina sulla povertà del domenicano.

Tutto questo accadeva mentre Ludovico il Bavaro, avuta la meglio sul suo rivale Federico d'Austria, considerandosi unico aspirante alla corona imperiale manifestava l'intenzione di scendere in Italia e stabilirvi il proprio potere. Il papa seguitò a contrastare le sue aspirazioni imperiali, deciso a difendere la posizione di vicario di Roberto d'Angiò; il 23 marzo 1324 arrivò a scomunicare Ludovico, accusandolo di aver esercitato un'autorità non approvata dal papa.
A questo punto Ludovico fece sua l'accusa di eresia pronunciata dai Minori contro il papa e nel famoso manifesto di Sachsenhausen del maggio 1324 chiese la convocazione di un concilio ecumenico che giudicasse Giovanni XXII per l'abuso delle censure ecclesiastiche nel perseguimento dei propri interessi. La posizione di Ludovico restò ben solida in questa guerra aperta con il papa, non solo per l'appoggio del mondo laico e del clero tedesco, ma anche perché un considerevole gruppo dei Minori si schierò dalla sua parte e un docente illustre dell'università di Parigi, Marsilio da Padova, si offrì al re come teorico nel conflitto. Nel suo Defensor pacis, tra l'altro, egli contestava il primato di Pietro e asseriva che l'apostolo non era mai stato a Roma, per cui il primato del vescovo di Roma non era di imposizione divina; inoltre il papa non aveva alcun diritto di eleggere o deporre un imperatore. Certe idee si adattavano perfettamente alle intenzioni del re di Germania che decise di scendere in Italia per prendere possesso dei territori imperiali ed essere incoronato imperatore; la spedizione avvenne nel 1327 e fu salutata ovviamente con entusiasmo dai ghibellini.
Ludovico arrivò a Roma quando gli insorti avevano già scacciato i partigiani di Roberto d'Angiò; era il 7 gennaio 1328. Dieci giorni dopo, eletto dai Romani senatore e capitano del popolo, veniva incornato in S. Pietro da Sciarra Colonna "in nome del popolo romano"; era un'incoronazione rivoluzionaria, secondo i principi laici della concezione imperiale.
La replica del papa fu immediata; rinnovo della scomunica e non riconoscimento del titolo d'imperatore a Ludovico, con l'interdizione per tutti i suoi seguaci, laici ed ecclesiastici; ma ormai Giovanni XXII era rimasto solo. Lo stesso generale dei Francescani, Michele da Cesena, convocato ad Avignone per giustificare il proprio atteggiamento giudicato critico nei confronti dei decreti pontifici che seguitavano a perseguitare l'ala ortodossa dell'Ordine, lo abbandonò rifugiandosi alla corte di Ludovico insieme a Guglielmo d'Occam; fu colpito dalla scomunica.

L'imperatore si sentì a questo punto abbastanza forte e si lasciò trascinare dai capipopolo di Roma, arrivando a intentare il 14 aprile 1328 un processo per eresia contro il papa, cui fece seguito quattro giorni dopo un decreto imperiale con il quale deponeva Giovanni XXII riconosciuto colpevole del delitto di lesa maestà e lo rinviava al giudizio secolare ordinario con l'accusa di eretico.
Alla deposizione di Giovanni, seguì l'elezione di un nuovo papa, il 12 maggio 1328, da un comitato di tredici membri rappresentativi del clero romano, nella persona del francescano Pietro Rainalducci di Corvara che fu convalidata con un decreto imperiale. Si trattava chiaramente di un'elezione irregolare e il prescelto non poteva che essere considerato un antipapa; Ludovico e il suo seguito lo considerarono comunque pontefice a tutti gli effetti. Egli assunse il nome di Niccolò V e come primo atto ripeté l'incoronazione imperiale di Ludovico con la dovuta osservanza del cerimoniale tradizionale e la relativa unzione.
Tutto ciò sembrava in verità una burla; i grandi teorici antigiovannei non avevano in pratica trovato nell'imperatore e nell'antipapa figure di grande prestigio. La personalità di questo Niccolò V poi era insignificante e non ebbe sostenitori nel mondo ecclesiastico; furono dalla sua parte principalmente i Minori e tutti gli scomunicati, ma egli stesso finì per rendersi conto della meschinità del proprio ruolo. Nell'agosto 1330, pentito, si sarebbe presentato ad Avignone da Giovanni XXII, che lo avrebbe perdonato; morì dimenticato nell'ottobre 1333.

Anche la fortuna di Ludovico in Italia ebbe poca storia; ben presto i forti tributi imposti a Roma provocarono un risentimento nei suoi confronti ed egli abbandonò la città che rientrò nell'orbita di Roberto d'Angiò; nel dicembre del 1329 era di nuovo in Germania.

Pochezza teologica
È un fatto che pure Giovanni XXII mostrava tutta la pochezza della propria cultura su un piano puramente teologico; in diverse prediche e in particolare in quella tenuta nel giorno di Ognissanti del 1331, soffermandosi sui tempi di attuazione della "visione beatifica" per i morti in grazia di Dio, dichiarò che essa sarebbe stata raggiunta non subito dopo la morte ma alla resurrezione dei corpi, con un'attesa del giudizio universale "sotto l'altare", cioè sotto il conforto dell'umanità di Cristo.
Era una tesi contrastante con l'ortodossia tradizionale, che provocò scandalo e in qualche modo finì per dar credito alle accuse di eresia che gli erano state lanciate dagli oppositori politici; ma questa volta anche competenti teologi vicini a lui lo contrastarono apertamente. Giovanni si sforzò di spiegare in uno scritto come si trattasse solo di un'opinione personale, con un sottinteso invito a discuterne; ma fu una scappatoia. Infine, sul letto di morte, dovette arrivare a ritrattare la propria opinione davanti al collegio cardinalizio; salvò così probabilmente la dottrina, ma non il prestigio di un'autorità personale ormai screditata.

Politica finanziaria
Un'ulteriore accusa va poi rivolta a questo papa per la sua politica finanziaria; se era certamente necessario riordinare in modo stabile l'amministrazione della Chiesa universale, appaiono quanto mai scandalosi però i mezzi da lui usati allo scopo di aumentare le entrate della Sede apostolica. È un suo merito aver organizzato la cancelleria e istituito il tribunale della Sacra Rota, così detto dall'avvicendarsi rotatim, cioè a turno, dei giureconsulti che ne facevano parte; ma quella premura di accumulare fondi ingenti gli procurò un coro di proteste tanto da esser accusato di aver ridotto in miseria numerose chiese col sistema fiscale delle commende.

Peraltro, come ricorda anche il Castiglioni, "l'istituto delle commende prese uno sviluppo enorme, e tutti gli offici e tutte le dignità capitolari divennero oggetto di commenda. Così pure non solo ad ecclesiastici, ma anche a laici potevano essere conferite le commende, le quali divennero, con l'andar del tempo, appetitose sinecure prese di mira da persone indegne; divennero oggetti di contrattazione e di mercimonio. Aperta la via agli abusi, non era facile e neppur possibile porre un argine e un freno agli scandali".

Fiorì così da allora la burocrazia pontificia con centinaia di notai, archivisti ed estensori di bolle in un'organizzazione efficientissima culminante nel Registro della Camera apostolica, che era appunto il dipartimento finanziario della Curia, in un intricato meccanismo di entrate ed uscite. Fu la creazione di un "sistema" che si sarebbe perfezionato nei secoli; Giovanni XXII lo instaurò però senza trarne in veritàpersonali vantaggi. Egli non fu insomma il "Mida di Avignone", come lo chiamò il Gregorovius, ed è un'autentica invenzione del Villani che egli abbia lasciato un'eredità di 25 milioni di fiorini; comunque Giovanni XXII sfruttò ugualmente quel "sistema" con la sua brama di centralizzazione, a vantaggio di parenti e compaesani gratificati di cariche e donazioni, in un nepotismo ante litteram che certo non gli fa onore.

Morì ad Avignone il 4 dicembre 1334 e fu sepolto nella chiesa di Notre Dame-des-Doms.