Conclave
Ci vollero 18 giorni di conclave per arrivare ad eleggere il successore di Alessandro
VII. Tra i due partiti, filo spagnolo e filofrancese, ebbe di nuovo la meglio lo "squadrone volante" con a capo il cardinale
Azzolini, riuscendo ad imporre la candidatura di Giulio Rospigliosi, che fu eletto
il 20 giugno 1667. Della sua nomina si vantò poi l'ambasciatore francese, considerando
che il Rospigliosi era il secondo nominativo nell'elenco dei papabili graditi al re Sole;
peraltro anche gli Spagnoli lo riconobbero come un loro pupillo, perché era stato nunzio
benvoluto a Madrid. Si può dire invece che egli s'impose per un tradizionale spirito di
neutralità, che avrebbe infatti dato i suoi frutti, nonostante la brevità del pontificato.
I Rospigliosi
Le origini remote dei Rospigliosi sono milanesi; si dice, anzi, che in una favolosa età
comunale Ridolfo Rospigliosi riparò in Toscana per sfuggire alle persecuzioni dell'imperatore
Federico Barbarossa. Di ciò non avanza documento certo; si sa per certo, invece, che nel corso
del tredicesimo secolo la famiglia attecchì nel contado pistoiese, acquistando proprietà
rurali nei pressi di Lamporecchio e ponendo le basi di una laboriosa prosperità. Le rendite
agrarie resteranno solida fonte di reddito anche quando la famiglia, traslocata in città
nel 1315, avrà avviato proficue attività commerciali, manifatturiere, finanziarie. Ma saranno
proprio le arti cittadine (presto con importanti ramificazioni in cen-tri italiani e stranieri)
a decidere la rapida ascesa della ricchezza e del prestigio dei
Rospigliosi e a consentire il loro ingresso nella vita politica. Fu Antonio di ser Iacopo,
eletto fra gli anziani nel 1388, il primo Rospigliosi a ricoprire una carica pubblica di
rilievo; e fu Taddeo suo figlio, nominato gonfaloniere nel 1449, il primo a raggiungere
i vertici dello stato.
Nel frattempo Pistoia, indebolilta dalle sanguinose lotte intestine e minacciata
da vicini troppo potenti e aggressivi, si era data a Firenze (1401), pur conservando
lo statuto di una formale autonomia. Non per questo si era placata l'aspra contesa
delle fazioni cittadine, pronta a rinfocolarsi ogni volta che si manifestasse un
indebolimento del potere centrale o si prospettasse un pericolo esterno. Tuttavia,
nel tramonto dell'età comunale, Pistoia scivolava sempre di più in un ruolo di
subordinazione periferica, definitivamente sancita dalla creazione del ducato mediceo
(1530) e soprattutto dalle riforme autoritarie e accentratrici di Cosimo I, che soffocarono ogni forma di rivalità locale. A questo punto la prosperità della famiglia, sopravvissuta alla crisi economica che incombeva sulla città, non si misurava più con il successo o l'insuccesso di un partito politico cittadino, ma doveva fare i conti con entità assai più poderose. Per sopravvivere e prosperare era necessario cambiare ottica e strategia. Tra le famiglie pistoiesi, i Rospigliosi sono senz'altro una di quelle che sono meglio riuscite a compiere questo mutamento di rotta. Così seppero venire a patti con il nuovo potere centrale, instaurando con i Medici un'intesa "cortigiana" che procurò loro non spregevoli incarichi di governo. Così nella famiglia, se uomini d'arme di un qualche nome non erano mancati nei secoli trascorsi, i nuovi militari cercano condotte di prestigio non più nell'ambito municipale o regionale, ma alle dipendenze di potentati esterni, come Giovanni Battista, detto Bati, che fu ammiraglio della Chiesa sotto papa Paolo III.
Ma l'avventura extra moenia che dischiuderà inopinate prospettive di successo e
di grandezza verrà dalla scelta vincente della chiesa e di Roma nella persona di Giulio,
il futuro Clemente IX.
Vita
Giulio nacque il 27 gennaio 1600 da Girolamo e da Maria Caterina Rospigliosi.
A Pistoia ricevette i primi rudimenti scolastici e - non ancora adolescente - la tonsura e
gli ordini minori dalle mani del vescovo Alessandro Del Caccia. Il 16 marzo 1614 partì
per Roma per entrare nel Seminario dei Gesuiti. È questa una svolta decisiva nella vicenda
della sua vita e della sua formazione culturale. Alla scuola di Tarquinio Galluzzi,
Famiano Strada, Bernardino Castelli, i padri del classicismo secentesco, si forgiò
il latinista destinato a dettare le eleganti missive della cancelleria romana; e sul vivo
esempio di Bernardino Stefonio (e forse su una concreta esperienza di recitazione
negli spettacoli edificanti che i Gesuiti mettevano in scena con la partecipazione
attiva dei seminaristi) il futuro scrittore imparò le regole di un teatro alleato
della religione. Al confronto il successivo soggiorno all'università di Pisa, dove
Giulio si trasferì nel 1618 o nel 1619 per compiere gli studi di teologia, di filosofia
e di diritto, appare quasi una parentesi marginale, un necessario adempimento tecnico,
se non proprio formale. Il suo destino era a Roma, dove egli traslocò di nuovo, appena
conseguito il dottorato in utroque iure (1624).
Di nuovo a Roma, entrò al servizio del cardinale Antonio Barberini seniore,
fratello del neoletto papa Urbano VIII. Ma i rapporti di Giulio con il clan dei Barberini
furono subito estesi a tutti i suoi membri, non escluso lo stesso pontefice
(che pare non esitasse ad avvalersi dell'opera del giovane letterato nella riscrittura
degli inni liturgici che in prima persona si era assunto), e con particolare cordialità
compresero i nipoti del papa: i cardinali Francesco e Antonio iuniore e Taddeo,
capitano della Chiesa, prefetto di Roma e principe di Palestrina. Ed è anche questo
uno snodo decisivo nella vita di Giulio. Se alla scuola dei Gesuiti era nato l'uomo
di lettere e di dottrina, alla scuola dei Barberini si forgiò l'abilissimo curiale,
smaliziato in tutti i segreti ravvolgimenti della vita di corte e nello stesso tempo
avvezzo a trattare fin da principio i più gravi e complessi maneggi della politica europea.
E alla scuola dei Barberini si compiva l'uomo di gusto, l'amante delle arti belle,
che anzitutto in se stesso raffinava quello stile di gentilezza e di urbanità,
quella politesse che i suoi "padroni" non sempre seppero serbare.
La cultura di ispirazione barberiniana, tanto ospitale e prodiga di riconoscimenti
per il Chiabrera quanto ostile al Marino (fino a mettere all'indice l'Adone), diede vita
a una scuola che si suol dire moderato-barocca e che, sul fondamento di un solido
classicismo e sulla premessa di una certificata devozione, si proponeva una scrittura
di alti sensi morali e di nobili intenti educativi, rifuggendo dalle esasperazioni
concettose e dal ribellismo alla moda, senza disdegnare e senza esagerare
la seduzione della "meraviglia". Al dibattito Giulio Rospigliosi diede un suo modesto
contributo con un Discorso stampato in appendice all'Elettione di Urbano papa VIII
di Francesco Bracciolini (1628), un pistoiese che aveva fatto fortuna e che i suoi stessi
familiari gli additavano a modello. Ma il suo più serio contributo fu tributato al
prodotto più felice della serra barberiniana, un prodotto per natura effimero e quasi
irripetibile al di fuori del suo prezioso involucro originario (le mura stesse dei
magnifici palazzi di famiglia): il maturo melodramma romano, che con il sigillo delle
api barberine conobbe una breve e splendida stagione della quale Giulio Rospigliosi
fu protagonista indiscusso.
Non era ancora agibile il nuovo grandioso palazzo alle Quattro Fontane sul Quirinale
quando i Barberini inaugurarono la loro stagione operistica mettendo in scena l'8 marzo 1631
nel più modesto palazzo ai Giubbonari il Sant'Alessio, libretto di Giulio Rospigliosi,
musica di Stefano Landi. La vicenda di Alessio, nobile romano che, di ritorno da un
pellegrinaggio in Terrasanta, rinuncia ai privilegi della sua condizione sociale e al conforto
stesso degli affetti familiari e si riduce - irriconoscibile pezzente - a vivere, deriso
ed oltraggiato, sotto le scale della sua ricca abitazione, insegnava il disprezzo
del mondo e degli effimeri e periclitanti beni terreni, per affermare - nella solitudine,
se necessario - il valore supremo della fede, dello spirito, dell'umiltà, della penitenza.
La tormentata ascesi del protagonista trionferà, infine, delle tentazioni e degli inganni
del maligno come delle stesse pietose rimostranze e dolcissime blandizie dei congiunti,
che non concepiscono il senso di quella rinuncia e reclamano i diritti dei loro vincoli
terreni. Attorno al motivo principale di questo immobile itinerario a Dio il Rospigliosi
intreccia un dramma dialettico: una corale altercazione che assedia lo scandalo della
santità. L'azione scenica (ancora povera di elementi spettacolari) consiste in primo luogo
in una disputa reiterata, che si acquieta solamente nel silenzio solenne della morte.
Hanno una funzione di contrappunto tematico e tonale le scene farsesche che l'autore
dissemina nella compagine del dramma: insegna la retorica antica che ciò che è
terreno è humilis e quindi necessariamente "comico". Il dramma sacro rospigliosiano,
anzi, evolverà sempre di più verso una barocca "tragicommedia", verso un genere misto
che sconfessa spavaldamente la regola aristotelica dell'unità. Vi si sente il discepolo
del teatro edificante dei Gesuiti, l'erede ideale delle scene canore fiorentine,
ma soprattutto il campione maturo e geniale della poetica barberiniana che suggeriva
il "diletto" spettacolare come mezzo per conseguire l'"utile" morale.
Al Sant'Alessio non compete il primato nella storia del melodramma di argomento
sacro: eventi spettacolari anteriori al 1631 si erano avuti a Firenze, a Mantova e
in Roma stessa; ma il suo successo strepitoso, favorito dalla cassa di risonanza della
scena dei Barberini, ne fece un archetipo esemplare, consacrato dalle repliche che
si tennero negli anni successivi. Ormai il melodramma ha conquistato il primo posto
nelle rappresentazioni di gala romane. D'altronde, questa raggiunta dignità di nobile
"rappresentanza" viene immediatamente confermata dalla lussuosa stampa della partitura
(che doveva divulgare fuor di Roma i fasti del teatro Barberini), impreziosita da
una serie di incisioni che riproducono le scene. Il nome del librettista non c'è, come
non ci sarà mai nelle designazioni ufficiali (anche se tutti a Roma lo sapevano),
certamente per un nobile scrupolo dell'autore, oltre che per ovvie ragioni di convenienza.
Nel 1633 si mette in scena Erminia sul Giordano, primo melodramma profano
del Rospigliosi, che attinge la storia a uno dei grandi serbatoi narrativi della
letteratura italiana, la Gerusalemme liberata, concedendosi ampia e felice
"licenza di fingere". Ne scaturisce una sorta di favola pastorale che dopo qualche
sentimentale peripezia corona l'amore di
Erminia per Tancredi, regalando allo spettatore il lieto fine vanamente atteso nella
Liberata. Domina il tono una malinconica grazia madrigalesca.
Il 1635, invece, è l'anno del secondo dramma sacro, I santi Didimo e Teodora.
Se il Sant'Alessio predicava l'umiltà e la rinuncia, il nuovo dramma esalta l'eroismo
per la fede. I due protagonisti si levano subito, "campioni" di Cristo, a sfidare impavidi
la rabbia dei persecutori, contendendosi in nobile gara il primato della 'testimonianza',
la palma del martirio. La gloria della chiesa militante - in attesa del trionfo celeste
che arriverà puntuale in conclusione - squilla fin dalla prima scena negli accenti risoluti di Teodora, entusiasta adolescente, nuova vergine guerriera, che non esita ad opporre il petto immacolato al ferro crudele del carnefice. Ma il dramma si distende pietoso agli affetti straziati dei padri, al tormento degli innamorati: all'umana fragilità di chi non è chiamato alla santa follia del sacrificio. Ai crudi oppressori sono riservate alcune delle scene più belle, come la scena (melodiosissima) in cui il "tiranno" Eustrazio, lacerato dalle Furie infernali, prende (inorridito) coscienza del suo ineluttabile destino di malvagità e di pena.
Il 1637 e ancor più il 1639 sono date memorabili nella storia della musica per la prima
rappresentazione e la replica (in una redazione felicemente ampliata) di quella che è
considerata la prima commedia musicale: l'Egisto o Chi soffre speri, in assoluto uno
dei più alti risultati della poesia per musica italiana. Anche in questo caso il Rospigliosi
si affidava a un collaudato modello narrativo: la celebre novella boccacciana di Federigo
degli Alberighi (Decameron V 9), intricata e contaminata, peraltro, di vicende minori
parallele o intersecanti, fino allo scoppio finale di un vero e proprio spettacolo
pirotecnico che tutto risolve e dissolve. La novità più clamorosa era l'innesto
delle maschere di Zanni e Coviello (e dei figli Frittellino e Colello) che portano
sulle aristocratiche scene di un teatro di palazzo il saporoso dialetto e le burattinesche
movenze della commedia dell'arte e traducono il motivo della signorile e generosa
povertà del protagonista nell'eterna commedia della fame e del bisogni.
Si trattava, beninteso, di una stilizzazione di altissima maestria poetica,
che toccava il suo culmine nel secondo intermezzo del 1639: un evento che fece scalpore
e che ardiva nientemeno di mettere in scena (sotto la regia del Bernini) una fiera di paese
con la sua discorde armonia di mille voci e di mille suoni.
Nel 1638, nell'intervallo fra le due redazioni dell'Egisto, era andato in scena il San
Bonifazio; nel '41, '42 e '43 era la volta della Genoinda, del Palazzo incantato,
del Sant'Eustachio.
Segue un lungo periodo di silenzio. Frattanto, infatti, era andata avanti la "carriera"
ecclesiastica del Rospigliosi, "entrato in prelatura" nel 1631. Segretario dei brevi ai
principi (della corrispondenza diplomatica - si direbbe oggi) nel 1635, nel 1644 veniva
nominato nunzio apostolico in Spagna e consacrato vescovo di Tarso. Poco dopo spirava
Urbano VIII. Era la fine di un'epoca e una calamità per i Barberini, che, messi sotto accusa
dal nuovo pontefice Innocenzo X per le loro malversazioni, riparavano in Francia sotto
la protezione del cardinale Mazzarino. Il teatro del palazzo alle Quattro Fontane
restò chiuso per due lustri.
Gli anni trascorsi in Spagna come nunzio apostolico non sembrano segnati da eventi
memorabili. I rapporti fra quella che restava una delle più potenti monarchie d'Europa
e la Santa Sede erano tesi e difficili dopo anni di controversie giurisdizionali e di
divergenze politiche. In questo spinoso contesto il Rospigliosi svolse un'attenta opera
di mediazione - senza risultati appariscenti ma non per questo meno abile e tenace - tesa
in primo luogo ad assecondare la grande offensiva diplomatica di Roma che mirava a ristabilire
la pace fra gli stati cristiani e a creare un fronte comune contro la minaccia degli infedeli nei
Balcani e nel Mediterraneo. Né era meno prezioso l'oscuro lavorío volto a smussare le asperità
dei piccoli incidenti quotidiani che costellavano l'ordinaria amministrazione dei rapporti
internazionali. La sua solerzia e la sua urbanità gli attirarono la stima e la fiducia del
re Filippo IV, che seppe distinguere i meriti dell'uomo dalle ragioni di divergenza fra
gli stati.
Ma nel soggiorno madrileno ci fu anche l'incontro
con il grande teatro spagnolo del siglo de oro. Purtroppo i poveri documenti finora messi
in luce sono ben lontani dal rischiarare nel dettaglio le modalità di quest'incontro.
Sta di fatto che dopo la nunziatura la librettistica rospigliosiana denuncia una svolta
radicale.
Richiamato nel 1652 e rientrato a Roma nell'estate del 1653, Giulio sembra aver
attraversato una congiuntura economica così difficile da fargli meditare il ritiro a vita
privata a Pistoia. Salvò una carriera che sembrava compromessa l'avvento al pontificato di
Alessandro VII (1655) che lo chiamò alla segreteria di stato e che alla prima creazione
di cardinali lo elevò alla porpora. Assolvendo agli uffici della sua nuova carica
con l'acume e la solerzia che gli erano propri e guadagnandosi il favore della curia
e della Francia (oltre a quello già incamerato della Spagna) spianò la strada all'ultimo e
supremo avanzamento.
Nel frattempo era ripresa la frequentazione assidua delle lettere e delle arti; e
certo adesso si può parlare di un mecenatismo e di un collezionismo praticato in grande stile,
sostenuto da adeguati mezzi finanziari.
Nel 1654, amnistiati e rimpatriati i Barberini e riaperto il teatro del palazzo alle
Quattro Fontane, Dal male il bene inaugura subito il ciclo "spagnolo". È uno spettacolo
radicalmente innovativo rispetto all'età di Urbano VIII, quello che adesso va in scena.
Si mette da parte il gusto mirabolante delle fastose scenografie e delle macchine ingegnose, si
riducono gli organici, si compatta l'azione, si privilegia la coerenza sulla varietà.
Tre coppie "amorose" esauriscono il cast; una scena urbana racchiude l'orizzonte;
un breve volgere d'ore frena la fuga del tempo. La "fonte" spagnola
(Los empeños de un acaso di Calderón) suggerisce una concezione più moderna e
funzionale della commedia, incentrata sui
"caratteri" e sugli intrecci.
Il teatro Barberini conobbe un'autentica esplosione in coincidenza con il cosiddetto
"carnevale della regina", cioè con i trionfali festeggiamenti che si tennero durante
il carnevale del 1656 per onorare Cristina di Svezia, che l'anno prima aveva abdicato
al trono e si era convertita al cattolicesimo. Il ruolo di punta toccò ancora al Rospigliosi,
che vide rappresentati ben tre dei suoi melodrammi: di nuovo
Dal male il bene e per la prima volta La vita umana (una macchinosa allegoria,
fortemente ideologizzata, nella quale si legge il valore emblematico
che la chiesa di Roma voleva attribuire alla conversione di Cristina) e Le armi e gli amori.
Dopo il 1656 gli impegni sempre più gravosi in curia (non assistiti da una florida salute)
misero da parte l'attività teatrale. Anche il teatro Barberini avvizzì.
Papa
Alla morte di Alessandro VII (1667) un rapido conclave elesse quasi senza
contrasto Clemente IX, "aliis non sibi clemens" (''clemente con gli altri ma non con se
stesso''),
come recitava il motto di una sua medaglia.
Quel motto rifletteva un programma di carità all'unisono dell'espressione da lui preferita: "Concediamo!". Avrebbe abbassato la tassa sul macinato e ogni giorno sarebbero convenuti alla sua mensa tredici poveri ai quali egli stesso a volte serviva la minestra. Le visite agli ammalati nell'ospedale del Laterano e le confessioni quotidiane in un confessionale appositamente eretto in S. Pietro gli avrebbero creato una fama di santità e il popolo lo avrebbe perlopiù venerato come suo benefattore.
"Era l'uomo migliore e più buono che si potesse trovare", osserva il Ranke, ma "più che attivo, era pieno di buone intenzioni; lo si paragonò ad un albero ricco di rami che porta in abbondanza foglie e forse anche fiori, ma non frutti". Sono parole che vanno ponderate e che appaiono in una luce particolare, se lette assieme alle "lodi" scritte da Pasquino per la sua elezione:
Avrà il mondo di pace ancor tesoro,
godrà il popol di Cristo un secol d'oro.
Del gran Clemente nono, ecco il papato:
parlare a tutti con soavi accenti,
empir Roma d'inutili parenti,
sgravar senza denari il macinato,
condonar scioccamente ogni peccato,
tener ministri al mal oprar intenti,
senza mostrar a questi mai li denti
e contentarsi d'esser minchionato.
In effetti Clemente IX si guardò bene dal perseguitare i parenti di Alessandro
VII, privandoli degli uffici che occupavano. I Chigi mantennero le proprie posizioni e così pure tutti i Senesi del loro seguito, con gran rabbia dei Pistoiesi che contavano di fiondarsi a Roma per accaparrarsi quei benefici: tutto rimase com'era. "Al posto di quella continua affluenza di forestieri che vi cercavano fortuna, di quel continuo ricambio di gente che aveva ottenuto le cariche, si ebbe ora una calma piena di cautela", nota ancora il
Ranke; questo perché si veniva affermando una stabilizzazione del potere da parte delle famiglie già "arrivate", che chiudeva l'accesso alle nuove.
Il trono papale era ormai circondato da una potente e ricca aristocrazia che non voleva cedere la sua posizione o spartirla con altri. E il "merito" fu tutto dello "squadrone volante" che aveva portato Clemente IX a quel trono: la nomina di Decio Azzolini a segretario di Stato conferma questa diversa gestione del potere. La distribuzione di oltre 600.000 scudi nel primo mese di pontificato tra i cardinali e i membri più importanti della Curia è una donazione che ha l'aspetto di una tangente; in altre circostanze si sarebbe parlato di simonia.
Comunque Clemente IX non fu nepotista o perlomeno lo fu nella misura indicata da quel gran censore che era il
Pallavicino, il quale sull'argomento aveva raccomandato "che per l'avvenire non si dessero alli parenti dei papi titoli di principi, duchi... che tutto il danaro che si cavava dallo Stato, dalla
Dataria, dalla vendita degli officii e da altri diritti della Sede Apostolica, si impiegasse unicamente in benefizio delle anime ed in ingraziamento delli popoli". E così suo fratello Camillo fu nominato generale della Chiesa e i nipoti Giacomo e Tommaso divennero rispettivamente cardinale e castellano di Castel S. Angelo, ma tutti e tre videro le loro entrate limitate alle rendite che tali uffici comportavano.
Naturalmente i Rospigliosi cercarono di farsi strada ugualmente in seno all'aristocrazia romana.
Si costruirono una splendida casa, organizzarono feste e balli; allestirono anche un teatro dove si tennero brillanti rappresentazioni come quella Conversione di Santa Baldassare, musicata da Anton Maria Abbatini, su un testo che si diceva fosse del papa stesso, e che si avvalse della sceneggiatura del geniale Bernini. In questo modo i Rospigliosi spesero dei patrimoni, ma il papa non cedette loro beni pubblici o luoghi di monte per rifarsi; riuscirono a mantenersi sulla cresta dell'onda anche grazie al matrimonio di un giovane loro rappresentante con una ricca ereditiera, una Pallavicini di Genova.
Negli "altri" da beneficare del motto clementino non rientravano dunque i parenti; ci rientrava al limite Roma, che si abbellì ancora con le ultime opere del Bernini, le statue per il colonnato di S. Pietro e per il ponte d'accesso al Castel S. Angelo. Ci rientravano di diritto gli emarginati come gli ebrei, in favore dei quali operò abolendo la barbarie della "corsa" a cui essi dovevano sottostare per il sollazzo dei cristiani nei giorni di Carnevale. Ci rientrava lo spirito di fratellanza e di pace che, secondo le intenzioni di Clemente
IX, doveva diventare da allora in poi l'impegno "politico" dello Stato pontificio nel contesto internazionale; il che poteva essere una strada per ritrovare nel mondo una credibilità religiosa che dai tempi del Rinascimento i papi avevano in gran parte perduta.
Così il papa, ben visto com'era dal re Sole, poté avere migliori relazioni con la Francia e recuperare in dignità dopo l'umiliante pace di Pisa. I Francesi stessi rimossero la piramide eretta a Roma davanti alla caserma dei Corsi e fu cancellata così la memoria di uno spiacevole incidente diplomatIco.
Sulla scia di questa riabilitazione della diplomazia pontificia fu possibile così per il papa operare positivamente in Francia su un piano religioso, attenuando le controversie gianseniste con la cosiddetta
"pace Clementina". Si trattava di porre fine alla questione giansenista, aperta dalla
pubblicazione postuma dell'Augustinus di Cornelius Jansen (Giansenio), che formulava
proposizioni in contrasto con la dottrina cattolica su principi capitali come la grazia,
il libero
arbitrio, la predestinazione, l'efficacia del sacrificio di Cristo. L'adesione di una parte
considerevole del clero francese e belga (che aveva come ideale punto di riferimento il
monastero di Port Royal), a dispetto delle sempre più circostanziate condanne emanate da
Urbano VIII, Innocenzo X e Alessandro VII, non metteva apertamente in discussione l'autorità
della cattedra di Pietro, ma si riparava sotto lo schermo di cavillazioni
causidiche nelle quali era maestro soprattutto Antoine Arnauld e che, salvando la forma,
mantenevano nella sostanza le ragioni del dissenso. La conciliazione voluta da Clemente IX e
formalizzata in un breve del 2 febbraio 1669 fu celebrata da Re Sole con la
coniazione di una moneta a "ricordo del ristabilimento dell'unità della Chiesa",
ma fu oscurata dall'atteggiamento ambiguo dei
giansenisti, che sottoscrissero le dichiarazioni di fede volute da Roma ma nello stesso
tempo confermarono tutte le loro riserve in un protocollo segreto, ammantato sotto la formula
del "silenzio ossequioso".
La benedizione papale, salutata come una vittoria della
diplomazia francese, fu accolta in Francia con autentico giubilo; il giansenismo continuò a
vigoreggiare e anzi ad espandersi, disseminando cellule persino in Italia, persino a Pistoia.
Il comportamento del papa, invece, fu interpretato nelle corti europee con molto
scetticismo, come un segno di debolezza e di cedimento, laddove Clemente rivendicava la
conformità delle sue azioni con i dettami dei suoi predecessori.
E ancora la Santa Sede, quando nel 1667 le forze di Luigi XIV penetrarono nell'Olanda spagnola espugnando rapidamente le principali fortezze, si fece mediatrice di quella pace tra Francia e Spagna che si raggiunse l'anno dopo ad
Aquisgrana.
E infine il papa riusciva a indurre il re Sole ad aiutare Venezia contro i Turchi;
nella difesa di Candia, ultimo possedimento veneziano nel Mediterraneo
orientale, la cui piazzaforte, assediata dalle armate turche, era assurta agli occhi del
pontefice a baluardo della cristianità contro gli insulti della paganíae. Il papa aveva già messo a disposizione le sue
galere, la Francia inviò delle truppe, ma furtivamente, perché non voleva rompere i buoni rapporti con la Sublime Porta; avrebbero combattuto sotto la bandiera del papa, unendosi all'esercito
pontificio nelle due spedizioni militari
(nel 1668 e nel 1669) che partirono sotto il comando del nipote Vincenzo
Rospigliosi. L'impresa, minata
alla radice dalla scarsa coesione dell'alleanza e tutt'altro che assistita da una brillante
direzione strategica, non ebbe esito felice, nonostante che riuscisse a varare una flotta
di tutto riguardo. Alla fine l'eroica resistenza veneziana, con la piazzaforte di Candia
ridotta a un cumulo di macerie dalle artiglierie e dalle mine nemiche, il 6 settembre 1669
fu costretta alla resa ad onorevoli condizioni.
Il dolore dello smacco abbreviò la vita del pontefice. Nella notte fra il 25 e il 26
ottobre Clemente subì un attacco apoplettico, dal quale sembra riprendersi rapidamente;
ma nella notte fra il 28 e il 29 novembre l'attacco si ripete; il 9 dicembre
1669 sopravviene la morte, come ricorda una "pasquinata" in latino, che così suona in volgare:
Tu che cerchi il suo tumulo, sappi che giace qui
Clemente nono. Per Creta fu mutato in polvere.
Nel carnevale precedente era stato rappresentato per l'ultima volta un suo melodramma:
La Baldassara o La comica del Cielo (questa volta sono gli stessi Rospigliosi che
mettono in scena lo spettacolo nel loro palazzo romano con l'assistenza del Bernini).
Anche la Baldassara dipende da una "fonte" spagnola, ispirata a un autentico fatto di cronaca:
la clamorosa conversione di un'attrice di successo (una donna perduta) a vita di devozione e
penitenza. Il copione è prestabilito e prevedibile. Anche qui assistiamo al percorso obbligato
della santità: la scelta irremovibile del chiamato da Dio, la dissuasione da parte
delle persone care, le tentazioni dell'"avversario" e le seduzioni dell'"abisso",
l'apoteosi finale con carole paradisiache. Ma quel percorso è cesellato con arte sopraffina,
spesso con risultati che possono sorprendere. Il congedo stesso appare siglato da un'epigrafe
suggestiva:
Del Paradiso ecco i teatri aperti:
Venga da' suoi deserti,
Dall'orrore e dal gelo
A trionfar la Comica del Cielo!
Sepolto provvisoriamente in S. Pietro, Clemente IX fu poi tumulato dal suo successore in un sepolcro
erettogli dal Rainaldi in S. Maria Maggiore.