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S. Sabina
Rione Ripa, piazza S. Pietro d'Illiria |
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| Questa basilica dell’Aventino è forse fin troppo conosciuta, prevalentemente
come chiesa «da matrimoni», col rischio di vanificare la conoscenza delle
sue pur ricche vicende passate, così come dei notevolissimi valori
d’arte superstiti.
Storia La tradizione vuole che la basilica di S. Sabina sull'Aventino sorga sull'abitazione della ricca patrizia Sabina, martire nel 114, anche se un'opinione recente tende a identificare Sabina con una martire umbra uccisa durante la persecuzione di Vespasiano (69-79), le cui reliquie sarebbero state traslate a Roma nel V secolo. La chiesa è
impostata su costruzioni antiche messe in luce nel corso degli scavi
avvenuti tra XIX e XX secolo: sotto la prima metà della basilica è una
domus del III-IV; sotto la seconda metà della chiesa e l'abside si
trovavano invece due santuari arcaici. Altri scavi nei pressi della chiesa
hanno poi rimesso in luce quattro brevi tratti della cinta muraria
serviana, a cui si addossarono abitazioni di età repubblicana (II secolo a.C.) e di età
augustea; nel II secolo d.C. parte degli edifici
repubblicani furono adattati per il culto isiaco. Scavi sotto il
quadriportico della chiesa hanno infine rivelato che questo fu innalzato
su un edificio termale del II secolo, restaurato nel IV.
Nella chiesa di S. Sabina fu imprigionato e deposto papa Silverio durante l'eresia monofisita (537). Nel 590 papa Gregorio I istituì qui le Litanie Settiformi. Il Liber Pontificalis ricorda che Leone III (795-816) restaurò la chiesa e le offrì addobbi e lampade. I più importanti interventi altomedioevali furono condotti nel 824 da papa Eugenio II che vi aggiunse la schola cantorum, un'iconostasi e gli amboni; la abbellì inoltre di pitture ed eresse un ciborio d'argento, che fu però trafugato durante il sacco dei Lanzichenecchi nel 1527. Lo stesso Eugenio II traslò qui le reliquie dei martiri Alessandro, Teodulo ed Evenzio, traendole dalla Catacomba di S. Alessandro sulla via Nomentana e ponendole nella cripta della chiesa sull'Aventino. Forse già agli
inizi del X secolo la chiesa fu inglobata in un fortilizio che la alterò
gravemente: il portico fu chiuso, si aprirono feritoie e furono erette
torri e ballatoi. Delle fortificazioni restano tracce nel quadriportico e
nel muro della biblioteca del convento domenicano. Lungo il corso del Duecento la chiesa subì numerose modifiche e fu
anche approntato il pavimento cosmatesco. Il 14 novembre 1238 papa Gregorio
IX consacrò nuovi altari, mentre una cappella dedicata ai ss.
Angeli fu consacrata nel 1248, per essere però demolita nel XIX secolo (se
ne conservano le fondazioni nella parte terminale della navata destra).
Nel 1586 Sisto V incaricò Domenico Fontana di un vasto intervento di restauro della chiesa, che provocò la perdita di gran parte del patrimonio medioevale della chiesa: furono chiuse le finestre dell'abside, fu demolita la schola cantorum (i cui plutei furono utilizzati per la ripavimentazione della chiesa), furono abbattuti l'iconostasi e il ciborio e fu eretta una nuova confessione per le reliquie; fu infine asportata la cornice cosmatesca della porta laterale (alcuni frammenti si conservano nel convento). Ulteriori modifiche si ebbero nel Sei e Settecento, fino a che, tra il 1914 e il 1936, Antonio Munoz effettuò il restauro, in due tempi, della chiesa, che restituì alla chiesa un aspetto medioevale, non senza aporie. Altri restauri ebbero luogo nel 1959.
Visita Attualmente la chiesa prospetta sul fianco destro (vedi foto sopra) lungo la piazza Pietro d'Illiria, aperta nel 1614 nelle fortificazioni dei Savelli: ad essa si appoggia un portico quattrocentesco sorretto da quattro colonne di marmo e quattro di granito, collocate durante le modifiche del 1208-1222 e forse provenienti dall'antica iconostasi. Qui è raccolto molto materiale di spoglio proveniente dalla chiesa: avanzi delle transenne originali delle finestre; varie lapidi e frammenti provenienti dalle numerose sepolture del quadriportico; la lapide di Ildebrando da Chiusi (+ 1309), per la quale fu riutilizzata la fronte di sarcofago del III secolo.
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Gli ingressi in chiesa erano originariamente tre, uno fu poi chiuso per la costruzione del campanile (XIII secolo). Le due porte superstiti sono una diversa dall'altra. Gli stipiti marmorei sono del V secolo.
Il tema iconografico è il parallelismo fra Mosè, Elia e Cristo:
In controfacciata è conservato sopra la porta l’unico altro resto della ricchissima decorazione (in mosaici, marmi, pitture e stucchi) che un tempo ricopriva l’intero edificio, costituito da una solenne iscrizione metrica attribuita a Paolino da Nola in ricordo di Pietro d’Illiria, del papa Celestino I (422-432), e del concilio di Efeso che in quegli anni (431) aveva sancito la maternità divina di Maria. Culmen apostolicum cum Caelestinus haberet / primus et in toto fulgeret episcopus orbe / haec quae miraris fundavit presbyter urbis / illirica de gente Petrus vir nomine tanto / dignus ab exortu Christi nutritus in aula / pauperibus locuples sibi pauper qui bona vitae / praesentis fugiens meruit sperare futuram. Le due figure in tunica e mantello ai lati rappresentano l'Ecclesia ex gentibus,nata dalla conversione dei pagani, con in mano il Nuovo Testamento e l'Ecclesia ex circumcisione, nata dalla conversione dei giudei, con in mano il Vecchio Testamento. Il mosaico doveva coprire l'intera parete con le figure di Pietro e Paolo e i simboli degli evangelisti fra gli archi, visibili in un disegno del 1690 e distrutti in seguito; è andata perduta anche la decorazione dell'arco trionfale con le due città celesti e i diciassette medaglioni con il Cristo al centro e almeno otto personaggi per parte, riprodotti dal Cisterna per il restauro di Muñoz (sec. XX). Accanto alla porta centrale sono due fra le più antiche sepolture della chiesa: quella di Perna Savelli (+ 1215) e quella di Odilena Manganelli (+ XIII secolo). All'inizio della navata centrale è una piccola colonna che indica il luogo in cui S. Domenico vegliava pregando. La pietra nera che la sormonta è un peso romano in basalto che la leggenda vuole sia stato scagliato dal diavolo all'indirizzo del santo e che invece avrebbe colpito la lastra con la descrizione della reliquie di chiesa, ora ricomposta al centro della schola cantorum. La lastra (forse del X secolo) commemora la traslazione delle reliquie di Alessandro, Evenzio e Teodulo dal cimitero sulla Nomentana. Nella navata centrale è la lastra sepolcrale terragna a mosaico di fra Muñoz da Zamora (+ 1300) ottavo generale dei Domenicani. Si tratta di uno degli esempi più significativi di lastra tombale medioevale di ambito romano; il defunto è rappresentato sotto un baldacchino con gli occhi chiusi e con le mani disposte una sopra l'altra.
Anche la cattedra episcopale è di recupero. Nell’abside è un affresco di Taddeo Zuccari, raffigurante il Cristo tra gli apostoli, malamente sconciato dai restauri otto-novecenteschi, che riprende la composizione del precedente mosaico. Nella navata destra, presso la Cappella di S. Giacinto,
affrescata da Federico Zuccari, con all’altare una pala di Lavinia Fontana
raffigurante la Vergine e S. Giacinto (1600), si conserva l'iscrizione di
Teodora, moglie di Teofilatto (X secolo). La colonna (sec.IV) che
poggia su un piano più basso della pavimentazione della chiesa appartiene
alle sostruzioni romane.
Nella navata sinistra si apre la cappella d’Elci, dedicata a S. Caterina da Siena, costruita nel 1671 da G.B. Contini, che si mostra sfolgorante di marmi preziosi, con all’altare la Madonna del Rosario, capolavoro del Sassoferrato (1643). Alla fine della navata sinistra lo spazio è ostruito dalla base del campanile, costruito all’inizio del XIII secolo e mozzato nel Seicento.
Uscendo dalla chiesa, sulla piazza Pietro d’Illiria, accanto all’ingresso al parco Savello, è una fontana composta da una vasca termale di granito antico e da un mascherone, già parte di quella costruita da Giacomo Della Porta per il Campo Vaccino, da cui proviene anche la vasca della fontana di piazza del Quirinale. Il piccolo parco Savello, realizzato negli anni Trenta, è ricavato all’interno delle fortificazioni imperiali, poi dei Savelli, che caratterizzano questa parte dell’Aventino e che costituiscono un raro esempio di incastellamento altomedievale in Roma, non considerato quanto meriterebbe, e ben visibili scendendo al lungotevere Aventino per il vicino clivo Savello, una delle passeggiate meno conosciute e più suggestive di Roma, dalla quale si possono avere delle belle vedute sul centro cittadino. |