43.

CELESTINO I, santo

Romano
Papa dal 10 settembre 422
al 27 luglio 432

L'elezione di Celestino, un diacono nativo della Campania, fu tranquilla: avvenne il 10 settembre del 422. Era amico di S. Agostino e questo facilitò la risoluzione delle vertenze con la Chiesa d'Africa relative ad Apiario e Antonio; gli episodi non fecero onore a Roma, visto che si era avventurata nella difesa di persone immeritevoli. Celestino riaffermò in pratica l'autonomia della Chiesa africana negli affari disciplinari, cosa a cui essa teneva molto, e questo non venne però a ledere il primato romano. D'altronde, come osserva il Seppelt, "gli avvenimenti che poco dopo successero in Africa riuscirono favorevoli a Roma, perché le assicurarono i diritti da essa reclamati; infatti, avvenuta dopo pochi anni la terribile invasione dei Vandali, la fiorente Chiesa africana fu ridotta quasi al nulla, e venne a perdere l'alta importanza prima goduta nella Chiesa cattolica".

Ma Celestino va principalmente ricordato per la parte importante che svolse nella risoluzione delle controversie cristologiche. Nel 428, Nestorio, vecchio abate di un monastero d'Antiochia ed ora patriarca di Costantinopoli, si schierò contro il titolo di "Madre di Dio" dato alla Madonna, preferendogli quello di "Madre di Cristo". Cirillo, patriarca di Alessandria, denunciò la cosa a Celestino che condannò Nestorio in un concilio romano tenuto nel mese di agosto del 430.
Ma l'imperatore Teodosio II dichiarò di pensarla come Nestorio, appoggiato anche da Giovanni di Antiochia: si arrivò allora ad un concilio ecumenico convocato ad Efeso per il 7 giugno del 431. Per diversi motivi mancavano all'appello molti vescovi orientali ed africani nonché i rappresentanti di Bonifacio; Cirillo tenne la presidenza e convocò la seduta per il 22. Si radunarono in 150 e decisero in gran fretta la condanna di Nestorio e la proclamazione della legittimità del tennine "Maria Madre di Dio".
La cosa puzzava d'imbroglio e Nestorio, sostenuto da Giovanni di Antiochia, presentò reclamò all'imperatore che impose che la causa fosse nuovamente esaminata davanti ad una assemblea completa. Ai primi di luglio arrivarono ad Efeso i rappresentanti di Bonifacio e parteciparono anche i vescovi orientali. Fu riesaminato il caso e confermata la sentenza della prima seduta. Questa volta Teodosio II non poté non approvare la sentenza, ma volle che fossero deposti sia Nestorio sia Cirillo. Questi però riuscì a corrompere i cortigiani e fu riabilitato. Nestorio fece cadere la cosa, si ritirò in convento ad Antiochia, e da lì poi finì in Egitto dove morì.
Il prete Filippo, capo della delegazione di Roma, approvò da parte sua le decisioni del concilio e proclamò nella sua allocuzione il primato del vescovo di Roma sulla Chiesa universale in termini che erano diventati ormai di prammatica; non ci si rendeva conto in realtà che l'Oriente sfuggiva di mano a Roma. Si guadagnavano comunque nuovi fedeli cristiani ad Occidente: S. Patrizio era in Irlanda e Palladio in Scozia. L'opera di evangelizzazione seguitava.

Roma registrava la costruzione di una nuova chiesa: un certo Pietro, prete d'Illiria, fondava su di un antico titulus Sabinae, sorto probabilmente nella casa di una matrona Sabina, la chiesa di S. Sabina: della originaria decorazione parietale resta attualmente, sopra il portale principale, una grande fascia a mosaico con un'iscrizione metrica, attribuita a S. Paolino di Nola con i nomi di Pietro d'Illiria e Celestino I. Ma questi non poté vederne completata la costruzione. Morì, prima che fosse terminata, il 27 luglio del 432 e fu sepolto nel cimitero di Priscilla.
Nell'817 le sue spoglie furono traslate nella cattedrale di Santa Prassede in Roma e successivamente, una parte di queste ulteriormente traslate nella cattedrale di Mantova.